UNITA’ D’ITALIA, FEDERALISMO, SECESSIONE: UNA SFIDA PER LA SINISTRA E LE ÈLITES MERIDIONALI

Ecco il testo del mio intervento di oggi al Festival Comodamente di Vittorio Veneto, nel dibattito sull’Unità d’Italia con Edoardo Pittalis, Tiziana Agostini e Marzio Favero.

“Dio sa cosa ne sarà di questo rivolgimento italiano. Così comera in Italia, non poteva rimanere; così comè, non rimarrà; quel che dovrebbe essere, purtroppo non lo diventerà. Io non do un giudizio sullesito di questa strana rivoluzione, ma preferisco sempre un torrente dal corso impetuoso, e di cui ignoro la direzione, alla palude stagnante e putrida; e in questultima lItalia si era trasformata gradualmente.

 

Sembra scritto da qualche giornale straniero in questi giorni, invece è la relazione che Ferdinand Gregorovius, storico tedesco, mandava nel dicembre 1860 (quindi poco prima dellunità) al segretario di Stato prussiano Hermann von Thile 150 anni dopo non pare sia cambiato molto. E se non vi va il termine putrida, che ricorda un po’ troppo la fogna invocata in questi giorni dal leader democratico Bersani, credo che sullo stagnante ci sia poco da discutere.

Ma c’è un torrente dal corso impetuoso, di cui pure si ignora la direzione, che può smuovere le acque? E può esserlo, magari, il federalismo?

 

Ecco, mi sono chiesto in questi giorni come sarebbe stato possibile coniugare il tema dell’unità d’Italia con il filo rosso della leggerezza, che caratterizza questo festival. E mi sembra di poter dire che di leggerezza ce ne sia fin troppa, di questi tempi, nel modo con cui si sta affrontando il tema dell’Unità d’Italia, e soprattutto quello speculare ma mai esplicitato della sua divisione.

“NON SIAMO STATO NOI”

Ce ne occupiamo, e soprattutto preoccupiamo, poco, perché – per citare un vecchio e divertentissimo libro di Stefano Benni “Non siamo Stato noi”. Non siamo Stato, e non avvertiamo come nostra colpa il non esserlo, né come nostra responsabilità fare in modo che lo diventiamo. Ma questo avviene da sempre, tanto è vero che Giuliano Amato, che presiede il Comitato nazionale per le celebrazioni dell’Unità nazionale, sostiene che un elemento di identificazione tra gli italiani è che lungi dal proiettare se stessi nello Stato, a causa di secoli di dominazioni straniere parcellizzate e bellicose hanno fondato la loro identità nella difesa DALLO Stato.

Ma già su questo assunto, mi rendo conto, c’è chi avrebbe da eccepire: il localismo nostrano, ad esempio, avrebbe da ridire che siamo fin troppo uno Stato, ma uno Stato centralistico, che non consente alle nazioni che esso ha assoggettato nel Risorgimento di manifestarsi come tali.

Solo che sul fatto che noi italiani siamo o meno una nazione si sono scritti negli ultimi decenni tanti di quei libri da poter riempire una biblioteca: e il dubbio affiora in tutti, emergendo in maniera netta ad esempio già nell’importante volume scritto da Gian Enrico Rusconi nel 1993 “Se cessiamo di essere una nazione” del Mulino.

Ebbene, chi ha letto in queste settimane su Repubblica il viaggio sulle orme di Garibaldi compiuto da Paolo Rumiz, già autore qualche anno fa della Secessione leggera, avrà colto in quali modi il nostro Paese perde pezzi, si allunga, si frammenta, e riconosce la propria identità nazionale soprattutto nei difetti.

L’INCERTA IDENTITA’ NAZIONALE

Per entrare più nel merito ecco come descriveva, una quindicina di anni fa, la nostra identità nazionale lo storico Paul Ginsborg:

“Il cattolicesimo, l’amore per la famiglia, l’estro artistico, la generosità, la passione per il calcio, la mentalità clientelare, élites politiche e culturali non all’altezza dei tempi, gioia di vivere, scarsa identificazione con lo Stato”.

Ferdinando Camon qualche settimana fa commentando questa definizione ha sostenuto che le cose, lungi dal cambiare, sono pesantemente deteriorate: perché il cattolicesimo ha perso da tempo la sua forza unificante, eroso dalla cultura moderna filosofica e scientifica e dal primato della coscienza individuale; che la famiglia rimane un valore altissimo, ma come fortilizio assediato contro l’esterno, o come base di clan che si fanno i propri interessi, l’un contro gli altri armati; che quanto a generosità siamo sempre più paleo cattolici, nel senso che magari regaliamo i vestiti smessi alla Caritas, ma tendiamo a negare la sanità e la cittadinanza agli stranieri che ne avrebbero diritto; che le élites assomigliano sempre più a oligarchie inamovibili; e che in generale neppure gli italiani per bene si identificano più nello Stato perché sono migliori di esso…

TRA SECESSIONE E FEDERALISMO

In questo quadro sconsolante si è venuta a innestare, da qualche anno, la questione secessionista, riveduta e corretta negli ultimi tempi in questione federalista. Una riforma che – se andrà davvero in porto nella sua compiutezza (cosa di cui c’è molto da dubitare) – assomiglierà tanto a una rivoluzione: esso non sarà infatti solo un diverso assetto istituzionale, ma avrà effetti importantissimi sulla nostra vita, e in particolare sulla tenuta dell’unità del paese e sulle modalità con cui si raffronteranno le sue diverse aree.

Eppure di questo passaggio epocale si discute pochissimo, e solo in ristretti ambiti politico-istituzionali, concentrandosi esclusivamente su costi standard e quantità di finanziamenti ai servizi pubblici, sostanzialmente su un arido (anche se necessario) conteggio del dare e dell’avere fra regioni.

FEDERALISMO SENZ’ANIMA NE’ DISCUSSIONI

0cm; margin-bottom: 0cm;”>Qualche settimana fa Famiglia Cristiana, che ormai anche per Bobo di Staino ha sostituito l’Unità e il Manifesto nella mazzetta dei giornali del bravo militante di sinistra, ha scritto che “Si propone un federalismo che sa di secessione. Senz’anima né solidarietà. Mancano persone capaci di offrire alla nazione obiettivi condivisi… Non emerge un’idea di bene comune, che permetta di superare divisioni e interessi di parte”. Ci sono state solo risposte di prammatica, ma il dibattito, sostanzialmente, non si è sollevato.

Questo silenzio si avverte anche nel Veneto, dato che neppure il fatto di guidare la Regione rende la Lega capace di trasformare il federalismo in qualcosa di diverso e di più di una battaglia di parte: e in questo la carenza culturale del Carroccio si avverte tutta. Qualcuno ha sentito un intellettuale, uno storico, un qualsiasi testimone dell’italianità, proferire verbo al riguardo? Si è visto un giornale sollevare il dibattito e portarlo avanti con serietà e determinazione? E fra i politici dei diversi schieramenti, qualcuno dà l’impressione di avere coscienza che si sta discutendo di questioni cruciali per il nostro futuro? Si è discusso certamente di più negli anni Sessanta, quando si è varata la formula del centro-sinistra, che peraltro associava i socialisti al governo, ma non cambiava certo gli assetti del Paese. Ma perché questo silenzio?

A mio parere non se ne discute perché non si crede realmente che il processo federalista andrà a buon fine. Nonostante le accelerazioni del governo prima della pausa estiva, infatti, l’applicazione pratica del federalismo – complice la crisi economica e le resistenze politiche ramificate a vari livelli – appare ancora incerta e futuribile. Molti osservatori sostengono poi che esso – lungi dal trasformare in un Bengodi le regioni del Nord – a causa dell’asfissia della casse dello Stato finirà, una volta applicato, per far avere ai cittadini meno servizi a costi maggiori: nonostante le rassicurazioni della Lega e di Tremonti infatti, secondo i quali il federalismo assicurerà solo risparmi e quinti nuove risorse disponibili per i territori, è noto a qualsiasi imprenditore e a qualsiasi amministratore che senza un investimento iniziale, i risparmi non si realizzano. E soldi per gli investimenti non se ne vedono.


E SE LE RIFORMA NON SI FA?

 

Fra gli stessi leghisti cominciano ad affiorare dubbi e insicurezze, palesate per la prima volta anche durante il tradizionale raduno di Pontida. Ma questo suscita un altro interrogativo, su cui ho cercato di promuovere un confronto nel mio blog www.sergiofrigo.it, sottoponendo a studiosi e intellettuali (e ad esponenti leghisti) la fatidica domanda: e se dopo un’attesa messianica il federalismo si rivelasse un guscio vuoto, cosa accadrebbe nel popolo del Nord? Proprio Marzio Favero ha risposto che senza un federalismo vero si spaccherebbe il Paese, e che la secessione (economica, etica, culturale) è già in atto, a causa di un centro che continua a chiedere sacrifici a una parte del paese senza riuscire a dare risposte all’altra.

 

È, in buona sostanza, la posizione di Luca Zaia, secondo cui il federalismo è l’antidoto alla secessione, un rimedio alle spinte centrifughe in atto nel paese. Ma Zaia dice, in sostanza, rivolto alle regioni del Sud, mettiamoci d’accordo sulla cifra a cui avete diritto, noi ve la diamo e voi andate per i fatti vostri: non mi sembra un atteggiamento molto costruttivo per dei fratelli che devono convivere sotto lo stesso tetto nazionale, ma semmai adatto solo fra soci che si separano.

 

LA  SFIDA PER LA SINISTRA E LE ELITES DEL SUD

 

Eppure il nodo su cui bisogna concentrarsi per cercare di salvare il salvabile è proprio questo, e assieme potrebbe essere anche il punto di partenza di una seria alternativa politica a quella incarnata nel governo da Tremonti e dalla Lega: oggi a ostacolare l’avvio a pieno regime del federalismo c’è la massa critica del Meridione, che le sue elitès e le opinioni pubbliche sostanzialmente interpretano come un drastico ridimensionamento dei proventi che ora percepiscono dal resto del paese attraverso lo Stato. Ma ci sono resistenze che attraversano tutto il paese e le più diverse aree politiche, a partire dalla sinistra o dai finiani, mentre il federalismo non ha mai scaldato gli animi degli intellettuali.

Ebbene, è proprio questo nucleo di resistenti che si deve porre con urgenza la questione, per evitare di vedersela scoppiare fra le mani: e la questione è, come ha segnalato Luca Ricolfi, l’inaccettabile disparità fra regioni che danno e regioni (non solo a sud, anche a Nord del Po, e anche molto vicino a noi) che ricevono: una disparità calcolata in una cinquantina di miliardi di euro l’anno. Non a caso la Lega, dopo aver conquistato o raggiunto il governo nelle regioni del Nord che pagano di più a questo sistema (Lombardia, Veneto, Piemonte) sta puntando con decisione all’Emilia Romagna, che è l’altra grande regione pagatrice. E non crediate che il fatto di essere la roccaforte della sinistra metta questa regione al riparo dall’assalto leghista: buona parte dei voti leghisti arrivano dai ceti lavoratori che fino a ieri votavano prima il Pci e ora il Pd. Ricordo che i primi cenni di smottamento dentro le mura sindacali nostrane si registrarono all’indomani del terremoto dell’Irpinia, quando i delegati del Nordest accorsi ad aiutare quelle popolazioni si ritrovano frustrati e delusi di fronte a un certo atteggiamento fatalista e assistenzialistico che riscontrarono fra i loro colleghi e fra la gente, a confronto del darsi da fare dei friulani nelle stesse circostante.

Le questioni a cui dovrebbero applicarsi con severità e rigore gli intellettuali meridionali, le elites più avanzate, i politici più avvertiti, soprattutto quelli della sinistra che intendano davvero contrastare il rischio della secessione, sono il controllo esercitato soprattutto nelle regioni meridionali dalla criminalità organizzata, sono un sistema scolastico che premia la moltiplicazione delle cattedre e dei voti di eccellenza, piuttosto che mirare davvero alla qualità della formazione, sono una sanità che drena risorse senza restituire servizi adeguati, sono nelle tasse locali, che secondo la Commissione paritetica sul federalismo fiscale vedono i cittadini del Nord pagare in media 1000 euro all’anno più di quelli del Sud.

La strada non è quindi pagare quanto si deciderà di pagare al fondo perequativo, e poi chi s’è visto s’è visto, ma continuare a porsi l’obiettivo ambizioso di correggere le strutture e migliorare il paese nel suo insieme, tutti insieme, e per primi coloro che i problemi li hanno vicini. La strada è quella segnata da un intellettuale e politico meridionale che ha a cuore più di tutti l’efficienza dello Stato e la giusta ripartizione delle sue risorse, con l’autogoverno territoriale, ma anche la sua indiscutibile unità, seppure nella forma di governo federalista: un politico che per fortuna è alla guida della nostra Repubblica, Giorgio Napolitano.

UNITA’ D’ITALIA, FEDERALISMO, SECESSIONE: UNA SFIDA PER LA SINISTRA E LE ÈLITES MERIDIONALIultima modifica: 2010-09-03T15:19:00+02:00da sergiofrigo
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