MA IL MANIFESTO CI SERVE ANCORA? E’ (ANCHE) UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA

Manifesto, sottoscrizione, crisi, aiuti, no-profit, mercato, sinistra, Rossanda, ParlatoMa il Manifesto ci serve ancora? Vengo da un’esperienza politico-culturale che dà per scontata una risposta positiva, ma parlando coi ragazzi, anche di sinistra, scopro che non è affatto così.

In gioventù ho persino scritto qualche articolo sul quotidiano comunista, ho bazzicato la storica sede di via Tomacelli, e quando abitavamo nella Riviera dei Fiori ospitavamo a casa nostra l’inviata del giornale al Festival di Sanremo.

Al tempo stesso devo confessare però che da anni non sono più un lettore fedele, lo trovo un po’ plumbeo, e spesso più irritante che intelligente nella sua autoreferenzialità.

Da ieri, però, di fronte alla crisi che rischia di decretarne la chiusura, ho ripreso ad acquistarlo, e farò anche una donazione, come ho fatto sempre in occasione delle frequenti crisi del passato. Le obiezioni che mi sono sentito rivolgere dai ragazzi però mi hanno colpito, anche perché trascinano il dibattito molto al di fuori del dilemma Manifesto si – Manifesto no, verso i fondamenti stessi della nostra democrazia.


LE RAGIONI DEL NO: BISOGNA STARE SUL MERCATO

Quali sono queste obiezioni? Sostanzialmente una “commerciale” e una politica: se un giornale non ce la fa a restare sul mercato, perché dovrebbe continuare a vivere? E soprattutto perché deve aiutarlo lo Stato? In secondo luogo: perché le idee del manifesto non possono trovare altre strade per proporsi, e magari anche finire per essere ospitate dai giornali maggiori, come la Repubblica e il Corriere, che farebbero ponti d’oro alle firme più note del quotidiano?

MA IL MERCATO NON TUTELA LA “BIODIVERSITÀ” DELLA DEMOCRAZIA

Ecco come rispondo: se ci affidassimo completamente al mercato, finiremmo per perderci tutte quelle nicchie di pensiero, di attività politica ma anche culturale, che costituiscono la ricchezza della nostra esperienza democratica, e che sono foriere di sviluppi inediti e originali; perderemmo, in altre parole, la biodiversità della democrazia; vi cito ad esempio, in un altro settore, le difficoltà che si devono affrontare per vedere un buon film d’autore, facendosi largo fra le multisale che propongono tutte gli stessi filmoni internazionali, horror, azione o commedie demenziali. Vogliamo proprio una società completamente omologata ai gusti della maggioranza, selezionati dal mercato? Oppure ci va bene una democrazia come quella americana, in cui sono le lobbies economiche a stabilire quali idee possono avanzare, e quali persone possono portarle avanti? (Obama è una parziale eccezione, legata alla crisi e alla sciagurata presidenza Bush)

SERVIZI E AGEVOLAZIONI, NON AIUTI DI STATO

Io non dico poi che debba essere lo Stato a “salvare” il Manifesto, anche perché il problema non è solo loro, ma di oltre un centinaio di piccole testate no-profit che si sono viste tagliare l’erba sotto i piedi dal venir meno delle provvidenze pubbliche già previste a bilancio. Dico però che lo Stato deve mettere in atto sostegni, strumenti e servizi perché sia assicurata la pluralità delle posizioni politiche e culturali, che non è un bene qualsiasi, ma l’essenza stessa della democrazia: intendo con questo agevolazioni previdenziali per il personale e per l’acquisizione di prodotti e servizi (ad esempio tariffe telefoniche e postali), oppure pubblicità istituzionale garantita alle vere realtà editoriali no-profit. Il contrario di quanto accade in Italia, dove il mitico mercato (chissà perché) durante l’epoca berlusconiana (che non è finita) ha spostato tutta la pubblicità sulla televisione, e in particolare sulle reti Mediaset, mentre lo Stato assicurava i suoi aiuti anche a finte cooperative come quella dell’Avanti di Lavitola, oppure ai giornali di partito, veri o finti che siano.

TUTELARE UN’ESPERIENZA STORICA COLLETTIVA

Quanto all’ultimo punto, sappiamo tutti che le idee del Manifesto – condivisibili o meno che siano – possono trovare ospitalità ovunque, anche sugli altri giornali, oltre che naturalmente sulla Rete. Il fatto è, però, che un giornale – e in primo luogo un giornale come il Manifesto – è il frutto di un confronto collettivo, quotidiano e prolungato nel tempo, e questo gli consente di mettere a punto quella visione del mondo che è il prodotto specifico che esso propone ai suoi clienti-lettori. Non sarebbe la stessa cosa se questa visione venisse proposta saltuariamente, affidata a poche firme prestigiose (Rossana Rossanda, Valentino Parlato) diluite dentro un contenitore di idee e prassi politiche e culturali totalmente differenti, o sparsa al vento possente ma incostante della Rete.

MA ANCHE IL MANIFESTO DEVE ADEGUARSI ALLA MODERNITA’

Con tutto questo, sappiamo tutti che le radici, anche quelle che hanno alimentato settori importanti e coraggiosi della sinistra, possono essiccarsi; e che i mezzi di comunicazione sono radicalmente cambiati, mentre i giornali sono quasi tutti un polveroso reperto cartaceo dalla storia prestigiosa e dal futuro incerto.

Spetta ai colleghi del Manifesto, adesso, far riscoprire a noi tutti nuove ragioni per sostenerli, e trovare nuovi e più accattivanti modi di proporcele. E a noi – vecchi sostenitori – ricercare dentro noi stessi le ragioni – politiche, giornalistiche, etiche – per aiutarli ancora.

MA IL MANIFESTO CI SERVE ANCORA? E’ (ANCHE) UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIAultima modifica: 2012-02-11T16:35:00+01:00da sergiofrigo
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