IL TURPILOQUIO E LA SEMPLIFICAZIONE, PATOLOGIE DEL NOSTRO VIVERE SOCIALE

insulto.jpeg“Chi parla male, pensa male e vive male”: mi viene in mente questa frase di Nanni Moretti, in mezzo allo strepito, alle bestemmie, agli insulti, al turpiloquio che invadono la nostra comunicazione quotidiana. Capisco i ragazzini di 15 anni che hanno un bisogno spasmodico di farsi notare e quindi condiscono le loro scarse idee, comunicate in poche, scarne e insignificanti parole, di improperi e (diffusissime) bestemmie. turpiloquio,insulti,battiato,grillo,moretti,zavattini,baffo,benigni,linguaggioNon capisco invece perchè ne faccia un uso così sistematico una persona sicuramente intelligente come Beppe Grillo, che pure avrebbe il dono dell’umorismo e di una straordinaria capacità di farsi ascoltare senza ricorrere agli insulti; e mi addolora che vi ricorra anche un artista sensibile e misurato come Franco Battiato, che pure ha detto delle verità, ma nel modo e soprattutto nel luogo più sbagliato.turpiloquio,insulti,battiato,grillo,moretti,zavattini,baffo,benigni,linguaggio

Il turpiloquio d’artista e l’invettiva civile sono stati in altri tempi degli strumenti eccezionali per strappare il velo dell’ipocrisia che avvolgeva una società ottusamente benpensante: penso alle poesie licenziose e libertarie del grande Giorgio Baffo, nel Settecento, penso a Cesare Zavattini, quando qualche decennio fa sdoganò il termine “cazzo” in una radio in cui non si poteva dire “amplesso” o “membro”, oppure – più di recente – all’esilarante monologo di Benigni sugli organi genitali, davanti a un’esterrefatta Raffaella Carrà.

Oggi al contrario parlar male è diventato una forma di corrività, un’adesione acritica a quell’andazzo generale che ricorre alle urla, alle bestemmie e ai rutti quando non è più capace di articolare i pensieri, un meschino ammiccare alla pancia della gente piuttosto che all’intelletto. E’ come un accettare che la rabbia e l’indignazione che ci pervadono finiscano per prendere il sopravvento sulla nostra capacità di raziocinio.

So di apparire retrò, con questi discorsi, e credo di esserci cascato anch’io, di tanto in tanto; ma credo che – in politica come nella vita quotidiana – non riusciremo a tirarci su dal pantano in cui siamo precipitati se non daremo – anche – una decisa sterzata al modo con cui ci rivolgiamo ai nostri simili.

Ecco, a questo proposito, una bella riflessione di Mariapia Veladiano sulla Repubblica di ieri.

Senza Parole. Su Repubblica di oggi 29 marzo 2013. 

“Così si è ristretto il vocabolario”, di Mariapia Veladiano

È la lingua del mercato. Mi piace, non mi piace. Voglio, non voglio. Compro, non compro. Stupendo, orrendo. Santo, delinquente. Italiano, straniero. Fascista, comunista. Amico, nemico. Noi, loro. Semplificata, poche parole, scalpellate e puntute, da tirarsi in testa all’occorrenza. Poche idee. Scalpellate anche loro. Niente sfumature, solo quelle di grigio, rosso o nero, all’occorrenza. Chi insegna conosce bene questa lingua. La trova nei temi e nei saggi brevi, che dovrebbero argomentare e invece hanno la protervia (superbia insolente, arroganza ostinata, sfrontata, petulante, scrive il dizionario Treccani) di un oracolo a fine carriera. È fatta di frasi brevi, assertive. Parole pochissime, come fendenti. Gonfie, retoriche, slogan. Si spiega con rigore che la propria tesi va sostenuta con parole il più possibile chiare e condivise, che la tesi contraria ci deve essere sempre presente, perché qualche elemento di ragione ha da avere con sé e comunque si deve essere pronti a confutarla. Si ricorda che è un’arte il pensare, come il parlare.
E invece. La lingua che la maggior parte di noi conosce e usa quasi non ci permette di capire il necessario per il vivere minuto: un modulo da compilare, le condizioni di conservazione di un farmaco. La bella storica battaglia contro la schiavitù dell’analfabetismo si sta rovesciando in una silenziosa impensata disabilità, analfabetismo funzionale, leggo ma non capisco. Una sconfitta subdola.
Dar la colpa alla scuola che non insegna, ai libri di testo sempre troppo difficili per i ragazzi eppure sempre più ammiccanti, nella lingua, a una medietà senza qualità, accusare la scuola, contro cui si è accanita la politica di un ventennio, è una scorciatoia bugiarda che può prendere solo chi non sa cosa succede in aula. Perché di sicuro la scuola con tutte le forze viaggia controvento. Ma le parole colorate che fan festone nella aule delle elementari, le mille scritture che si incontrano nei romanzi letti in classe e proposti a casa, e nelle antologie e, ormai da tempo, le straordinarie esperienze di “scuola d’autore” che coltivano la scrittura creativa dei ragazzi e delle ragazze, sono realtà importantissime, ma rischino di restare “cose di scuola” se poi il parlare del mondo intorno è raggelante. Si apprende la lingua soprattutto attraverso l’esposizionea un bel parlare. Tv, giornali e web costruiscono il modello corrente di lingua, molto più della buona letteratura, e non solo perché si legge poco, e questo è male per millemila ragioni, ma perché la lingua sciatta del mercato dilaga nei libri anche, buona per tutti i generi, giallo, fantasy, thriller o romanzo d’amore: assertiva, paratattica e soprattutto facile, facile facile.
Nei notiziari ha la forma del virgolettato cubitale e spesso scorretto prima di dare il contesto: «Il disastro poteva essere evitato» (che è solo l’ipotesi di un gruppo di scienziati chissadove, ce lo ricordano chissaquando). «Fra vent’anni la popolazione italiana sarà scomparsa e al suo posto ci sarà un potpourri di immigrati» (iperbole che è la proiezione di un’indagine, forse, e forse alla fine del servizio ce lo faranno scoprire). E si chiude la tv più arrabbiati, più spaventati e pochi sanno delpot-pourri ci dicono le indagini, ma disastro, scomparsi e immigrati hanno la potenza delle emozioni. Così si aiuta a costruire una lingua povera povera, adatta a schierarsi e a fare il tifo, io di qua e tu di là, ma non a capire, a capirsi.
Difficile ragionare di questo perché lo si fa dalla sponda di chi le parole le coltiva per lavoro o per passione e a volte quel che accade davvero gli arriva improvviso in forma di indagine internazionale che ci colloca appena sopra il Nuevo Leòn (stato del Messico, a nord est, dice un buon atlante). Una bufera sulla nostra sicumera (sussiego e presunzione,
scrive il dizionario Treccani) di sapere le cose proiettando tutto intorno a noi le nostre convinzioni. Ma se la consapevolezza arriva bisogna spaventarsi e resistere. E difendere la scuola, e la bella lingua e letteratura. E i bambini. I bambini c’entrano, e anche i ragazzi, visto che in questi giorni alla Children’s Book Fair di Bologna altre indagini ci hanno appena detto che in realtà loro leggono, molto molto più di noi adulti, e amano leggere. Esporli a una buona letteratura è un atto necessario.
Poche parole vuol dire pochi pensieri. Anche per difendersi, difendere chi ha bisogno. E probabilmente non capire il bugiardino di un farmaco «nuoce gravemente alla salute», anche se l’inflazione noncurante dell’espressione ripetuta su tutti i canali ne abbassa la pericolosità percepita. Ma di sicuro non capire un articolo di giornale o una proposta di legge nuoce gravemente alla nostra vita civile, alla nostra convivenza e alla nostra umana necessità di dirci e di capirci.

La Repubblica 29.03.13

IL TURPILOQUIO E LA SEMPLIFICAZIONE, PATOLOGIE DEL NOSTRO VIVERE SOCIALEultima modifica: 2013-03-30T03:06:00+01:00da sergiofrigo
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