IL VINCITORE DEL CAMPIELLO, CARMINE ABATE: “ECCO COME HO IMPARATO A NON ODIARE I TEDESCHI”

Abate2012.jpgAlla fine a vincere il Campiello n. 50 è stato Carmine Abate, con “La collina del vento” (Mondadori), che ha battuto nell’ordine Francesca Melandri, Marcello Fois, Marco Missiroli e Giovanni Montanaro.

Quello di Abate, anche se ha qualche ridondanza, è un buon libro, un romanzo di quelli classici, anche molto politically correct, un invito a non cedere ai soprusi e a non tradire se stessi, le proprie origini, la propria terra… Oltretutto ha messo d’accordo – e accade di rado – la giuria dei critici e quella popolare, oltre ad aver già venduto 20mila copie: Abate e Melandri infatti erano stati i più votati alla selezione tecnica di maggio, a Padova.

Osservo però – da semplice cronista, senza che questo costituisca una valutazione di merito – che la classifica del premio è drettamente proporzionale all’età dei concorrenti, se si esclude l’inversione tra Fois e Melandri: Abate è il più anziano e Missiroli e Montanaro i più giovani; e fra i rispettivi romanzi, quello di Abate è forse il più “tradizionale”, mentre quelli dei due giovani sono anche i più innovativi. Superata la boa del cinquantenario dunque, e richiamandosi in continuazione ai giovani, alle loro problematiche e alle loro prospettive, il Premio dovrebbe porsi la questione di come valorizzarne meglio l’operato: magari avendo cura di scegliere la giuria popolare non solo su base della sua rappresentatività sociale, ma anche anagrafica, per implementare la presenza giovanile.

Per il Gazzettino (e il Messaggero di Roma) ho intervistato Carmine Abate: ne è uscito il ritratto di un personaggio dalla storia molto particolare e molto edificante. 

CARMINE ABATE: LA DURA FORTUNA DI ESSERE MINORANZA

IMG_2117.JPGFino a sei anni non conosceva neppure l’italiano (appartiene alla minoranza albanese della Calabria), e l’unico libro che c’era in casa sua era una copia di “Anna Karenina” senza copertina, trovata nella dispensa; a 16 ha cominciato a scrivere i suoi primi racconti, ad Amburgo, in un misto di tedesco e italiano, per denunciare l’ingiustizia che subisce chi deve abbandonare la propria terra per cercare lavoro. Ma a 21 e mezzo si è laureato in lettere, e poi si è messo a insegnare proprio italiano: anche se rimane la sua seconda lingua, visto che pensa ancora in “arberesh”. Chissà cosa avrebbe detto il padre di Carmine Abate, già orgoglioso a suo tempo per il lavoro di insegnante conquistato dal figlio, se avesse potuto vederlo sabato sera, sul palco della Fenice, emozionato, sudato, commosso per aver conquistato quel Premio Campiello che 50 anni fa aveva lanciato Primo Levi: e proprio scrivendo quel libro (“La collina del vento”) che lui stesso gli aveva chiesto. È stato l’unica ombra, quel pensiero al padre recentemente scomparso, ad offuscare la “serata della vita” del più multietnico scrittore italiano.

DALLE FERITE DELLA VITA UN ARRICCHIMENTO CULTURALE

Abate è infatti un’antologia ambulante di contrasti felicemente risolti, il prototipo – nella sua arcaicità felicemente esibita – di moderno autore europeo, capace di cucire insieme appartenenze diversissime, trasformando le ferite della vita in ricchezza culturale: dice infatti di non avere nostalgie, «perchè la mia terra la porto dentro di me», e aggiunge che la sua identità «è fatta di addizioni, e non di sottrazioni, e della capacità di custodire le nuove radici che mi nascono sotto i piedi, nei luoghi in cui mi porta la vita». Questi luoghi sono – a parte la piccola patria di Carfizzi (Crotone) – Bielefeld, da dove viene la moglie Meike («conosciuta in un doposcuola dove aiutava i figli dei nostri emigranti a fare i compiti in tedesco»), e Rovereto, dove vive ora, esattamente a metà strada fra Calabria e Germania. In casa si parla indifferentemente tedesco e italiano, e i due figli Michele e Christian trascorrono le vacanze in entrambi i paesi. Inevitabile chiedergli cosa ne pensa dei tedeschi, e del rapporto complicato fra noi e loro.

“LA MIA VITA DI EMIGRANTE IN GERMANIA”

«A 16 anni ero pieno di rabbia, vedendo le condizioni di vita dei miei colleghi emigranti, ma col tempo ho imparato a superare i pregiudizi e ad evitare le generalizzazioni. Pensi che nelle scuole tedesche si aiutano i bambini stranieri ad imparare la lingua madre, è un segno di grande rispetto. Lì un “caso Rosarno” non sarebbe concepibile. Io poi ho avuto più problemi nel Nord Italia, dove all’inizio mi scambiavano per marocchino».
Ma è vero, gli chiediamo ancora, che gli italiani stimano i tedeschi ma non li amano, e i tedeschi amano gli italiani ma non li stimano?
«Sono luoghi comuni. La maggior parte dei tedeschi apprezza gli italiani, ma ci sono anche quelli che non li amano nè li stimano. E viceversa naturalmente».
Ma se gli si chiede cosa ne pensa della resistenze della Bundesbank ad aiutare i paesi deboli della Ue, la risposta è netta: «Se vogliamo essere europei, la solidarietà deve valere anche in campo economico, se no sono solo parole. Vorrei citare un passo del mio libro, in cui il padre invita Arturo a pensare “alle cose sue”, piuttosto che mobilitarsi per tutto il paese, e lui risponde: “Io sto bene se stiamo tutti bene”. Vorrei che lo capisse anche la Merkel».

UNO SGUARDO ESTERNO SUL SUD E SU SE STESSOAbate.jpg

Ma proprio lo “sguardo esterno” acquisito nel rapporto con la moglie, e in generale con la cultura tedesca (oltre che nell’approccio quasi adulto all’italianità) è “il di più” che assicura al libro una consapevolezza maggiore, un approccio libero da pregiudizi, e un filtro che distilla le emozioni e le restituisce al lettore in forma più universale.
A guadagnare al suo libro il consenso dei 300 lettori del Campiello – Abate se n’è convinto a posteriori – è il fatto di «essere riuscito a intercettare la voglia di tutelare il proprio territorio che è finalmente diventata patrimonio comune degli italiani. E in questa lotta centenaria della famiglia Arcuri che difende la sua collina contro tutti gli attacchi, c’è anche un messaggio di speranza per il sud».
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IL VINCITORE DEL CAMPIELLO, CARMINE ABATE: “ECCO COME HO IMPARATO A NON ODIARE I TEDESCHI”ultima modifica: 2012-09-03T02:41:47+02:00da sergiofrigo
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