INCONTRI: IL RICORDO DI MARIO RIGONI STERN E BRUNO TRENTIN

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Lunedì 6 settembre in Municipio a Padova, promosso dallo Spi-Cgil, si è svolto un incontro per presentare il libro “Il sindacalista e lo scrittore”, con gli elaborati dei ragazzi su Bruno Trentin e Mario Rigoni Stern. Sono intervenuti (da sinistra a destra nelle foto, Ivan Pedretti, Carlo Ghezzi, il sottoscritto, l’assessore Andrea Colasio, Rosanna Bettella, Mattia Gusella e Marco Zabai.

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Per chi fosse interessato ecco l’intervento che ho svolto in quella occasione.

 

Stern.jpegMi è capitato spesso, nel corso dei miei incontri con Mario Rigoni Stern, di parlare del suo rapporto con i ragazzi di oggi. Lo racconto nell’introduzione della sezione a lui dedicata in questo libro, registrando la sua disponibilità ad andare agli incontri con le scuole anche quando l’età avanzata, gli acciacchi e i molteplici impegni lo avrebbero consigliato di lasciar perdere.

 

Egli aveva una grande capacità di comunicare con loro, pur senza avere ovviamente alcuna dimestichezza con computer, sms, chat e altri linguaggi della modernità. Sapeva instaurare con loro una magica empatia, fatta di ascolto, comunicazione profonda, dialogo fecondo.

Come ci riusciva? Gli veniva naturale, grazie alla sua genuinità, all’essere una persona autentica, alla capacità di raccontare se stesso senza tentare di spacciarsi per qualcos’altro, tutte doti, a ben guardare, che dovrebbe possedere ogni buon educatore.

Altre volte, nel corso di interviste e di incontri in occasione della pubblicazione di libri o di qualche compleanno, raccontava di commuoversi guardando i bambini, un loro sorriso, un gioco.

Mario apparteneva alla generazione di mio padre, e non sempre rapporti con i padri sono facili, nell’adolescenza. Durane il liceo egli era solo il padre di un nostro compagno, Ignazio, una figura eminente del paese, ma nulla di più… E i padri all’epoca, ricordate, li chiamavamo matusa, con una connotazione non proprio positiva. Noi scoprivamo Hemingway o Kerouac e la beat generation, e Rigoni Stern ci sembrava uno scrittore provinciale, e i suoi libri un relitto del passato.

Col passare degli anni si fa ammenda di tante cose, e naturalmente la considerazione è cresciuta, a confronto col suo impegno civile e la sua umanità, oltre che con la sua opera letteraria, poi ho cominciato a incontrarlo periodicamente per lavoro, in occasione dell’uscita dei suoi libri, o per premiazioni, ricorrenze, compleanni. Ultimamente la conoscenza era diventata abbastanza assidua, anche se filtrata da reciproco riserbo che accomuna noi altopianesi. Lui mi mandava i suoi libri con la dedica, in cui spesso c’era il riferimento alla compaesanità; quando, a fine del 1999, ho fondato la rivista di relazioni interculturali Cittadini Dappertutto mi è venuto spontaneo chiedere a lui una dedica, e quella che mi ha mandato è stata bella, calorosa e importante. Ve la leggo:

 

“Asiago, 17 novembre, nevica.

Cittadino/cittadini ma anche paesano/paesani: almeno per me.

Al mondo siamo tutti paesani, scrissi in un tempo molto lontano, quando una tradotta nel cuore dell’inverno più freddo della storia (1941-42) mi portava verso il fronte russo. Avevo incontrato un “compaesano” polacco che nel 1918, appena finita la Grande Guerra, era stato da prigioniero in un campo poco lontano da dove sorge ora la mia casa.

Da quel momento, da quando cioè sentii gridare il nome del mio paese in un piccolo villaggio polacco, ho capito la “paesanità” di ogni abitante della Terra; da allora, in guerra e in pace, nella fame, nella sofferenza, o nell’abbondanza e nell’allegria, in ogni luogo ho incontrato “compaesani”.

Forse il luogo dove mi sento un po’ straniero è la città, dove il traffico, la fretta, il rumore non mi fanno sentire le voci degli uomini. Ma no, non è vero nemmeno questo perché lì in ogni angolo puoi trovare un nero che ti regala un sorriso luminoso.

Auguri a “Cittadini” dal compaesano

Mario”

Parole, come vedete, estremamente importanti per questi tempi che stiamo vivendo.

Giacomo.jpgBene, a un certo punto Mario – era il 1995 – è uscito con un libro intitolato “Le stagioni di Giacomo”, che poi vinto ha vinto anche il premio Cavour. E’ un libro meno noto di altri suoi, come il Sergente o Tonle, anche se con quest’ultimo e con “L’Anno della vittoria” Giacomo chiudeva la trilogia che portava alla Seconda Guerra e alla sua avventura di Russia narrata nel Sergente.

Giacomo è il grande amico di Mario, che qui racconta il diventare grandi insieme, abbandonando presto le stagioni dei giochi per confrontarsi con il lavoro, la fatica e il pericolo del lavoro di recuperante, e la dura realtà dell’esistenza. E infine con il mistero della morte.

L’infanzia di Giacomo, come quella dei suoi compagni, passa tra la scuola e il tempo “libero” che i ragazzini trascorrono «a correre, ad arrampicarsi sugli alberi, a saltare dalle rive del torrente, a giocare a calcio con un pallone di stracci, a buttarsi con gli sci dalle Laiten, a scavare cartucce per le trincee, a far legna nel bosco e altro ancora», quasi che gioco e lavoro non siano attività separate ma parte delle normali attività di ragazzi pieni di vita.

Ebbene, ne ho parlato qualche volta con Mario, in questo libro su un ragazzino degli anni ‘20 mi sono ritrovato anche io, bambino degli anni ’60: l’austerità dell’esperienza di ogni giorno, gli spazi e i silenzi, il confronto quotidiano con la natura, le camminate nel bosco, le arrampicate sugli alberi, lo stupore di ogni scoperta, l’attesa e la magia della neve, e del Natale, l’entusiasmo per una proiezione cinematografica, il timidissimo affacciarsi dell’amore: gliel’ho detto, ed è stato contento di sentirmelo dire, che quelle piccole gioie che avevano impreziosito la sua infanzia, erano state in fondo anche le mie, una generazione dopo. Confesso che allora ho provato una qualche commiserazione per i più giovani a cui queste esperienze erano state precluse dall’avanzata della modernità.

Ma qualche anno fa, quando “Le stagioni di Giacomo” sono state portate in teatro dalla compagnia dei Carrara di Vicenza, ho avuto la sorpresa di constatare che anche la persona che ne aveva ricavato il soggetto, a sua volta parecchio più giovane di me, aveva avuto la sensazione di aver vissuto le stesse cose; e persino i ragazzi con cui la compagnia teatrale fatto dei laboratori di preparazione al testo le percepivano come vive e attuali. Bastava fermarsi un momento ad ascoltare il rumore del vento fra gli alberi, o la voce della memoria. E a questo proposito voglio leggervi qualcosa scritto dallo stesso Rigoni Stern a proposito di quel libro:

“Mi sarebbe stato facile, o non tanto difficile, ricercare giornali di quel tempo, fotografie, diari, corrispondenza, libri; invece volevo che lavorasse la mia memoria, che fosse lei a ritrovare quei momenti; la mia memoria sorretta stimolata o risvegliata da ricordi nascosti ma a suo tempo ben recepiti, e anche le cose: una via, una contrada, un monte, un prato, un albero, un volto, un timbro di voce, un volo di uccelli, un temporale, una nevicata, una festa”.

Oggi che il tempo si frantuma in una miriade di frammenti separati tra loro, che le informazioni ci scivolano addosso in continuazione da ogni parte del mondo, che la gran parte delle cose le conosciamo perché le abbiamo viste su di uno schermo, che ci stiamo isolando sempre di più gli uni dagli altri, raccontare la montagna di Giacomo (e di Mario)significa affermare la necessità di un tempo “inutile”, dedicato all’ascolto, all’esperienza, al gioco ed allo stupore.

E c’è un’ultima cosa che mi piace ricordare di lui, che ha riguardato la nostra città e la nostra università, che nel ’98 sternuniv.jpg gli conferì la laurea honoris causa in scienze forestali: nella lectio magistralis egli ricostruì la storia dei boschi dell’altopiano, ma sono frequenti i riferimenti a lui ragazzo, e alla sua scoperta della natura:

“Ero ragazzo quando spalancai gli occhi sulla natura, e tutto avvenne con spontaneità, come qualche volta mi accade di vedere in alcuni ragazzi di oggi. Allora, sulla nostra terra dell’Altopiano, era da poco passata la Grande Guerra; le case dei paesi e delle contrade erano macerie di macerie. I prati, i pascoli, i seminativi erano intersecati da centinaia di chilometri di trincee e camminamenti, coperti da grovigli di reticolati, sconvolti da milioni di buche di granate, avvelenati dai gas. I nostri boschi erano stati completamente distrutti (…) L’immagine di quel paesaggio innaturale era l’immagine stessa della guerra, ma gli occhi del bambino che ero cercavano i fiori sui prati, le fragole nelle radure, i nidi degli uccelli dietro le tavole di pietra che ancora restavano in piedi a segnare i confini…”

Ecco, vorrei far notare una caratteristica di Mario che l’ha accompagnato per tutta la vita: uno sguardo positivo sul mondo, anche nelle situazioni più dure e difficili. Mi ha confessato la moglie Anna di recente che quella fu spesso uno spunto di discussione anche vivace nella loro vita coniugale: lui sapeva vedere il lato positivo in qualsiasi cosa, come sanno fare i ragazzi: e un po’ scherzando, pur nel rimpianto, lei mi ha raccontato che lui le rimproverava invece il suo pessimismo: “se non avessi avuto questa capacità di vedere le cose con fiducia – mi diceva – non mi sarei mica salvato, né avrei mica portato a casa i miei uomini dalla Russia”. La cosa che, fino alla fine, lui considerava nonostante i tanti libri scritti e gli enormi riconoscimenti ricevuti, il vero capolavoro della sua vita.

Uno sguardo positivo di cui solo Dio sa, di questi tempi, quanto avremmo bisogno.

 

INCONTRI: IL RICORDO DI MARIO RIGONI STERN E BRUNO TRENTINultima modifica: 2010-09-11T12:40:00+02:00da sergiofrigo
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