IL CRONISTA DI CAMPAGNA E GLI INVIATI DI CITTÀ

Biennale2013.jpgMentre corro ancora su e giù per Venezia, sudato e affannato, per Biennale e dintorni (vedrete domani chi ho incontrato!) mi è venuta in mente la storiella del cronista di campagna e degli inviati di città. Perché alla gente viene naturale pensare ai giornalisti come a un’unica categoria di privilegiati, mentre di categorie ce ne sono almeno tre o quattro, con caratteristiche (e condizioni di lavoro) molto diverse fra loro, e in Biennale (fra ben 5700 accreditati) si ritrovano tutti.



QUELLI CHE VANNO ALLA BIENNALE PER HOBBY

Ci sono dunque gli hobbisti, che si aggirano fra Arsenale e Giardini con sottomano la mappa dei padiglioni e l’elenco delle inaugurazioni, che sono spesso lunghe e noiose, ma alla fine ti ripagano con salatini, prosecco e tartine, così ti eviti il fastidioso (e costoso) passaggio al bar; questi colleghi (spesso colleghe) in genere si muovono con tranquillità, chiacchierando fitto, leggendosi tutte le didascalie e scattando foto qua e là, tanto se va bene scriveranno con calma, una volta tornati a casa, su qualche improbabile rivista di settore.

I PRECARI TUTTOFARE E SOTTOPAGATI

Dall’altro lato della piramide ci sono i giovani (e meno giovani) precari, che lavorano praticamente gratis, magari per un sito o una tv locale, hanno si e no un’ora di tempo per la Biennale, perché li aspetta un altro servizio da fare dall’altro capo della città, e in quest’ora devono far finta di avere visto tutto, e magari si portano appresso anche la telecamera (la benemerita categoria del cameraman sta ahimè scomparendo), e le tartine se le ficcano in tasca perché non hanno il tempo di fermarsi a mangiarle.

GLI AFFANNATI CRONISTI DI CAMPAGNA

Biennale2013A.jpgPoi ci sono i giornalisti strutturati, la “creme” della professione, perché hanno (per il momento) lo stipendio assicurato da un “vero” giornale, e magari si occupano solo di cultura e di arte, tirandosela da specialisti perchè non confondono la scopa di un inserviente con un’opera d’arte, e capiscono quando un quadro è appeso dal lato sbagliato.

Ma anche qui, ahimè, c’è la serie A e la serie B. C’è chi, per esempio, vive nelle vicinanze e scrive per i giornali della zona, e per venire alla Biennale parte la mattina presto (non sapete quant’è lontana Venezia!), si trascina dietro tutto il giorno una borsa che già dopo due ore scoppia di cataloghi e pesa come un’incudine, e magari la sera si fa ospitare da qualche conoscente veneziano, o in qualche bed & breakfast con vista sul Petrolchimico, sempre che non debba tornarsene a casa, dopo aver litigato col caporedattore e aver scritto qualche centinaio di righe magari su padiglioni che non hanno fatto in tempo a vedere.

I GRANDI INVIATI, CHE NON SUDANO MAI

E poi ci sono loro, i grandi inviati: li riconosci perché non sudano mai, e se piove non si bagnano. Niente borse-incudini, perché i cataloghi se li sono già fatti recapitare in albergo, gli artisti li conoscono di persona e col ministro di turno si danno del tu. A volte anzi – lo giuro – arrivano insieme, e se ne vanno con lo stesso motoscafo, lasciandoti con un palmo di naso a prendere la pioggia, senza uno straccio di dichiarazione (personalmente una volta, dopo che Bondi mi era sfuggito sotto il naso assieme al grande inviato, gli sono corso dietro (ma proprio corso) fino alla Ca’ d’Oro, da dove se n’era però appena andato per raggiungere Ca’ Pesaro, dove l’ho raggiunto sudato e ansimante, ma giusto in tempo per strappargli qualche notizia che il grande inviato pensava di avere in esclusiva: una soddisfazione!). Una delle signore del giornalismo poi l’ho sempre vista seduta sui divani della sala stampa, con una corte di addetti stampo attorno, senza mai mettere piede nei padiglioni o nella sale: forse mi sbaglierò, ma la mia impressione è che quando sono andati via i colleghi siano gli stessi artisti che si mettono in fila davanti a lei per presentare le loro opere o le loro performance. Biennale, giornalisti, informazione, inviati

Chiaramente costoro non devono contrattare niente col caporedattore: sono loro che stabiliscono quanto scrivere e che taglio dare all’articolo, e se sorge qualche dissidio si fanno passare direttamente il direttore, che dà loro prontamente ragione. Naturalmente la sera non devono tornare a casa, a due ore di distanza, coi piedi gonfi e le spalle doloranti, ma passeggiano fino all’albergo vicino (alle volte ho il sospetto che abbiano una suite nascosta direttamente in Biennale), si rinfrescano e poi chiudono la serata a qualche festa dei vip a cui sono stati invitati.

 

E l’articolo? Ah già, dimenticavo: l’impressione è che ce l’abbiano già scritto, oppure che ci sia un giovane praticante che lo scrive per loro…

IL CRONISTA DI CAMPAGNA E GLI INVIATI DI CITTÀultima modifica: 2013-06-07T03:01:00+02:00da sergiofrigo
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