LE “DISAVVENTURE” DEL NORDEST LE LE STONATE SIRENE AUTONOMISTE

VenetistiCondivido tutto quello che scrive Paolo Possamai in questo editoriale http://mattinopadova.gelocal.it/regione/2016/08/03/news/nordest-il-mito-dissolto-1.13910557

ma mi sento di aggiungervi qualche considerazione incentrata in particolare sulla prossima consultazione referendaria sull’autonomia del Veneto.

La richiesta di maggiore autonomia per la nostra regione prende le mosse da un assunto di base: noi siamo più bravi degli altri, quindi abbiamo diritto ad autogovernarci, e l’autogoverno del Veneto (e di altre eventuali regioni del Nord a forte vocazione autonomista) avrebbe effetti positivi anche sul resto del paese.

Purtroppo entrambi questi assunti sono mistificazioni: i fatti citati da Possamai smentiscono l’eccellenza veneta, quanto ai benefici “nazionali” di una nostra maggiore autonomia sono tutti d dimostrare, e soprattutto costituiscono l’ultimo dei pensieri per i leghisti. La realtà è che sotto la patina federalista la Lega ha sempre coltivato aspirazioni, anche se confuse e contraddittorie, indipendentiste, e soprattutto ha usato (e intende continuare a farlo) i propri margini di autonomia per fare guerriglia contro lo Stato su ogni terreno in cui si presenterà l’opportunità.

Così stanti le cose viene da domandarsi perché nessuno, neppure la sinistra o i grillini, provi a mettere in discussione le parole d’ordine autonomiste di Zaia & c: forse ci si illude, erroneamente, di poter contemperare gli effetti della probabilissima vittoria referendaria, mentre al contrario si finirà per portare nuova acqua al mulino leghista.

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CARO LINO TOFFOLO, POSSIAMO RIVELARE FINALMENTE CHE ERI ASTEMIO?

toffoloDei tre veneziani illustri scomparsi in questi giorni (Alvise Zorzi, Piero Zanotto e Lino Toffolo) di Lino ero proprio amico: lo vedevo bambino quando passava a piedi o con la Dune Buggy davanti a casa mia, a Canove (aveva casa a Roana), l’ho conosciuto e apprezzato al Gazzettino (ricordo che Giorgio Lago un giorno gli cedette per scherzo la sua poltrona), più di una volta veniva a sentire i dibattiti che per qualche stagione ho organizzato sull’Altopiano, e non mancava mai di ringraziarmi scherzosamente, dopo qualche recensione, per i libri che gli risparmiavo di leggersi.

L’ultima telefonata c’era stata appena sabato, l’avevo sentito un po’ abbattuto per il recente infortunio a un braccio e stanco per il cuore che faceva le bizze, ma sempre scherzoso: “Con la famiglia che mi ritrovo non posso farne a meno”, mi aveva detto; quasi un imperativo morale, il buon umore, o meglio una piccola recita, ad uso e consumo dei suoi cari: come aveva recitato per buona parte della sua vita, portando in scena per il suo pubblico un certo tipo di personaggio, che gli corrispondeva solo in parte. Lino aveva interpretato infatti (fino agli ultimi anni, quando aveva conquistato soprattutto a teatro una sua ragguardevole e autonoma statura artistica) il veneto che gli italiani si aspettavano, prima della mutazione leghista: un po’ sprovveduto, un po’ disarmato e un po’ beone. In realtà era addirittura astemio; quanto allo sprovveduto, proprio no…

Diceva di sé di essere ignorante, presuntuoso ma molto fortunato: in realtà era un artista a tutto tondo, capace di recitare, far ridere, cantare, scrivere canzoni e dirigere film, ma era anche dotato di una furbizia naturale (che si dimostra nel dissimularsi) e di una intelligenza viva, che si esercitava soprattutto in una grande capacità di osservazione delle umane cose, esercitata però con comprensione piuttosto che con sarcasmo.

Era irresistibile quando raccontava, rigorosamente off records, dei concittadini che lo abbordavano tra le calli di Venezia con un imperioso “Lino, vien qua che te conto ‘na barzeleta”, o che pretendevano di offrirgli “un goto”, confondendo inevitabilmente la persona col personaggio.

Inevitabile, a questo punto, riandare col pensiero a qualche sua battuta che descriveva al meglio le sue doti di osservatore degli uomini e dei tempi: come quando disse dei veneziani che il turista che amano di più è quello che arriva a piazzale Roma, deposita una bella busta gonfia di soldi, e subito se ne va; oppure quando elencò in questo modo le età dell’uomo: bambino, giovane, adulto e… te vedo ben, ritrovandosi naturalmente nell’ultima.

Ora che invece non lo vedremo più, mi piacerebbe salutarlo con un invito: “Lino, al posto dell’immancabile the, concediti finalmente una bella ombra, e… alla salute!”

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ROGAZIONE

Rogazione_altopiano_di_asiago_2014

 

 

 

 

 

In cammino lungo il confine

dove il paese diventa mondo,

e il mondo paese…

 

…dove l’incontro diventa accoglienza,

l’accoglienza amicizia,

e l‘amicizia comunità

 

…dove la fede si fa storia,

e storia e natura si compenetrano

 

dove le ferite si cicatrizzano,

e i rancori si dimenticano

 

dove il passato incontra il futuro

e insieme danno senso al presente

 

…dove la retorica

si stempera nell’esperienza

 

Con questi pensieri

camminerò domani.

S.F.

Passimigranti

 

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REFERENDUM REGIONALE, SE L’AUTONOMIA DIVENTA UN CAVALLO DI TROIA

IndipendentistiSono diventato un federalista convinto con Giorgio Lago, negli anni ’90 del grande risveglio della questione nordestina e della mobilitazione dei sindaci sulle istanze autonomiste, di cui il Gazzettino all’epoca è stato interprete e promotore.

Ora però, che si sta sviluppando il dibattito tra le forze politiche venete a partire dal referendum chiesto dalla Regione, ho sempre più dubbi che sia davvero positivo che il Veneto acquisisca una maggiore autonomia dallo Stato centrale; e se fossi nel Pd farei molta attenzione a non fare come i troiani con il famoso cavallo… che nella fattispecie ci porterebbe, una volta saliti in groppa, da un’altra parte rispetto a dove ci saremmo aspettati di andare.

IL FEDERALISMO A CORRENTE ALTERNATA DELLA LEGA

Io credo che dietro l’operazione voluta da Zaia ci sia un equivoco di fondo che va chiarito: la Lega è davvero federalista, cioè fautrice di un regionalismo autonomo nell’ambito di un forte stato nazionale, oppure continua a perseguire la divisione del Nord dal resto dell’Italia? A Zaia che sostiene che quella autonomista è una battaglia di tutti i veneti andrebbe ricordato che fu proprio la Lega di Bossi negli anni ’90 a far fallire il movimento dei sindaci, sia perché esso era federalista e non separatista, sia perché non riusciva ad esercitare la sua autonomia su di esso. Ed è lo stesso Zaia che cinque anni fa rifiutò di far partecipare il Veneto ai festeggiamenti nazionali per il 150esimo dell’Unità d’Italia, con la scusa che la nostra regione si unì solo nel 1866, e che quest’anno sta facendo passare nuovamente la ricorrenza nel dimenticatoio. ZaiaSalvini

Io penso che nel Carroccio, al di là della svolta “nazionale” voluta strumentalmente da Salvini, prevalga ancora un forte sentimento revanscista nei confronti di ogni autorità che trascenda il confuso localismo leghista, si chiami Italia od Europa.

IL RISCHIO DI ALIMENTARE LA GUERRIGLIA ISTITUZIONALE GIÀ IN ATTO

Insomma, si vota per l’autonomia oggi e si rischia di dare forza domani non tanto a delle esplicite istanze indipendentiste, ma ad una guerriglia quotidiana fra poteri pubblici che porterebbe alla paralisi del paese, e poco di buono allo stesso Veneto.

Le avvisaglie ci sono tutte già adesso, in tutti gli ambiti in cui c’è concorrenza fra Stato e Regione, e in particolare nella gestione dei flussi migratori, in cui le amministrazioni leghiste rifiutano di cooperare con lo Stato, o anche solo di svolgere le proprie funzioni regolatorie e programmatorie, lasciando i Comuni ad azzuffarsi fra loro, accollandosi responsabilità non dovute. E il recente referendum sulle trivelle non è stato determinato in parte, oltre che da legittime istanze ambientaliste, anche da una meno nobile lotta di potere fra alcuni governatori e il Presidente del Consiglio?

STATO ED ENTI LOCALI DEVONO COOPERARE, NON COMBATTERSI

Tutto questo mentre manca in generale a tutti gli amministratori, e in particolare a quelli del Carroccio, la consapevolezza che Comuni, Regioni e quel che resta delle Province sono tutte diverse articolazioni dello Stato, e in quanto tali devono muoversi nello spirito dalla sussidiarietà (responsabilità dal basso) ma anche della solidarietà.

Che poi sia anche il Governo a tradire un leale spirito di cooperazione con gli enti locali, accollando loro dei compiti ma negando le necessarie risorse, può essere un dato di fatto, ma non sposta la sostanza del problema.

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SREBRENICA E L’ISIS: L’EUROPA DALLA VERGOGNA AL TERRORE

BOSNIA-WAR-ANNIVERSARY-FILESIl caso, che accosta la sentenza odierna sulla strage di Srebrenica agli attentati dell’Isis, mi suggerisce una considerazione forse azzardata, ma suggestiva, e in verità abbastanza drammatica.

Le vittime dell’eccidio del 1995 erano musulmani (gli islamici moderati europei, cit. Massimo Cirri), i carnefici bravi patrioti serbi, impavidi difensori dell’identità cristiana dell’Europa (storicamente amici dei leghisti, en passant).

Ottomila corpi si possono seppellire, ma la loro memoria no. E nemmeno la maledizione dei sopravvissuti sui colpevoli, i complici e i loro correligionari. Bruxelles

L’Europa forse paga adesso con il terrore anche la vergogna di non aver saputo o voluto evitare quella strage, e di aver costruito una “casa comune” in cui in troppi (musulmani, e non solo) si sentono estranei.

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SPERIAMO CHE IL PARADISO NON ESISTA

Etiopiabambini

 

 

Idomeni

 

 

 

Guardo in televisione

i bambini che sorridono

nei campi profughi in Etiopia

e vorrei trovare le parole

per dire la mia vergogna

di europeo per Idomeni.

 

Mi siedo a tavola e mangio,

vado al cinema, al bar, in vacanza,

mi corico nel letto e cerco di dormire,

ma penso che nessuna parola

basterà a farmi assolvere

se domani, nell’aldilà,

ci sarà davvero un paradiso,

o un inferno,

ad attenderci.

S.F.

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DOMANDE SCOMODE SUI PROFUGHI IN ARRIVO

Profughi2015Attendo spaventato, come tutti, gli sviluppi dell’ondata migratoria da sud e da est che si intensificherà con l’arrivo della bella stagione. A spaventarmi, più ancora dell’impatto di grandi masse di derelitti bisognosi di tutto e del tutto inconsapevoli delle complicazioni del contesto in cui cercheranno di entrare, sono le reazioni che tutto questo comporterà; potremmo essere preparatissimi dal punto di vista logistico (e non lo siamo) ma siamo totalmente disarmati psicologicamente, culturalmente, politicamente. Intimamente incerti – soprattutto il ceto medio riflessivo a cui ritengo di appartenere – se sia peggio fare paura o averne.

DAI POLITICI  SOLO BALBETTII O DEMAGOGIA

Dai politici – esclusa la contestatissima Merkel – ci arrivano balbettii che non spiegano cosa sta succedendo, non tranquillizzano i cittadini né disegnano una credibile e accettabile prospettiva futura, oppure i barriti dei demagoghi che invece di cercare soluzioni compatibili con la nostra umanità aizzano gli animi per i loro fini politici: tocca persino sentire il governatore del Veneto suggerire il ritiro del Nobel per la Pace all’Europa, senza chiedersi quanto il suo partito, i suoi compagni di strada e lui stesso in prima persona stiano contribuendo all’imbarbarimento della situazione rifiutando pervicacemente ogni contributo costruttivo alla gestione dell’emergenza profughi. Dagli intellettuali, e persino dai tecnici, arrivano invece mere spiegazioni del fenomeno, ma non uno straccio di proposta concreta per affrontarlo dignitosamente.

IL DILEMMA FRA ACCOGLIENZA E PAURA

La domande che mi assillano, naturalmente, sono le seguenti: cosa accadrà se alle migliaia di migranti provenienti dall’Africa si aggiungeranno nelle prossime settimane altre migliaia di profughi soprattutto siriani provenienti dall’Albania? E se contestualmente verranno sigillate, come annunciato, tutte le uscite al Nord, per l’Austria e la Francia, e dagli altri paesi della Ue non ci sarà alcuna disponibilità a ricevere quote di migranti? Come reagiranno gli italiani? Quanto reggerà il tessuto sociale e psicologico? Fino a quando prevarrà l’umanità, che considera doveroso accogliere almeno chi è in pericolo di vita, sulla paura che consiglia al contrario di impedire gli accessi, girando la testa, ovviamente, sulle tragedie, passate e future, di questi diseredati, o fingendo di credere che siano tutti, bambini compresi, dei pericolosi terroristi?

COME SI FANNO I RESPINGIMENTI VIA MARE?

La situazione italiana è più complicata delle altre per un motivo semplice ma ineludibile: da noi arrivano per mare; e se davanti a chi cerca di entrare in un paese via terra si possono erigere barriere, e sparare lacrimogeni e magari usare manganelli e proiettili di gomma, senza che questo significhi uccidere, respingere un gommone stracarico di esseri umani significa condannarli a morte certa: è questo che vogliamo? Oppure accettiamo tutti coloro che cercano di venire, e con quali conseguenze?

Vorrei che i sondaggisti, che già registrano il disagio crescente (vedi rilevazione Demos sul Gazzettino di martedì scorso) ponessero ai loro intervistati queste domande; al tempo stesso avrei molta paura delle risposte.

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BITONCI E LA FIERA DELLE PAROLE: UNA VISIONE AUTORITARIA DELLA CULTURA

FieraParoleLogoMa pensavate sul serio che il “sindaco di tutti” potesse tollerare che metà dei suoi concittadini (quelli che non lo votano) si sollazzassero in giro per la “sua” città per quasi una settimana, irridendo i “suoi” valori e ignorando i “suoi” desiderata, nelle “sue” sale e a “sue” spese?

C’è semmai da stupirsi che abbia graziosamente concesso di tenere la manifestazione lo scorso anno (forse non ha fatto in tempo a cancellarla, forse aveva – allora – un assessore che gli faceva argine).

Non intendo qui entrare nel merito del livello qualitativo della Fiera delle Parole e delle sue modalità organizzative, se non per dire che un’amministrazione pubblica che tira fuori dei soldi ha diritto di dire la sua (ovviamente in proporzione ai soldi che ci mette) sui criteri di fondo che la devono ispirare: poteva chiedere, in altre parole, una presenza più equilibrata degli ospiti (purché scelti per il loro rilievo culturale e non per l’appartenenza politica) ma non porre dei veti su chi dev’essere invitato e chi no; ma in questo purtroppo si esprime la natura autoritaria della Lega Nord (già notata sulla questione dei libri “gender”) e la sua concezione “padronale” della cultura.

COSTI E BENEFICI RISPETTO A PORDENONELEGGE

Vorrei soffermarmi piuttosto su altri due aspetti, i numeri della manifestazione e l’alternativa escogitata da Bitonci. Sul primo punto posso dire che il rapporto costi-benefici della Fiera delle Parole (coi suoi circa 100mila euro annui per 70mila presenze) è elevatissimo: Pordenonelegge, ad esempio, costa cinque-sei volte tanto, ma questo gli consente di richiamare un parterre di ospiti internazionali in grado di attirare molto pubblico da fuori provincia. A certe condizioni Padova (che già faceva registrare molte “prime” letterarie) sarebbe potuta diventare concorrenziale anche su questo terreno, con significative ricadute turistiche, ma Bitonci preferisce sistematicamente cassare iniziative positive per la città (lo si è già visto coi mediatori culturali) se non sono in linea col suo massimalismo ideologico.

L’INCOGNITA SGARBI PREFERITA ALLE RISORSE CITTADINE

sgarbiIl secondo punto è l’alternativa-Sgarbi, individuata dal Comune. Forse qualcuno dovrebbe spiegare a Bitonci & c. che la Sgarbi che si occupa di libri e organizza festival letterari, in famiglia, è la sorella, e non l’inflazionatissimo fratello critico d’arte. L’uomo è vulcanico, pieno di idee (e di impegni altrove), ma piuttosto inaffidabile (chiedere a Giustina Destro) e soprattutto non lavora gratis, a differenza di Bruna Coscia e dei suoi amici volontari: vedremo cosa riuscirà a escogitare nei pochi mesi che ci separano dall’autunno (data prevista per la manifestazione), quanto costerà alle casse comunali, quanto pubblico riuscirà ad attrarre, e se riuscirà a dialogare con le realtà padovane impegnate nella cultura.

E poi saranno contenti i padovani di farsi organizzare le proprie iniziative dall’alto, a caro prezzo, da un “vip” foresto per quanto famoso, mettendo da parte e mortificando le risorse umane che ci sono in città?

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IMMIGRATI, DIFESA DELLA NOSTRA IDENTITA’ E INTEGRAZIONE

ColoniaTorno a scrivere sul blog dopo mesi che mi era impedito da ragioni tecnologiche (e questo meriterebbe una riflessione a parte), e per coincidenza mi ritrovo a riflettere – dopo l’ultimo post dedicato alla Germania, l’estate scorsa – sui fatti di Colonia e sul dibattito forsennato suscitato dall’arrivo in quel paese di un milione di profughi. Fra tanti, troppi interventi caratterizzati da pressapochismo e demagogia, ho apprezzato quello che segue, di Ernesto Galli Della Loggia, che mette l’accento sulle caratteristiche che deve avere un processo di integrazione per essere in grado di assicurare insieme l’accoglienza degli immigrati e la tutela dei valori e delle consuetudini a cui non intendiamo rinunciare.

http://www.corriere.it/editoriali/16_gennaio_10/immigrrati-migranti-integrare-senza-sensi-colpa-editoriale-63e372c0-b764-11e5-8210-122afbd965bb.shtml

Ovviamente alla teoria devono fare seguito procedure e comportamenti adeguati, i quali diventano via via più complicati man mano che cresce il numero degli immigrati.

NON ESISTONO SOLUZIONI FACILI AL PROBLEMA

La questione richiede sì fermezza, ma anche umanità, pragmatismo, competenza, lucidità, per mettere a punto una serie di interventi di cui la repressione (di attività criminali o semplicemente inappropriate) è solo l’ultimo gradino di un percorso estremamente articolato, che passa dalla prevenzione e dalla formazione (ai nostri valori irrinunciabili), ma deve avere la sua origine in nuove politiche nei confronti dei paesi di origine dei flussi migratori.

Le “soluzioni facili”, sulle questioni migratorie, non esistono, checché ne dicano gli opinionisti da bar che alimentano la vulgata populista incarnata in Italia soprattutto dalla Lega, che lancia allarmi fin da quando gli immigrati erano poche migliaia e venivano soprattutto dal nostro Meridione e mostra interesse solo a sfruttare elettoralmente il problema, non certo a risolverlo: e anche quando le questioni sollevate da Salvini & c. hanno un fondo di realtà, le contromisure ipotizzate si rivelano impercorribili qualora venissero portate alle loro logiche conseguenze. E alla stessa categoria concettuale appartiene la proposta di referendum popolare su quanti stranieri possiamo permetterci, proposto nei giorni scorsi sul Gazzettino dal giudice Carlo Nordio.

LE ALTERNATIVE: SPARARE LORO ADDOSSO O LASCIARLI ANNEGARE

profughiQuand’anche si decidesse (per legge o per referendum) che in Italia non deve entrare più nessuno che non sia profugo e magari cristiano, come facciamo a fermare gli altri? A nessuno (ribadisco, nessuno) piacciono gli arrivi di massa col la loro scia di morti, organizzati e sfruttati dalla criminalità, incuranti delle nostre leggi, delle nostre consuetudini e dei nostri conti pubblici, che rischiano di intaccare pesantemente la nostra identità e disfare l’Europa; il problema è cercare modi praticabili (e umani) per bloccarli: a meno che non pensiamo che sia legittimo sparare loro addosso o lasciarli annegare nel Mediterraneo. E anche qualora – auspicabilmente – trovassimo formule giuridiche più snelle per aumentare i reimpatri di coloro che commettono reati o non hanno titoli per restare da noi, come si fa a riportare nel suo paese un libico, un afghano, un siriano che viene da una città bombardata o un territorio controllato dall’Isis?

UN’IPORESI DI LAVORO: PERMESSI TEMPORANEI E A PUNTI

Ripeto, ammesso che esistano delle soluzioni, sono tutt’altro che semplici: l’unica possibile proposta che mi viene in mente – oltre a promuovere la cooperazione e gli accordi di reimpatrio con i paesi africani da cui traggono origine una buona parte dei flussi che interessano il nostro paese – è cercare di attivare dei flussi migratori contrattati e contingentati: si accolgono solo, previa attivazione di centrali di smistamento in loco, immigrati con permesso temporaneo (magari per lavori stagionali), e si concedono loro dei punteggi annuali legati ai loro progressi nella conoscenza della lingua e della legislazione italiana. Al raggiungimento di un determinato punteggio essi possono ottenere il permesso di soggiorno, e successivamente (e solo a patto che diano rispettate alcune condizioni precise) la cittadinanza. Chi non rispetta queste procedure (o commette reati) deve sapere che resterà magari in Italia, se non potrà essere reimpatriato, ma rimarrà sempre un clandestino.

Dev’essere chiaro che questa o altre possibili misure comportano una forte assunzione di responsabilità della politica, e anche consistenti stanziamenti di risorse: ma anche tenersi per anni i profughi in attesa di riconoscimento, o mettere davvero in carcere i clandestini (come presupporrebbe il mantenimento del reato) avrebbe costi tutt’altro che contenuti.

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NOI E LA GERMANIA, TRA AMMIRAZIONE E INQUIETUDINE

foto-17Eccomi al ritorno da un viaggio a cavallo della faglia dell’Europa, Alsazia, Baden Wurttemberg e Renania, teatro di dispute secolari fra Germania e Francia, tra colli, cittadine, castelli, che sono passati di mano fino a sette volte, con inevitabile seguito di distruzioni, morte, pulizie etniche, migrazioni forzate. foto-15Quando sentiamo dire che l’unione europea non serve, basterebbe ricordare che solo da settant’anni e solo grazie all’Europa queste regioni sono in pace, divise soltanto dalla competizione economica ed… eno-gastronomica sulla qualità dei rispettivi vini.

Colpisce soprattutto la Germania, paese protagonista assoluto della scena europea anche in questi giorni, dalle questioni economiche all’accoglienza dei profughi. Ma avverto che si tratta solo di impressioni superficiali, frutto di osservazioni “visive” non mediate o approfondite da confronti reali, causa l’insuperabile barriera linguistica.foto-16

LA DIFESA DEL TERRITORIO E LA CURA DEL PAESAGGIO

La prima cosa è la cura assoluta del paesaggio, che avevo già notato visitando altri Land: si attraversano con una delle numerosissime autostrade le zone più industrializzate e densamente abitate del continente, e sembra di essere dentro un parco naturale: nessun capannone, nessun traliccio dell’alta tensione, infrastrutture ciclopiche schermate da file di alberi, qua e là un paesino pittoresco, una chiesetta, coltivazioni di vite o di luppolo… (i tedeschi a prima vista sembrano praticare solo due categorie estetiche, il pittoresco e il monumentale: le foto-18case a graticcio dei paesini sul Reno con le facciate trapuntate di geranei, e i maestosi castelli ricostruiti com’erano e dov’erano dopo essere stati distrutti ripetutamente nel corso delle guerre del passato; foto-19oppure i parchi e i giardini ricchi di fontane, ruscelli e fiori, e le maestose facciate del barocco germanico, o i memoriali di chissà quali vittorie). foto-20Quando ti riaffacci dall’autostrada del Brennero sulla caotica Val Padana il confronto è impietoso.

IL SENSO DI APPARTENENZA ALLA COMUNITÀ PREVALE SUL NARCISISMO INDIVIDUALE

Ma non si tratta solo di una questione estetica: i paesi ordinati, i boschi puliti, le coltivazioni, i prati che sembrano campi da golf rivelano da un lato la persistenza di un’attività agricola fiorente, foto-24dall’altro la consapevolezza che anche dalla cura del territorio e dalla sua messa in sicurezza deriva la qualità della vita delle comunità.

E comunità mi sembra l’altro concetto chiave del vivere sociale in questo paese: l’impressione è che il tedesco rifugga dall’esibizione del proprio individuale narcisismo (a noi italiani ben nota), preferendo rispecchiarsi nella tranquillità del benessere collettivo, in cui le case, le macchine, i divertimenti si assomigliano, nessuno si sogna di costruire un cottage alpino in campagna o una villetta provenzale sulle Alpi, e il massimo della realizzazione personale non è infrangere, ma rispettare le regole: se devi attraversare una strada e il semaforo è rosso, stai fermo ad aspettare il verde anche se non c’è nessuno intorno e non si vedono auto in arrivo…

IL SEGRETO AMMIREVOLE E INQUIETANTE DEL SUCCESSO TEDESCO

foto-25Io credo che – nel bene e nel male – questa sia la ragione ultima del successo tedesco, che tante cose mirabili e terribili ha saputo costruire negli ultimi due secoli, dopo un’unificazione nazionale conseguita nell’Ottocento col ferro e col sangue: e che ha consentito al paese di rinascere e riconquistare il primato economico e politico sul continente dopo due immani distruzioni, seguite a due conflitti dei quali porta le responsabilità maggiori.

Il primato dell’individuale sul collettivo che sta frantumando la società contemporanea a tutti i livelli, qui è temperato dal senso di appartenenza ad una comunità o a una nazione, dalla condivisione di un sistema di valori molto omogeneo, dal sacrosanto rispetto delle regole e dell’autorità: anche se magari le regole sono ingiuste e l’autorità iniqua, come in altre epoche storiche. Un mix ammirevole e inquietante, che ha a che vedere più con il controllo sociale che con la libertà individuale, con la sicurezza che con l’apertura solidale, anche se di fronte al problema dell’emigrazione produce integrazione e accoglienza più che altrove: una consapevolezza di sé che fa sì che nella Baviera conservatrice e identitaria circolino più donne col velo integrale (viso compreso) che ad Istanbul, senza che nessuno abbia alcunché da ridire.

Nell’attuale tentazione tedesca (riemersa nella gestione del “caso Grecia”, ma non solo) di difendere a oltranza il proprio modello, e di estenderlo anche ai partner europei, c’è probabilmente il riflesso condizionato della loro antica e radicata vocazione espansionista, ma soprattutto il fatto che esso funziona…

 

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