DALL’ALLUVIONE NEL VENETO AL DISASTRO DI FUKUSHIMA: BISOGNA CAMBIARE MODELLO DI SVILUPPO

Giappone.jpgCi sono due analogie, allagamentosoave.jpgpur nella grande disparità fra i due eventi, ma anche una diversità profonda, fra le origini e le reazioni alla semi-alluvione bis o tris di questi giorni nel Veneto e la tragedia che si sta vivendo a Fukushima.

La prima analogia: entrambi gli eventi sono frutto della corsa dissennata allo sviluppo economico, che è da decenni una scelta strategica non solo delle classi dirigenti, ma anche delle popolazioni che ne beneficiano. Si costruisce, si cementifica, si dimentica la sicurezza per far prima, stare più comodi e guadagnare di più. Volete un altro esempio? Il Vajont: quella centrale, al di là delle colpe specifiche, era figlia della fame di energia che aveva preso il paese in pieno sviluppo economico. Una fame che non tollerava ritardi e condizionamenti, come delle stupide questioni di sicurezza…

La diversità profonda: l’alluvione rimane un episodio circoscritto nello spazio e nel tempo, con danni visibili, quantificabili e reversibili. Dei rischi nucleari non sappiamo invece praticamente nulla, salvo gli effetti di Nagasaki e Hiroshima e di Chernobyl, e il loro prolungarsi a lungo nel tempo (e il fatto che le radiazioni scatenano un’altra delle nostre fobie, il tumore): per questo ne siamo terrorizzati. Il paradosso è che nel rifiutare questi rischi (fino a ieri virtuali) ci prendiamo in carico senza fiatare dei danni molto reali (e probabilmente anche più rilevanti), derivati dall’utilizzo del petrolio o del carbone.

La seconda analogia: la tendenza delle opinioni pubbliche a rimuovere rapidamente le catastrofi una volta passato l’effetto mediatico, e a riprendere a fare esattamente come prima. Questo è acclarato nel caso delle alluvioni: a dicembre, passata la grande paura, nel Veneto abbiamo ripreso come se niente fosse a progettare insediamenti, strade, parcheggi, rimuovendo il fatto che la principale causa delle esondazioni dei fiumi è la sostituzione degli spazi verdi con l’asfalto, il cemento e gli edifici. Né risulta che qualcuno, nel frattempo, abbia cominciato a riparare gli argini o ripristinare i bacini di compensazione, ammesso che ce ne fosse il tempo.

In parte accadrà lo stesso con il nucleare, vedrete. Non in Occidente, magari, ma in Cina e in India non si fermeranno certo. E non credo che gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna faranno passi indietro sostanziali, salvo qualche maggior controllo sulla sicurezza.

 

LA GENTE VUOLE BENESSERE SENZA ACCOLLARSI RESPONSABILITÀ

Perché avviene questo? Perché le popolazioni chiedono condizioni di vita migliori, ma non vogliono saperne di farsi carico delle relative responsabilità, cioè preferiscono rimuovere dai propri pensieri la consapevolezza degli effetti delle loro scelte (quotidiane e poi elettorali). Nessuno vuole una centrale vicino al proprio paese, o un rigassificatore sulle proprie coste, ma provate a negargli i 24-25 gradi di caldo in casa in inverno (e almeno due o tre di meno d’estate), convincetelo che l’utilizzo dell’auto privata dove c’è il mezzo pubblico è un lusso che non ci dovremmo permettere, che mangiare all’aperto al ristorante nei mesi freddi sotto i dispendiosissimi funghi riscaldatori è una follia, che lasciare accese le luci e gli apparecchi elettrici è uno spreco: vi daranno del retrogrado e dell’anticonsumista. “Nessuno ci farà cambiare il nostro stile di vita”, diceva Bush vincendo le elezioni. Appunto, poi si è visto com’è finita.

IL NUCLEARE ITALIANO È GIÀ AL CAPOLINEA, MA NON BASTA

Anche in Italia le cose proseguiranno come sempre: nel senso che di centrali nucleari non ne abbiamo, e continueremo a non averne. Non per una coerente scelta anti-nuclearista, ma per il prevalere degli interessi elettorali (vedi le disarmanti dichiarazioni di ieri del ministro Prestigiacomo) e territoriali. Ma proprio per questo bisognerebbe avere il coraggio di dire, proprio mentre si riafferma il no al nucleare, che contestualmente bisogna essere pronti a cambiare lo nostro stile di vita, e dunque il modello di sviluppo: consumare sempre più energia e produrne sempre di meno (l’idroelettrico è in grave crisi, lo sappiamo) ci costringerebbe ad aumentare ancora gli acquisti dall’estero, da paesi instabili politicamente e detestabili sul versante dei diritti umani. E questo ci indebolirebbe ulteriormente economicamente e politicamente.

ADESSO L’UNICA STRADA È IL RISPARMIO

Certo, bisogna puntare di più sulle energie rinnovabili, al contrario di quello che sta facendo il nostro governo: ma non illudiamoci che in tempi brevi esse possano rappresentare un’alternativa sufficiente al nostro crescente fabbisogno energetico. L’unica strada praticabile a breve, allora, l’unico giacimento di energie accessibile senza troppi investimenti è quello del risparmio.

L’elenco delle cose da fare, su questo terreno, è sterminato, e non starò qui ad elencarvelo. Ma credo che la cosa da cui partire dovrebbe essere una capillare opera di sensibilizzazione, a tutti i livelli e a partire dalla scuola: un bambino che oggi impara a spegnere la luce uscendo da una stanza sarà domani un giovane che lascerà più spesso la sua macchina in garage, un adulto che saprà distinguere fra consumi e sprechi, un manager che sceglierà lavorazioni non energivore nella sua fabbrica, un politico che eviterà con i suoi elettori la retorica dello sviluppo a tutti i costi.

 

DALL’ALLUVIONE NEL VENETO AL DISASTRO DI FUKUSHIMA: BISOGNA CAMBIARE MODELLO DI SVILUPPOultima modifica: 2011-03-18T12:34:00+01:00da sergiofrigo
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