ANDREA ZANZOTTO, UN ANNO DOPO LA SUA VOCE CI PARLA ANCORA

 

Where poppies played

the sickle passed a hundred year ago –

now shy smell of grass remains:

oblivion, yet living oblivion

Dove giocavano i papaveri

la falce passò un centinaio di anni fa –

ora timido resta l’odore dell’erba:

oblio, ma oblio vivente

 

Andrea Zanzotto, poeta, haiku, Pieve di Soligo, paesaggio, Luciano CecchinelI poeti, si sa, lasciano in eredità soprattutto le loro parole. Si tratta di un’eredità importante, perché consente loro, metaforicamente, di tornare a vivere ogni volta che qualcuno le legge. Nel caso di Andrea Zanzotto, di cui oggi ricorre il primo anno dalla scomparsa, è ancora più vero, perché le sue parole di ritorno sono anche inedite, come il frmmento che ho ricopiato qui sopra. In vista dell’anniversario, infatti, la Chicago Press ha pubblicato la sua raccolta “Haiku for a sesason” (a cura di Anna Secco e Patrick Barron), che raccoglie le brevi poesie in stile giapponese in cui il poeta di Pieve di Soligo si cimentò – quasi casualmente – tra la primavera e l’estate dell’84, per cercare di guarire dalla depressione che in quel momento l’attanagliava. Sono immagini che si affacciano nella sua testa e che egli trasferisce sulla carta, piccoli squarci del suo paesaggio interiore.

Questa raccolta fu l’ultimo libro che Zanzotto licenziò per le stampe, prima di morire, anche se per il momento la leggeranno solo i lettori anglo-americani, poiché non è ancora stabilita l’uscita italiana. E d’altra parte questi piccoli componimenti furono concepiti da lui stesso in inglese, un inglese infantile come il suo “petèl” (e da lui stesso successivamente tradotti in italiano). Sulla scorta della tradizione giapponese, a caratterizzarli è la leggerezza dei temi ispiratori, in prevalenza le “suggestioni effimere” che gli arrivano dal suo sguardo attento sulla natura e sull’evolversi delle stagioni, che si intrecciavano con gli umori profondi della sua psiche ricchissima e inquieta.

 

The bad prophet with umbrella

goes away away shaking –

in a fairy-blue corner –

the gentle eclipse gently knifes the sun

 

*

Less and less do little hopes burn

more and more doubtful minutes

nobody here will know the event

Il cattivo profeta con l’ombrello

se ne va lungi scuotendolo –

in un angolo blu fatato –

la gentile eclisse gentilmente accoltella il sole

 

*

Sempre meno le piccole speranze bruciano

sempre più dubbiosi si fanno i minuti

nessuno qui conoscerà il vero

 

 

IL RICORDO DELL’AMICO LUCIANO CECCHINEL E DELLA MOGLIE MARISA

Andrea Zanzotto, poeta, haiku, Pieve di Soligo, paesaggio, Luciano CecchinelSpesso dei grandi artisti – al di là del valore delle opere – dopo la loro scomparsa rimangono memorie personali sgradevoli, angoli della personalità che si preferirebbe mantenere nascosti, perché segnati dalla meschinità o dalla cattiveria, ma che puntualmente qualche familiare o qualche “amico” si incarica di portare alla luce. Con Andrea Zanzotto, avviene il contrario. Sia gli scritti inediti che il ricordo delle persone che gli sono state vicine concorrono infatti a ricostruire una personalità ancor più complessa e variegata di quanto non immaginassero i lettori, e soprattutto dotata di un senso dell’umorismo noto soltanto agli intimi, oppure intuito dai più attenti esegeti dei suoi scritti.
È il poeta di Revine Luciano Cecchinel, che lo stesso Zanzotto considerava suo Andrea Zanzotto, poeta, haiku, Pieve di Soligo, paesaggio, Luciano Cecchinel
erede letterario, a rievocarne, assieme alla vedova Marisa, i lati del carattere più giocosamente insospettabili che emergevano nella quotidianità di lunghi pomeriggi passati insieme nella casa del maestro, a Pieve di Soligo. 
“Non fu un rapporto facile per me, soprattutto all’inizio. Sentivo troppo la sua superiorità, e glielo dissi anche esplicitamente, un giorno, avvertendolo  che non avremmo mai potuto essere amici. Poi invece, paradossalmente, proprio questo è avvenuto: grazie a una frequentazione fitta e alla sua grande disponibilità umana, è diventato il mio più grande amico, la persona a cui raccontavo tutto di me, senza remora alcuna”.
E lui? Cecchinel si schermisce, non vuole dirlo, poi se lo lascia strappare: 
“Si, anche lui diceva questo di me, ma non lo scrivere”.
Pian piano nel racconto si ricostruiscono i pomeriggi passati insieme, in cui 
Zanzotto parlava a lungo, di cose ultime ma anche molto quotidiane, in cui 
guardavano insieme in televisione il Tour de France o ascoltavano vecchie 
canzoni anarchiche, e poi si addormentavano sul divano. E riemergono le 
considerazioni del Maestro sulla poesia (“un poeta deve essere monomaniacale”), 
la coerenza (“è difficile essere coerente: tu lo sei più di me”, diceva a un 
confuso Cecchinel), la sua vita e la sua salute (“invidiosi di me? – rispondeva 
a qualche osservazione della moglie – Ma se faccio una vita monacale!”). E poi 
gli scherzi e le battute, “ma sempre amabili e bonarie: come i processi che 
imbastivamo a questo o a quello scrittore o intellettuale suo amico, ai quali 
poi comunicavamo la sentenza”. Fra le “vittime” Gian Mario Villalta, oppure 
Massimo Cacciari.
Oggi Cecchinel dice di vivere un grande spaesamento, di fronte alla sua 
assenza, che lo assale soprattutto quando gli capita di percorrere la strada 
per Pieve. “Ho anche cominciato a ricercare e mettere via, spasmodicamente, 
cose che lo riguardano, salvo poi – come facevo dopo la morte di mia figlia – 
non avere il coraggio di guardarle”. Ogni tanto sente la badante che assisteva 
l’amico, e i figli e la moglie.
Lei, Marisa, si dice sempre più lontana da Pieve, sbuffa per il Requiem di 
Mozart che il Comune dedica stasera al marito (“Mi sembra che gli facciano il 
funerale un’altra volta”), protesta per il condominio che stanno costruendo 
davanti alla casa da cui Andrea guardava il suo paesaggio, e che con un omaggio 
improprio hanno chiamato il Filò. Poi si addolcisce ricordando il compagno di 
una vita (“ci siamo fidanzati che ero in seconda liceo, e lui aveva quasi il 
doppio dei miei anni”): “Abbiamo avuto alti e bassi, come tutti. A me ad 
esempio faceva arrabbiare il fatto che fosse fin troppo modesto e disponibile, 
e che non tutti – soprattutto all’inizio – riconoscessero il suo valore. Ma lui 
era una persona eccezionale, lasciava che parlassero le sue poesie: “le mie 
cose restano”, mi diceva. Con la sua morte mi è venuto a mancare riferimento 
della vita”.

GLI OMAGGI DI PADOVA, TREVISO, PARIGI

Tra le tante le iniziative in programma per ricordare il poeta oggi alle 17.30  all’Università di Padova (Archivio antico del Bo) un convegno con Armando Balduino Michele Cortelazzo, Matteo Giancotti (che sta realizzando un libro con i suoi scritti sul paesaggio), Giuiano Scabia, Giorgio Tinazzi ed Emanuele Zinato; stasera Treviso (alle 21.15, all’Auditorium della Provincia) lo spettacolo “Tera coss’atu tera” (con Sandro Buzzati, tratto dal “Filò. Per il Casanova di Fellini”, appena ripubblicato da Einaudi): altri incontri si terranno anche a Milano, Venezia, Bologna e il 25 e 26 ottobre all’Istituto italiano di cultura di Parigi.

 

dal Gazzettino 18/X/2012

ANDREA ZANZOTTO, UN ANNO DOPO LA SUA VOCE CI PARLA ANCORAultima modifica: 2012-10-18T11:10:00+02:00da sergiofrigo
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