IL “CASO SCOLA”: LE ANALISI (CARENTI) DEGLI INTELLETTUALI, DA CACCIARI, A BETTIN, A MANCUSO

Cose importanti, avvengono nella Chiesa, locale e universale. Eppure l’impressione è che vengano poco capite, persino dalle persone dotate di grandi risorse intellettuali, e di una certa sensibilità ai temi religiosi. Mi riferisco alla prossima partenza del Patriarca Angelo Scola da Venezia, e al suo approdo a Milano, e ai commenti seguiti a questa decisione.
É come se mancasse nella società civile la necessaria tensione ad approfondire questi temi e a trarne delle valutazioni che dall’aspetto religioso riescano ad approdare a quello spirituale, ad analizzare ad esempio del patriarca le ispirazioni profonde e gli approdi; e su questa base trarre una valutazione a 360 gradi sulla sua esperienza veneziana e sui possibili esiti di quella, futura, a Milano.

UN’ECLISSI DELL’INTERESSE SULLE DOMANDE ULTIME…

Come se venisse demandato alla Chiesa, insomma, e solo ad essa, l’approfondimento delle domande ultime, che invece in quanto tali investono tutti noi, laici e credenti (ad esempio: cosa ne è dei valori culturali prevalenti – in base ai quali ad esempio mettiamo i crocifissi nei luoghi pubblici – quando magari per ragioni demografiche cambiano le maggioranze e i loro riferimenti culturali e valoriali? O meglio ancora quando il pensiero unico dominante diventa banalmente a-religioso? Oppure: cosa c’è di intimamente ciellino nell’elaborazione teorica di Scola – l’esperienza, la narrazione (attenzione: il copyright è loro) – e fin dove è congeniale e dove non lo è con la modernità?)

E UN’ECLISSI DEL SACRO NELLA SOCIETA’

Nel segnalarvi due peraltro ottimi commenti sul caso-Scola, di Gianfranco Bettin e di Vito Mancuso (ma avrei potuto citare anche le interviste di Massimo Cacciari), non posso non segnalare questa inadeguatezza: avrei voluto dal sociologo e uomo di sinistra un po’ di più rigore analitico e severità politica, e dal teologo al contrario meno politica e più analisi spirituale.

Magari non ho cercato nei giornali giusti, ma mi resta la convinzione che su questi temi sia in corso un’eclissi intellettuale, parallela a quella politico-antropologica che sui temi religiosi investe la società (Acquaviva ne aveva scritto molti anni fa), spingendoli (purtroppo, dico da laico) verso l’irrilevanza. Se le cose stanno così, i grandi eventi (come la folla dei 300mila San Giuliano per la visita del Papa) rischiano di distrarre la Chiesa e gli osservatori dalle questioni reali sul tappeto.

(Ps: un dettaglio interessante: Vito Mancuso, che è perennemente in odore di eresia, nel passato è stato ospite a Venezia del Patriarca Angelo Scola – o meglio di gruppi cristiani diretta emanazione del Patriarcato – ai quali è venuto a parlare ad esempio del suo libro “L’anima e il suo destino”). 

IL GRANDE PASTORE E LA CAPITALE GLOBALE

La Nuova Venezia
29/06/2011

di Gianfranco Bettin

Non sarà facile, domani, trovare un patriarca di Venezia all’altezza di Angelo Scola. D’altro canto, non sembrava neanche facile per l’allora monsignor Scola succedere nel 2002 a Marco Cè, per molti anni amatissimo cardinale patriarca nonché finissimo, profondo biblista e guida davvero “pastorale” di una chiesa esigente, inquieta e viva come quella veneziana.

Scola ci è riuscito, nel tempo, crescendo in affetto e stima e autorevolezza, soprattutto esprimendo le proprie peculiari qualità, impostesi sia nell’area marciana (la città e, direi, il nordest tutto, come si è visto anche nella recente visita di Benedetto XVI tra Aquileia e Venezia) sia nella dimensione globale della chiesa. A quest’ultimo aspetto, anzi, ha riservato una specialissima attenzione, in ciò stimolando la città e la stessa macro regione di cui è storicamente “capitale” a sviluppare nei termini nuovi del terzo millennio la propria vocazione universale. Non solo prestando massima attenzione alle cose del mondo intero, al dialogo tra le religioni e all’incrocio delle civiltà (che nella rivista “Oasis” e nello Studium Generale Marcianum, ha avuto strumenti importanti di formazione e comunicazione di levatura internazionale), ma richiamando tutti a comprendere e a non temere quel “meticciato di civiltà” che si sta compiendo sotto i nostri occhi e che, lungi dal rappresentare un elemento di regressione e di spavento, incarna invece, oggi e qui, il perenne cammino dell’umanità, tra mutamenti, evoluzioni, conflitti.

Un cammino che nella sua millenaria esperienza, e nella sapienza che ha saputo svilupparvi, la Chiesa capisce e accompagna con particolare lucidità e passione. Venezia, città meticcia dalle origini e tale perfino nei propri simboli più eccellenti (la Basilica stessa non è, come è stato autorevolmente detto, uno dei supremi esempi di arte “orientale”?), è stata subito in sintonia con questo magistero del patriarca Angelo. Certo, settori della città e della regione magari hanno finito per accettarlo con peculiare ipocrisia, rendendogli formale omaggio e negandolo nei fatti, ma il suo messaggio è infine passato. Si può così dire che il cardinale patriarca di questo inizio millennio ha saputo risvegliare la vocazione “meticcia” di Venezia come parte costitutiva della sua identità e come segno del suo rango, mai tramontato, di capitale spirituale e culturale globale. In questo senso, come ha ricordato il sindaco Giorgio Orsoni, il patriarca è stato uno dei principali protagonisti dell’attuale “primavera” di Venezia, città di nuovo al centro della scena culturale e artistica. Città, anche, di nuovo “metafora mundi” come lo stesso Pontefice ha detto, all’unisono col patriarca, nella sua visita recente, alludendo a una dimensione “liquida” della città sempre tenacemente riequilibrata da una sagace, costante costruzione di una necessaria solidità.

Senza questo sforzo Venezia non esisterebbe, non sarebbe mai nata o si sarebbe presto dissolta nella “liquidità” in cui è immersa: una buona metafora, appunto, e una buona lezione per una modernità fin troppo “liquida”, dalle basi poco solide e soesso ecologicamente e moralmente squilibrate. L’altra grande lezione che Scola ha impartito riguarda la necessità, per i singoli, per le istituzioni e per le sue predilette “forze intermedie” della società civile, di riconoscere i conflitti e di orientarli verso una soluzione, trasformando lo scontro in incontro, premessa al buon “meticciato”, certo, ma anche a un costruttivo agire nelle contraddizioni umane e sociali (come negli stessi punti di crisi locale, si pensi all’assiduità con cui ha seguito la lunga, drammatica crisi di Porto Marghera). Non sarà facile, dunque, succedere a Scola, ma si può confidare nel fatto che questo stesso grande patriarca, come il suo predecessore, ha saputo rivelare che è la città stessa, così difficile e straordinaria, con la sua chiesa, a valorizzare e in un certo senso a formare chi è chiamato a guidarla spiritualmente. Il dispiacere per questa partenza si accompagna, allora, a una fiduciosa attesa del nuovo.

PERCHÉ IL PAPA HA SCELTO SCOLA

La Repubblica 29 giugno

di VITO MANCUSO

LA QUESTIONE non è personale, è politica.A livello personale infatti la figura umana e cristiana del cardinale Angelo Scola merita sicuramente la stima di Benedetto XVI e la considerazione di tutti i cattolici italiani, è un fine intellettuale, dottore in filosofia e teologia con pubblicazioni importanti, e da Patriarca di Venezia si è dimostrato in grado di governare senza farsi appiattire sulla sua provenienza ciellina, e penso che lo stesso farà a Milano.

Ma dicevo che la questione è politica, perché riguarda un’eredità trentennale e più in generale il ruolo del cattolicesimo democratico in Italia. In questa prospettiva è impossibile negare che la nomina di Scola ad arcivescovo di Milano suona come un’umiliazione pesante, forse l’ultima, per il cattolicesimo democratico. Dopo gli episcopati di Martini e Tettamanzi la diocesi milanese era rimasta l’unico punto di riferimento nazionale per quei cattolici che ancora non hanno dimenticato le speranze conciliari di rinnovamento. Si poteva scegliere se continuare in quella linea, se moderarla o se contrastarla frontalmente. La scelta di Benedetto XVI è stata la terza. Solo così a mio avviso si spiega la sua scelta, mai vista nella storia, di trasferire un Patriarca di Venezia ad Arcivescovo di Milano, visto che da Venezia i Patriarchi sono sempre andati via solo per fare il Papa (Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I per stare al ‘900). Si va forse producendo a livello ecclesiale l’inverso di quanto avvenuto a livello civile? Cioè che la città simbolo del berlusconismo e del leghismo diventata con Pisapia la capitale di un possibile new deal italiano, ora, a livello ecclesiale, da simbolo del cattolicesimo democratico diventa la capitale di un cattolicesimo conservatore di stampo ciellino?

L’equilibrio mostrato da Scola da rettore dell’Università Lateranense e da Patriarca di Venezia, e soprattutto la sua formazione intellettuale, non giustificano questi timori, né bisogna cadere nell’errore di ridurre Angelo Scola a Comunione e Liberazione. Lep ersone che pensano sono sempre di più della loro storia. Di certo però con l’uscita di scena di Tettamanzi e l’arrivo al suo posto di un vescovo di formazione ciellina al cattolicesimo democratico non è rimasto più nulla, non un solo rappresentante dell’ attuale gerarchia che lo rappresenti. Un tempo si avevano vescovi come Lercaro a Bologna, Pellegrino a Torino, Ballestrero a Bari e poi a Torino, Bettazzi a Ivrea, Tonino Bello a Molfetta, Giuseppe Casale a Foggia, Piero Rossano a Roma come ausiliare, e appunto Martini eTettamanzi a Milano, che costituivano un punto di riferimento peri cattolici progressisti di questo paese. A eccezione di Bettazzi e Tonino Bello, nessuno di loro fu uno spirito particolarmente innovativo ne tanto meno si produssero pubbliche dialettiche, impensabili nelle gerarchie ecclesiastiche italiane che sono sempre state tra le più conservatrici al mondo.

Tuttavia si sentiva che le istanze più aperte al cambiamento avrebbero trovato in quei vescovi per lo meno una possibilità di essere ascoltate, di essere comprese come reali esigenze della vita concreta, senza essere bollate a priori come eresie. Non era granché, ma a volte in una famiglia basta solo l’impressione di essere ascoltati per mantenere il desiderio di appartenenza. Ora non c’è più nessuno così tra i vescovi delle principali diocesi italiane, ai cattolici progressisti di questo paese è stato tolta anche l’ultima possibilità di avere un punto di riferimento nella gerarchia, e non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo visto che di Vangeli ne ha ispirati quattro, e non uno solo.

Questo è il significato politico della nomina di Angelo Scola ad arcivescovo di Milano, e dicendo politico intendo prescindere del tutto dalla sua figura umana e intellettuale, per la quale vale quanto detto all’inizio. Nel messaggio alla diocesi di Milano il cardinale Scola ha manifestato il suo “intenso affetto collegiale” ai cardinali Martini e Tettamanzi. Riluttante fino all’ultimo perché non voleva essere distolto dagli studi biblici, Martini arrivò a Milano e si mise ad ascoltare la città comprendendo a partire dal basso di cosa essa aveva bisogno: da specialista di critica testuale lesse la città come un antico codice biblico e ne diede la corretta esegesi, tant’è che per tutti, credenti e non, egli fu la più alta autorità morale negli anni difficili del terrorismo e di tangentopoli. Lo stesso processo è avvenuto per il cardinal Tettamanzi, teologo moralista senza la minima aria di progressismo diventato a Milano un esempio di profezia perché di fronte al volto più duro e meno cristiano della società non ha mai dimenticato la solidarietà e l’appello della Bibbia al diritto e alla giustizia. Dopo un biblista e un teologo moralista, ora è la volta di un teologo sistematico.

L’intenso affetto collegiale per i suoi predecessori porterà il cardinale Scola a proseguire nella loro direzione? Oppure è stato scelto dal Papa togliendolo da una sede come Venezia per operare rispetto a loro una netta discontinuità? Oppure la statura personale di Angelo Scola saprà inventare qualcosa di nuovo? Quello che è sicuro è che Milano, e con essa l’Italia, ha bisogno di uomini che credono nel dialogo e lo favoriscono.

 

IL “CASO SCOLA”: LE ANALISI (CARENTI) DEGLI INTELLETTUALI, DA CACCIARI, A BETTIN, A MANCUSOultima modifica: 2011-06-30T16:32:00+02:00da sergiofrigo
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