ADDIO A CESARINA VIGHY – Una morte stoica

 

PG_27-1.jpgimages-11.jpegNella notte fra il 30 aprile e il primo maggio si è spenta a Roma, serenamente, la scrittrice di origini veneziane Cesarina Vighy, 74 anni, da tempo ammalata di Sla. Lo scorso anno i suo libro “l’ultima estate” era stato un caso letterario: è stato tra i finalisti del Premio Strega e ha vinto il Campiello Opera Prima.

Con Cesarina Vighy, da allora, ho avuto qualche scambio via mail, l’unica modalità di comunicazione che le era rimasta, ma mi hanno parlato molto di lei l’amica veneziana Luciana Boccardi e la figlia Alice, entrambe protagoniste dell’ultimo libro, l’ultimo dono di Cesarina: si intitola “Io scendo. Buon proseguimento” (con una densa introduzione di Vito Mancuso).

Proprio il giorno prima della sua morte avevo pubblicato una recensione sul Gazzettino, che allego.

Entrambi i suoi libri sono assolutamente da leggere: commuovono, divertono e fanno pensare. Soprattutto ci costringono a confrontarsi col tema della sofferenza e della morte, senza compiacimenti e senza eccessive paure, quasi con stoico divertimento.

 

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UNO SBERLEFFO AL DOLORE

L’ultimo libro dell’autrice veneziana costruito su e-mail scambiate con la figlia e con amici dal letto in cui è costretta dalla Sla

scendo_light-ae555.jpgCi si aspettava un romanzo su un gruppo di personaggi chiusi in un castello, oppure una raccolta delle sue poesie, definite straordinarie da chi le ha potute leggere. E invece il nuovo libro di Cesarina Vighy, la scrittrice veneziana scoperta lo scorso anno al Campiello (Premio Opera Prima) e allo Strega (finalista) con “L’ultima estate”, è il racconto in presa diretta della sua vita di malata di Sla, ricostruito nello scambio quotidiano di e-mail con le persone care: l’unico modo che le è rimasto per comunicare a causa del progredire della malattia.

Il libro (oggi in libreria) si intitola “Scendo. Buon proseguimento”, è edito ancora da Fazi (€ 15) e si presenta con una densa introduzione di Vito Mancuso, che ne interpreta i contenuti – sperando «che Cesarina Vighy non si arrabbi troppo» – come la manifestazione «nelle sue laicissime pagine», del «vento sottile dello Spirito».

I destinatari delle mail sono in primo luogo la figlia Alice, poi l’amica veneziana Luciana Boccardi, quindi un cugino, la confidente che crede in Dio e quella che non crede, un immaginario professore di letteratura… E i protagonisti sono il marito premuroso e incazzoso, il nipote musicista e filosofo, i gatti, gli uccelli che fanno capolino alla sua finestra, e poi i personaggi del mondo editoriale e mediatico che si affacciano (sempre virtualmente) nella sua vita man mano che prende forma e poi “esplode” il successo del suo primo libro, chiedendole interviste e scrivendo recensioni, che lei registra con soddisfazione ma senza abdicare alla consueta, severa lucidità.

Lei infatti è l’adorabile, coltissima, caustica bisbetica di sempre, ma qui si rivela anche e soprattutto madre esigente e dolcissima, che chiama la figlia Alice con mille vezzeggiativi e ne gode appieno (finalmente, sembra di capire) l’amore, la dedizione, i progressi professionali, le schermaglie affettive: soprattutto pare di cogliere (venato da qualche senso di colpa) un suo sottile piacere nel vedersi giocoforza rappresentata da lei alle liturgie culturali seguite alle affermazioni del romanzo.

Con la figlia, e con gli amici più intimi, Cesarina si concede di condividere – con molta misura – un po’ della sua sofferenza; ma soprattutto le interessa manifestare le caratteristiche più autentiche del suo spirito battagliero, e in particolare quella adesione profonda alla vita e insieme quella capacità di guardarsi da fuori che la malattia ha distillato e, forse, potenziato; e che la rendono capace di esprimere con soavità giudizi taglienti fino alla crudeltà (anche su se stessa e sulla sua condizione di malata), ma senza (quasi) mai far venir meno la pietas, e soprattutto senza rinunciare a un contagioso e spiazzante umorismo.

Gli esempi potrebbero essere centinaia: basti riferire i suoi commenti al suo “funeralino da viva” organizzato nella “maligna” Venezia dagli amici dell’Università «con alcuni reduci», oppure il puntiglio con cui reagisce ad un editing che avrebbe troppo ripulito il suo libro, o ancora la definizione usata con la figlia per il futuro genero, che è poi anche il suo editore: «quel signore nero nero che ti sta spesso a fianco nelle fotografie»…

Ma è proprio in questo umorismo che Mancuso ritrova la manifestazione del «vento sottile dello spirito», nonostante l’autrice scriva parole durissime verso la Chiesa sulle questioni bioetiche (e il teologo cose altrettanto severe sull’inadeguatezza dell’«offerta religiosa» su questi temi): perchè, dice Mancuso, il suo umorismo masce dal sentimento, non dal risentimento, ed è una espressione insieme di libertà e di capacità di andare oltre le secche dell’io, per abbracciare la giustizia, nella forma di un «amore esercitato con l’esattezza cui aspira la mente». E tutto questo si manifesta proprio attraverso la scrittura, attività terapeutica che le permette di abbandonare per un po’ se stessa e i propri dolori, per godere della verità, della poesia e della bellezza: nella scrittura si esprime dunque «la partecipazione della psiche alla dimensione dello spirito».

Ora aspettiamo i suoi versi. E se sarà possibile provi a durare un po’ oltre il mese di luglio, posto nell’ultima mail come l’ultimo traguardo a cui di arrivare.

 

 

ADDIO A CESARINA VIGHY – Una morte stoicaultima modifica: 2010-05-04T11:06:11+02:00da sergiofrigo
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