CHI DI KEBAB FERISCE DI… LUGANEGA PERISCE

Bitonci.jpgVeramente… gustosa questa lettera, pubblicata ieri sul Gazzettino di Padova, sulla decisione del sindaco anti-poveri di Cittadella, Bitonci, di vietare il kebab sul territorio comunale.

CITTADELLA, IL KEBAB VIETATO
      Da quasi trent’anni mi occupo di marketing agro-alimentare in ambito non solo nazionale. Collaboro con numerose aziende, sono stato e sono componente di gruppi di lavoro al ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali; tra i diversi incarichi ho anche quello di sherpa dell’High Level Forum for a Better Functioning Food Supply Chain della Commissione Europea: di alimentare, insomma, qualcosa capisco. La sezione “delibere” del sito del comune di Cittadella risulta inaccessibile da tre giorni (raccomandazione al sindaco: rimetterla in efficienza) e quindi mi baso soltanto su quanto la stampa anticipa del provvedimento “anti-kebab” assunto dalla giunta. Salvo che la delibera (ma la vedo dura) dica qualcosa di sensato, i virgolettati attribuiti al sindaco classificano la faccenda come una boutade perfetta per cogliere gli spazi vuoti sulla stampa d’estate. Non per questo meno preoccupante, ma sempre boutade. Per il dott. Bitonci vanno bandite dai centri storici attività che propongano alimenti estranei alla “nostra tradizione”. Andrebbe prima stabilito cos’è la “nostra tradizione”; si riferisce ai Paleoveneti, alla migrazione dei Cimbri, alla Serenissima, agli anni ’50 di Don Camillo e Peppone? All’esame di maturità portai una tesi sulla comunicazione di massa e l’arte popolare nel ventennio fascista in cui mi occupavo anche di quella grande parte della cultura rappresentata dalla gastronomia. Le riviste culinarie dell’epoca irridevano i “sdilinquenti brodini della cucina francese”, sottolineavano che non di krapfen si doveva parlare, ma di “bombe, italianissime bombe” (sic) e consegnavano autarchiche ricette come quella delle “uova in camicia nera”: leggendo della delibera di Cittadella mi è tornata limpida in mente quasi quarant’anni dopo. Se intende imporre la tradizione (perché non di tutela si tratta, ma di imposizione), il dott. Bitonci non dovrebbe limitarsi al kebab, ma estendere il bando ai würstel comunque proposti (deliberando la loro sostituzione con effetto immediato con la più tradizionale e meno “crucca” luganega), a bignè, brioche, zuppa inglese e pan di Spagna (il cui carattere esotico ed estraneo alla tradizione autoctona è manifesto sin dalla denominazione), imponendo ai pasticceri di proporre al pubblico soltanto la giustamente nota polentina di Cittadella o, al più, qualche fetta di pinsa. Va da sé che identica sorte deve spettare, e subito, ai babà al rhum, che in sé racchiudono il grave duplice delitto di un’origine partenopea e di un ingrediente talmente extracomunitario da esser caraibico. 
      Gioiosamente quanto rapidamente, gli artigiani cittadellesi dovranno sostituire il tropicale cacao con l’autarchica carruba e i baristi dovranno proporre un infuso di radici di italianissima cicoria torrefatta come succedaneo dell’altrettanto tropicale e subtropicale caffè; per indicare un valido sostituto dell’equatoriale vaniglia si potrà istituire un’apposita commissione consiliare. Gli hamburger? Mai più! Polpette, venetissime polpette. Chi dovesse limitare il consumo di fritti potrà sempre optare per una salutistica insalata di nervetti. Ahimè, la cucina italiana non esiste. O meglio, non è esistita fino agli anni ’60 con le grandi migrazioni interne, che hanno creato un mix delle diverse cucine regionali. Fino a quegli anni, infatti, anche nelle grandi città del nord le pizzerie si contavano sulle dita di una mano ed erano collocate nei pressi delle caserme, luogo di concentramento dei giovani meridionali che ne costituivano il maggior bacino di consumo. Qui non si usava olio extra vergine d’oliva (“è pesante”), ma strutto, olio di semi e burro che, di contro, al sud costituiva una curiosità da cucina etnica. Al settentrione non si mangiava pasta, ma minestroni, polenta e riso (occorre dirlo? del tutto in disuso nelle regioni meridionali). Cinquant’anni fa conosceva lo speck solo chi andava in vacanza in Alto Adige, metà Italia grattugiava pecorino e ignorava, ricambiata, che l’altra metà grattugiava grana. Non mangio kebab né panini con gli hamburger (neppure il leggendario McItaly benedetto dall’allora ministro Zaia), ma non mi piace neanche un po’ l’idea che sia un sindaco a decidere cosa devono mangiare i miei nipoti, che, invece, occasionalmente li apprezzano.
      Roberto Pinton
     


I “soliti sospetti” ipotizzano che Bitonci abbia voluto suscitare un vespaio con questa iniziativa per distogliere l’attenzione dei media dalla promozione della moglie nel concorso pubblico per dirigente della locale Casa di Riposo. Pietro Ruzzante, del Pd, ha anche presentato un’interrogazione in Regione in materia. A scanso di equivoci, penso che la signora abbia tutto il diritto di realizzarsi professionalmente e fare carriera, come sostiene il marito: di questi tempi, oltretutto, sarebbe davvero clamoroso imbattersi nel congiunto di un alto papavero leghista che non fa carriera nel pubblico.

4359-il-nepotismo-della-lega-la-moglie-di-massimo-bitonci-e-quel-roma-ladrona-che-nessuno-sembra-ricordare-piu.html

 ECCO LA RICHIESTA DI RUZZANTE     

«Ho chiesto che la Regione faccia un’ispezione per verificare la regolarità del concorso e, visto il rapporto di convenzione con la Regione, si facciano alcune verifiche sugli appalti degli ultimi anni. É un mio diritto chiederlo come consigliere regionale di opposizione. Bitonci mi querela? Faccia pure, io non mi pago le spese legali mentre i cittadini di Cittadella sono stanchi di pagare le spese legali ad un sindaco-deputato».
      Determinato il consigliere regionale del Partito democratico Piero Ruzzante, che alcuni giorni fa aveva sollevato la questione relativa alla partecipazione della moglie di Bitonci al concorso per dirigente della locale Casa di riposo, poi vinto. Lancia alcune domande: «Perchè al concorso – che verteva su materie essenzialmente giuridiche – non sono stati ammessi i laureati in giurisprudenza e scienze politiche, lauree equipollenti alla laurea in economia e commercio? Con quali modalità è stato pubblicizzato il concorso? Risponde al vero che sono passati solo 14 giorni tra la pubblicazione sul Bur della Regione Veneto e la scadenza delle iscrizioni? Per quale ragione – in tempi di vacche magre e con fior fiore di laureati senza lavoro – si sono presentate solo 13 persone al concorso per un posto di dirigente? Per quale ragione i risultati della prima prova scritta, svoltasi il 13 giugno ed alla quale hanno partecipato 13 persone, sono stati pubblicati dopo 1 giorno – il 14 giugno – mentre i risultati della seconda prova scritta e dell’orale, prove svolte il 20 giugno da 3 persone, sono stati resi pubblici l’8 agosto, settimana di ferragosto, dopo ben 50 giorni? Perchè la Regione Veneto non ha ancora risposto alla mia interrogazione di metà giugno?».
      «È disgustoso essere attaccato su questioni di carattere personale e famigliare – aveva commentato Bitonci – L’Ipab è un ente autonomo, mia moglie lavora lì da 11 anni, prima ancora che ci sposassimo, prima che diventassi sindaco e onorevole, è dottore commercialista e revisore contabile». 
    (Gazzettino, 11 agosto)

CHI DI KEBAB FERISCE DI… LUGANEGA PERISCEultima modifica: 2011-08-12T03:03:38+02:00da sergiofrigo
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