GIORNALI, CENTO TESTATE A RISCHIO CHIUSURA. LE CAUSE E I RIMEDI

 

«Il settore dell’editoria nel nostro Paese è investito da una crisi molto pesante, la più grave dall’ultimo dopoguerra. Oltre cento testate, tra quotidiane e periodiche, di idee, cooperative, non profit, di partito, edite e diffuse all’estero, e tante aziende dell’emittenza locale sono sull’orlo della chiusura». È la denuncia contenuta in una lettera che qualche settimana fa decine e decine di direttori di testate di quotidiani politici e di cooperative hanno inviato ai presidenti della Camera e del Senato e che appare più che un estremo appello.

4500 GIORNALISTI IN MENO

 

«Una situazione che si sta preannunciando di una gravità estrema – commenta la Federazione nazionale della stampa – e che già sta procurando chiusure, procedure di liquidazione, avvio di contratti di solidarietà che potrebbe aprire una prospettiva realistica di quasi 4500 posti in meno tra giornalisti e lavoratori del settore (una riduzione totale di circa un terzo). Una fotografia di una situazione che la Fnsi e le altre organizzazioni del settore hanno denunciato più volte con manifestazioni pubbliche e con conferenze stampa. Nonostante tutto ciò dal governo non sono arrivati messaggi rassicuranti ma solo vaghe promesse di interventi sine die. Se non si vuole la decimazione delle fonti di informazione e un durissimo vulnus al pluralismo dell’informazione qualcuno batta un colpo. L’azione del Sindacato dei giornalisti, assieme a chi in questi anni si è sempre battuto per una libera informazione, non cambierà strada».

Dopo lo stop alle testate di E-Polis, ora è pesantemente a rischio il Manifesto, voce storica e irriverente della sinistra italiana, ma sono tutti i giornali che negli ultimi tempi hanno dovuto apportare tagli pesanti ai loro bilanci e alla loro foliazione. In Italia pesa anche la sproporzione fra le enormi risorse pubblicitarie incamerate dalla televisione – e in particolare alle emittenti di Berlusconi – rispetto a quelle lasciate alla stampa, che non ha uguali nel resto del mondo. Ma la crisi dell’editoria non ha certo risparmiato gli Stati Uniti e in genere tutto il mondo occidentale, anzi per certi versi è a uno stadio ancora più avanzato, e ha travolto centinaia di giornali di tutti i tipi, comprese alcune testate fra le più prestigiose, costrette a chiudere, ridimensionare le redazioni, ridurre le pagine, abbassare gli stipendi dei giornalisti, richiamare i corrispondenti dall’estero e limitare drasticamente le uscite degli inviati. Una situazione tale da spingere qualcuno a ipotizzare la sparizione totale dei giornali nel giro di un paio di decenni.

Ma cosa sta succedendo nell’editoria? Di chi è la colpa di questa situazione gravissima?

SOFFOCATI DALLA RETE: UN LIBRO DI ENRICO PEDEMONTE

C’entra naturalmente la crisi economica, che riduce drasticamente le possibilità economiche dei lettori e gli investimenti pubblicitari, ma c’è qualcosa di più profondo e ancor più radicale che sta mutando drammaticamente il panorama informativo a cui eravamo abituati da oltre un secolo. Questo mutamento è al centro del volume di Enrico Pedemonte “Morte e resurrezione dei giornali”, edito da Garzanti (€ 14.60). Ecco come l’autore ne parla con Daniela Minerva, dell’Espresso.

Pedemonte, chi sta uccidendo i giornali?
“Il Web è l’indiziato numero uno perché toglie ai giornali la loro centralità sociale. Basti pensare che fino a ieri i quotidiani, oltre alle news, fornivano una serie di servizi indispensabili al cittadino: i cinema, le farmacie, le quotazioni di Borsa, e così via. Ma oggi tutto questo si trova su Internet in tempo reale. News comprese”.

Secondo l’autore quello che sta morendo è il giornale nella sua forma fisica di “manufatto di carta”, con molte decine di pagine articolate in diverse sezioni e circa metà dello spazio occupato dalla pubblicità. Ma ciò non vuol dire che stia scomparendo la professione del giornalista, che venga meno il suo ruolo essenziale di raccoglitore e canalizzatore di notizie, e di controllore del potere. Soltanto esso deve cambiare in profondità e adeguarsi alle nuove tecnologie e alle nuove modalità di fruizione del pubblico.

CARTA ADDIO, MA SALVIAMO IL GIORNALISMO

Nell’intervista Pedemonte parla di “informazione personalizzata”, grazie ai cosiddetti web media a cui tutti ormai hanno libero accesso…
“Sul Web ognuno crea la sua edicola personale. Il giornale come manufatto complesso viene scorporato nelle sue singole unità. I lettori usano le news come merce di scambio sociale: quando trovano un articolo interessante lo segnalano agli amici via Web. Quelli di Google parlano di “unità atomiche dell’informazione””.

Lei, però, parla anche di “resurrezione” dei giornali. Chi potrà rivitalizzarli?
“Bisogna salvare due cose indispensabili alla società e alla democrazia: il giornalismo investigativo che serve a controllare il potere, e il giornale come punto di incontro delle comunità. Per prima cosa è necessario riconoscere che i giornali svolgono un servizio pubblico: le ricerche internazionali dicono che il 95 per cento delle notizie le trovano i giornali di carta, le tv si limitano a ridistribuirle. Chi troverà le notizie se i giornali muoiono? E poi: gli italiani passano oltre sei ore al mese su Facebook e 43 minuti a leggere news. Il bisogno primario è comunicare. I giornali devono diventare strumenti di comunicazione, riacquistare la loro centralità sociale, altrimenti sono fritti. Non lo dico io. Lo dice il “New York Times””.

UN RISCHIO PER LA DEMOCRAZIA, MA IN ITALIA NON SE NE DISCUTE

Peccato che mentre all’estero di tutto questo si discute pubblicamente e in profondità, da noi stia avvenendo nel disinteresse generale, come se non investisse profondamente la stessa sostanza della democrazia. Le molte e ben note anomalie del sistema politico ed editoriale italiano fanno si che “il tracollo di un settore chiave per la democrazia sia trattato alla stregua di una vicenda privata di un gruppo di editori e di una corporazione di lavoratori (…) Da noi gli editori affrontano il problema spartendosi i soldi pubblici (per i prepensionamenti dei loro dipendenti, ndr) in una trattativa, ignorata dai giornali, con un governo che ha i ben noti conflitti di interesse. Parafrasando una formula spesso usata dagli opinionisti Usa, “gli italiani meritano di meglio”. La crisi dei giornali non è un dramma privato di editori e giornalisti, ma un problema della società civile. Che dovrebbe riappropriarsene”.

 

 

GIORNALI, CENTO TESTATE A RISCHIO CHIUSURA. LE CAUSE E I RIMEDIultima modifica: 2010-11-26T10:39:15+01:00da sergiofrigo
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