LA LEGA, LO STATUTO REGIONALE E LO SLOGAN “PRIMA I VENETI”: ma le compensazioni per i ceti deboli sono una sfida per la sinistra

 

Oggi parlando con alcuni colleghi giornalisti si notava che sulla bozza di statuto regionale presentata da Pdl e Lega (in particolare sulla rivendicazione dell’autonomia regionale e sullo slogan “prima i veneti” che connota politicamente il documento) c’è stata una mezza sollevazione fuori dal Veneto (“è secessionista”, ha detto qualcuno, “è razzista”, ha detto qualcun altro, soprattutto finiani e sinistra) mentre qui da noi le prese di distanza anche dalle opposizioni sono state piuttosto blande.

Molto più interesse ha suscitato ad esempio il dibattito inno si, inno no, inno quale, su cui le proposte si sono sprecate, dalla Primavera di Vivaldi (il maestro Scimone) a “Nineta monta in gondola”, da “Me compare Giacometo” a “Xe morto el biscaro”, a “La porsea”. Daltra parte se c’è da fare dell’ironia (e autoironia) la sinistra non si tira mai indietro.

 

 

PERCHÉ PROTESTANO SOLO GLI ALTRI?

Ma torniamo al primo punto, con una domanda scomoda: non è che la sinistra veneta è talmente sotto egemonia altrui, che registra con olimpica serenità tutte le castronerie che vengono proposte, senza coglierne la portata destabilizzante? In altre parole: non è che anche la sinistra veneta si è ormai leghizzata? Oppure, semplicemente, il resto del paese non capisce niente di noi (o noi non ci sappiamo rappresentare al resto del paese)?

Lascio a voi la risposta, ma entro nel merito su un punto specifico, che mi sta più a cuore visto che ci ho anche scritto su un libro: lo slogan “prima i veneti”, che detta la filosofia dello statuto, dopo aver connotato la campagna elettorale di Zaia. La formulazione com’è noto è “La Regione si adopera in particolar modo in favore di tutti coloro che dimostrano un particolare legame con il territorio”. Il leghista Federico Caner, presentatore del documento assieme a Dario Bond, del Pdl, ha spiegato che “non c’è nessun razzismo, se uno straniero senza cittadinanza è residente qui da 15 anni, i punti in più li prende anche lui”. Faccio un’osservazione preliminare: 15 anni, è questo il termine corretto per cominciare a considerare un immigrato assimilabile a un veneto nei diritti? Non bastano nemmeno i 10 anni della cittadinanza?

E poi: cosa significa “particolare legame col territorio”: gli inquinatori o i palazzinari veneti ce l’hanno, un “particolare legame col territorio? E ancora: chi decide quanto deve essere particolare questo legame, e quali sono i modi con cui la Regione si adopererà per chi lo possiede?

Detto questo, la questione va affrontata seriamente, perché è decisiva nei rapporti fra sinistra, popolo veneto e Lega. Innanzitutto “Prima i Veneti” è uno slogan ingiusto e ipocrita: la sua diretta conseguenza è “e agli altri quello che resta”, cioè le briciole; perché è ovvio che ci sarà sempre un veneto che potrà rivendicare per sé quello che dovrebbe essere condiviso con gli altri.

ALCUNI VANTAGGI PER I RESIDENTI

Altro discorso però è quello dei vantaggi da riconoscere ai residenti, soprattutto gli appartenenti ai ceti deboli. E qui la sinistra non si deve sottrarre al confronto, prima di tutto dentro se stessa. O vogliamo lasciarne la rappresentanza in toto alla Lega?

Qui bisogna fare un passo indietro, ragionando sugli effetti concreti dell’immigrazione: necessaria alla nostra società, come riconoscono quasi tutti, anche se con ricadute totalmente diverse fra le categorie sociali che ricavano da essa benefici tangibili (gli imprenditori nelle loro fabbriche, ad esempio, o le famiglie benestanti con l’assistenza o il lavoro domestici), e le classi più deboli, come anziani, operai di scarsa qualificazione, casalinghe, disoccupati, che trovano negli immigrati solo degli scomodi concorrenti nella ricerca di un’occupazione, nell’accesso agli alloggi popolari, nel ricorso al welfare, oltre che – soprattutto nei quartieri più popolari – dei fastidiosi vicini di casa.

Per questo non va sottovalutata la possibilità di introdurre nelle procedure per l’accesso ai servizi pubblici una serie di misure (delle “compensazioni”) per rendere meno gravosa agli italiani poveri la convivenza con gli immigrati: ci possono essere interventi territoriali, rivolti soprattutto ai quartieri a maggior concentrazione di stranieri, che testimonino di una “presa in carico” collettiva dei problemi di sicurezza e welfare spesso legati alla loro presenza; ma ci può stare a mio parere anche il collegamento fra l’accesso a determinati diritti (fatti salvi ovviamente quelli fondamentali come la salute) e la durata della permanenza in Italia, con la concessione di punteggi maggiori a chi risiede qui da più anni; un altro criterio può essere invece l’esclusione dal diritto per chiunque sia stato condannato per determinati reati: ma la norma dovrebbe valere sia per gli italiani che per gli stranieri: è sgradevole tanto che un alloggio pubblico, ad esempio, vada a uno spacciatore nigeriano, quanto  a un evasore fiscale italiano.

Tutto da valutare invece se la residenza deve premiare anche nelle graduatorie per i lavori pubblici: un imprenditore, tanto per dire, preferirebbe un italiano scarso e indolente o un immigrato bravo e volenteroso?

ALCUNE DOMANDE SCOMODE

Per la sinistra non sono discorsi facili. D’altra parte, però, nello schivarle toccherebbe porsi altre domande scomode. Ad esempio: riteniamo che si debba assicurare una tutela sociale totale a chiunque, anche appena arrivato tra noi, e ai suoi  parenti? Siamo consapevoli che più persone aiutiamo, meno aiuti distribuiamo pro capite? Siamo pronti a sostenere che non si debba fare alcuna differenza fra poveri, italiani e immigrati che siano, pagandone politicamente il prezzo? E come ci regoliamo quando a chiedere chiusure e discriminazioni verso i nuovi arrivati sono immigrati presenti fra noi da tempo?

 

 

 

 

 

 

LA LEGA, LO STATUTO REGIONALE E LO SLOGAN “PRIMA I VENETI”: ma le compensazioni per i ceti deboli sono una sfida per la sinistraultima modifica: 2010-08-14T03:12:00+02:00da sergiofrigo
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