NOI PROFUGHI DI GUERRA, UN SECOLO FA. MA ORA NON LI VOGLIAMO

profughi_grande_guerraUn secolo fa 600mila persone di una regione italiana dovettero lasciare precipitosamente le loro case e tutti i loro averi per sfuggire alla guerra, e finirono sfollati in tutto il paese. Non tutto filò liscio: nelle province di accoglienza – in cui regnava una povertà assoluta – ci furono malumori e proteste, qualcuno si approfittò di loro speculando sull’ospitalità, ma nessuno si rifiutò di accoglierli, e tanti accettarono di mettere a loro disposizione una stanza o un fienile, e di dividere con loro il poco cibo che avevano in casa.

Cento anni dopo a quella stessa regione viene chiesto di ospitare poche migliaia di profughiprofughi sfuggiti ad altre guerre, ma i governanti di quella regione non ne vogliono sapere, dicono che “abbiamo già dato”, che devono pensare ai propri concittadini, anche se la regione è fra le più ricche d’Italia e solo undicesima nella classifica dell’accoglienza dei profughi, dietro a regioni molto più povere e disagiate.

Quale sarà quella regione?

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MARIO RIGONI STERN: “IL MIO SAN MARCO ALLA SAGRA DEI CUCHI”

Rigonistern“Dopo la “scella marzo” si aspettava il 25 di aprile, quando il giorno era diventato ben più lungo della notte, per correre tutti insieme alla sagra dei cuchi. Ma il giorno di San Marco arrivano anche i rondoni, e i cuculi che risvegliano il bosco col loro canto, che risveglia la linfa degli alberi. 
Per me è perché il 25 aprile arrivano i cuculi che si fa, da noi, la sagra dei cuchi”.
“I fischietti stavano lì in fila su delle tavole posate su cavalletti: davanti i più piccoli che costavano dieci centesimi, erano i più semplici: una gallinetta alta cinque centimetri che non aveva colori se non quello naturale della terra; ma il suono, soffiando nella coda, era di solito il più acuto e limpido”. Cuchi

“Poi venivano i galletti, con un po’ di colore sulla testa e sulle ali e otturando o aprendo il foro che avevano sul petto si otteneva un suono più modulato: costavano venti centesimi. 
Quindi seguiva la fila delle galline e dei galli completamente dipinti, dal suono più pieno e pastoso a volte, uno su tanti, persino flautato. 
Dietro venivano quelli più costosi, dai colori vivaci e con le figure più varie: a cavallo di un gallo, carabinieri in alta uniforme, ussari, corazzieri, zuavi, cavalleggeri. 
Figure settecentesche o ottocentesche degli eserciti europei, specialmente napoleonici. 
Suonando pareva emettessero suoni marziali!”

Mario Rigoni Stern così racconta la sagra dedicata dal paese di Canove (uno dei pochi a potersi fregiare dello stesso patrono della Serenissima, San Marco) ai tradizionali cuchi, fischietti (anzi: flauti globulari) di terracotta, che ancora oggi vengono acquistati dai ragazzi per essere donati alle ragazze: le quali avrebbero ricambiato (auspicabilmente) il giorno della Rogazione o dell’Ascensione con un uovo colorato.

IL MUSEO DEI CUCHI NELLA APP SUI LUOGHI DI RIGONI STERN

IMG_8371Nel loro particolarissimo museo, sulla strada che da Treschè Conca porta a Canove, Gianfranco e Vania Valente ne hanno raccolti oltre 12mila, da tutto il mondo.

Il “regno dei cuchi” è raccontato nell’applicazione Iluoghidimariorigonistern, scaricabile gratuitamente per Mac e Android.

https://www.facebook.com/pages/I-luoghi-di-Mario-Rigoni-Stern/798281993567128?fref=ts

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IL CASO DIAZ, DE GENNARO E LE AMBIGUITA’ DEL PD

Mi ripeto: la vicenda della Diaz si conferma uno dei più gravi vulnus alla nostra democrazia degli ultimi decenni. Al di là delle sentenze la verità storica su quei fatti è assodata, e rimanda a responabilità precise dei politici di allora (centro-destra, per precisione) e dei vertici della polizia.

Tutti costoro sono stati “promossi”, e “promosso” più di tutti è stato il numero uno (e quindi il massimo responsabile politico) della polizia di allora, De Gennaro, l’unico ad averla fatta franca davanti ai giudici.  Il Pd (governo Letta) due anni fa l’ha nominato al vertice di Finmeccanica, e Renzi ce l’ha mantenuto. DeGennaro

Il presidente del partito Orfini si è opposto allora e ribadisce adesso che quella nomina è stata vergognosa. Una posizione netta, evidentemente non concordata con il suo segretario politico, Renzi. Quello che ora il suo partito non può permettersi è di fare il pesce in barile, come ho visto fare stasera dalla Serracchiani e dalla Bonafè, sostenendo che spetta al diretto interessato (De Gennaro) valutare se restare al suo posto o dimettersi, e al tempo stesso definendo quelle di Orfini “posizioni personali”, da utilizzare però per salvarsi l’anima e lucrare un po’ di consenso a sinistra.

Il partito, e Renzi prima di tutti, devono invece pronunciarsi con chiarezza: o difendono De Gennaro zittendo Orfini e accollandosene la responsabilità, oppure dicono che Orfini ha ragione e costringono il presidente di Finmeccanica a dimettersi. E ognuno di noi valuterà di conseguenza.

 

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Berlusconi: meglio Zaia e Salvini oggi o Tosi domani?

tosi-salvini-berlusconi-zaia-2Forza Italia del Veneto preme per rinnovare l’accordo con Zaia e andare a vincere (ne sembrano convinti) le prossime elezioni regionali.

Berlusconi invece è ancora indeciso, perché mal sopporta la deriva lepenista di Salvini e l’Opa lanciata esplicitamente del leader leghista sull’elettorato forzista, e sa che un’alleanza così sbilanciata lo legherebbe mani e piedi a lungo, allontanandolo dal centro.

I risultati delle elezioni francesi oltretutto sembrano destinati ad aumentare i suoi dubbi e il suo mal di pancia: lo “zero tituli” di madame Le Pen dimostra l’attendibilità di quanto va dicendo da tempo Flavio Tosi, e di quanto pensano tutti i sondaggisti: una leadership troppo sbilanciata a destra spaventa la maggioranza silenziosa e si porta a casa magari un quarto e poco più dei voti (quota peraltro ancora sideralmente lontana per la Lega), con i quali però non si vincono le elezioni. E questo è più o meno quanto contano ora in Italia le due forze politiche.

UN PARTITO SENZA UNA LEADERSHIP EMERGENTE

Il problema è che lo spazio vitale per Forza Italia si è drammaticamente ristretto dopo l’entrata in campo di Renzi, che ormai presidia saldamente il centro. Inoltre la persistenza di Berlusconi al comando del partito ha impedito finora la costruzione di una leadership alternativa, né ci sono figure emergenti alla vista.

LA TELA DEL RAGNO DI FLAVIO TOSI

Per paradosso, l’unica leadership moderata che si rivolge ai forzisti è un altro leghista, quel Flavio Tosi che magari al momento non avrà molto consenso, ma sicuramente ha le idee chiare, e da tempo ha lanciato la sua candidatura a leader di tutto il centro-destra. Ora è chiaro che la sua battaglia alle prossime regionali del Veneto è fatta per rodare la macchina, temprare le truppe, misurare le forze; furbescamente ha scelto dei contenuti e delle parole d’ordine “sviluppiste” molto in sintonia con gli umori dell’elettorato forzista (sì a grandi opere, trivellazioni, grandi navi); ed è l’unico al momento (non certo Salvini, né sicuramente Berlusconi) che appare in grado di riunificare, nelle future consultazioni, tutte le diverse anime del centro-destra. Come finirà il suo tentativo non lo so, noto soltanto che la stagione di Berlusconi si avvia fatalmente all’epilogo lasciandosi dietro solo macerie, anche nel suo partito (“io ti ho fatto, io ti distruggo”), mentre gli unici approdi possibili per il popolo forzista sembrano in questo momento esterni al partito: ma meglio uno Zaia (ovvero un Salvini) oggi o un Tosi domani?

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“TU NON TACERE” DI FULVIO ERVAS: DIETRO LA MALASANITA’ LA RICCHEZZA DELLE RELAZIONI UMANE

MedicodisperatoHo scelto la celebre foto del medico disperato per non essere riuscito a salvare un giovane paziente per parlare di “Tu non tacere” di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos), uno dei più bei libri che ho letto ultimamente.

Il protagonista è uno studente di medicina – Lorenzo – il cui padre è morto per i postumi di un incidente stradale che lo hanno costretto a letto, paralizzato, per quattro anni; convinto che non sia stato curato bene, Lorenzo si confida con il vecchio professore del liceo, che lo scrittore trevigiano ha palesemente ricalcato su se stesso e che lo assisterà nel controverso e laborioso tentativo di scoprire la verità.

Inizia un viaggio appassionante dentro la sanità, nei suoi aspetti medici, organizzativi,  economici e – naturalmente – psicologici,  elementi fondamentali del nostro modello di vita, dei quali però prendiamo consapevolezza solo quando vengono messi in discussione (dalla crisi economica, ad esempio) e con i quali solitamente veniamo in contatto solamente quando costretti da una malattia, nostra o di un congiunto; che è effettivamente quanto accaduto a Fulvio Ervas nel periodo della stesura del romanzo. Ervas

Il libro si raccomanda per l’accuratezza, la profondità e la passione coinvolgente con cui si addentra in queste tematiche, ma forse ancor più per la precisione con cui disegna i suoi normalissimi ma indimenticabili protagonisti, e la finezza con cui delinea i rapporti di Lorenzo con il professore, il padre scomparso, la madre che ne ostacola l’indagine, i fratelli, la fidanzata; esso parla, apparentemente, di malasanità, ma si occupa in realtà, a 360 gradi, della condizione umana di oggi.

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GIORGIO LAGO, DIECI ANNI DOPO: UN GRANDE GIORNALISTA E UN UOMO BUONO

LagoSe fosse ancora in vita in questi giorni Giorgio Lago festeggerebbe il recentissimo arrivo di un nipotino che porta il suo stesso nome. Il grande giornalista invece se n’è andato esattamente dieci anni fa, come oggi, dopo una lunga e dolorosa malattia.

Oggi alle 17,45 all’Università di Padova amici, colleghi e studiosi presentano un libro a lui dedicato, con un dibattito moderato da Paolo Possamai a cui interverranno Ilvo DIamanti e Gian Antonio Stella.

http://www.ordinegiornalisti.veneto.it/index.php?option=com_content&view=article&id=366:un-libro-a-10-anni-dalla-scomparsa-di-giorgio-lago-padova-13-marzo&catid=4:notizie-in-primo-piano#sthash.LBXkKDt2.dpbs

Qui mi piace ricordarlo con le parole dell’amico e collega che gli è stato più vicino, Francesco Jori, che nel libro analizza la figura di Lago soprattutto dal punto di vista umano, perchè smentisce un luogo comune e ribadisce un concetto che mi è caro, e a cui ispirò la sua vita anche un altro grande, Ryszard Kapuściński: non si può essere un bravo giornalista se non si è una persona buona.

“Perché ha lasciato un segno così profondo? Scrive Lucrezio, nel suo “De rerum natura”: ho dato un nome alle cose. Individuare qualcosa di estraneo, riconoscerne le caratteristiche, definirlo, insomma appunto dargli un nome, e spiegare tutto que- sto agli altri, è essenziale per vincere le paure e superare i pregiudizi. A un Nordest spaesato, inquieto, smarrito, sofferente di malessere da benessere, ma incapace di definirlo e di comprenderlo, Lago ha dato uno strumento per chiamare per nome questo stato d’animo, per identificarlo, per superarlo (…)

Con un lascito, alla fine, più volte verbalmente ripetuto negli ultimi tempi: l’esortazione alla bontà come valore interiore, davvero al di là del bene e del male: “Vardè che quéo che conta xè volerse ben”, detto in lingua materna, quella che usava tutti i giorni. Così nella sofferenza terminale ha scritto non più sul giornale, ma col proprio stesso corpo il suo ultimo, più alto editoriale, lasciandoci in eredità la forza e la ricchezza di un impegno civile che non dobbiamo indebolire, scolorare, far cadere.

“Nulla può recare danno a un uomo buono, né in vita né dopo la morte”, dice Socrate agli amici che lo circondano affranti, dopo la sua condanna. Giorgio Lago è stato soprattutto un uomo buono. Per questo in tanti, ancora oggi, continuiamo a volergli bene”.

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CINQUE DOMANDE CHE VORREI SENTIR PORRE A SALVINI

SalviniSalvini dorme in televisione, così è sempre pronto quando lo chiamano, anzi lo chiamano sempre forse perché è già lì. Peccato però che poi nessuno gli faccia le domande giuste…

Ad esempio:

 

1 – Dice di non sopportare Matteo Renzi, perché è un fanfarone che non rispetta la parola data. Eppure anche lui arriva al vertice tradendo un amico-fratello di fede politica: perché non chiedergli se è vero che c’era un accordo con Tosi per cui al sindaco di Verona toccava la candidatura a leader del centro-destra? Perché nessuno riscrive per il segretario leghista il beffardo refrain Tosistaisereno?

2 – Dice che la divisione che conta, oggi, non è tra fascisti e antifascisti, ma tra chi lavora e chi no: perché non gli viene ricordato che lui in senso stretto non ha mai lavorato, avendo vissuto di politica fin da adolescente, e che nel suo mandato da parlamentare europeo si è sempre distinto per l’assenteismo più che per l’operosità?

3 – Ora che le cose dell’economia ricominciano (anche se minimamente) a funzionare, perché non chiedergli se è merito dell’odiato Renzi, della vituperata Europa (da cui vorrebbe farci uscire, ora che Draghi tira fuori i soldi) o del padreterno?

4 – Sostiene che dai suoi comizi non escono mai parole violente: perché non ricordargli che a Roma ha detto parlando dei ladri “se entri in casa mia sai che ne ne puoi uscire steso”? Peggio che la pena di morte, di cui è sostenitrice la sua amica Le Pen: questo significa legittimare il far west, mettere irresponsabilmente a repentaglio anche la vita delle vittime, oltre che dei colpevoli.

5 – Una spesso il leit motive del richiamo agli “sfasciavetrine” che gli disturbano i comizi, per replicare a chi gli chiede conto del sostegno dell’estrema destra: a parte che gli “sfasciavetrine” sono contro Renzi più che contro di lui (basta sentire gli slogan della manifestazioni antagoniste), gli si dovrebbe far osservare che lui si accompagna non a sfasciavetrine, ma a forze politiche che si richiamano esplicitamente al fascismo e al nazismo, che hanno sfasciato ben altro…

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TOSI-SALVINI AL REDDE RATIONEM. E ZAIA TACE SUL VETO AGLI ALLEATI…

SalviniTosiIn altri tempi e in altri partiti a Tosi avrebbero assicurato una compensazione per la fregatura bis datagli da Salvini, dopo la mancata candidatura di qualche anno fa alla presidenza della Regione in favore di Zaia: magari una poltrona in parlamento (elezioni permettendo) o la presidenza di una società para-pubblica. Ma nella Lega è così: lo sconfitto va “polverizzato” (copyright Salvini, a quanto pare), e i fedelissimi devono perire con lui (per questo si assiste al fuggi fuggi delle ultime ore dal suo carro): finito il secondo mandato da sindaco Tosi rischia la disoccupazione…

“PRIMA LA LOMBARDIA”, ALTRO CHE “PRIMA IL VENETO”!

D’altra parte non è che il sindaco di Verona si sia comportato diversamente quando ha conquistato la Liga veneta, espellendo decine di dissidenti e commissariando le sezioni. Semmai ha commesso contestualmente un’ingenuità inspiegabile in un politico navigato come lui, pensare che un veneto possa aspirare davvero a scalzare un lombardo nella lotta al primato nel partito e nella corsa alla leadership del centro-destra. Zaia ha sempre chiamato Bossi “il Capo”, e così ha fatto carriera, credo che ora farà lo stesso con Salvini. Altro che “prima il Veneto”! “Prima la Lega”, semmai, come è sempre stato.

IL SILENZIO DI ZAIA SUL DIKTAT CONTRO I SUOI ALLEATI

Zaia1Archiviata la pratica Tosi, comunque, con l’esclusione sostanziale o formale del sindaco dai giochi che contano nel suo partito, per il centro-destra un ostacolo duro da rimuovere rimarrà: l’arco delle alleanze della coalizione, ovvero con o senza Ncd, e (da oggi) anche con o senza Forza Italia.  Salvini ha dei sondaggi secondo cui Zaia vincerebbe tranquillamente anche senza gli altri due partiti, e dunque il centro-destra rimarrebbe sostanzialmente privo di rilevanza politica nella regione. Bisogna vedere, stante lo stato in cui versa soprattutto Forza Italia in questo periodo, se la cosa interessa a qualcuno da quelle parti.

Dal canto suo Zaia si è esposto (finalmente!) sulle questioni interne alla Lega, ma  dopo cinque anni a governare insieme (bene, a suo dire) non si è ancora degnato di spendere una parola per far rimuovere il veto lombardo sui suoi alleati.

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RENZI, GLI ALTRI E… IL SOTTOSCRITTO

RenziMattarellaAlcune riflessioni prettamente personali sulla politica ai tempi di Renzi, in margine all’elezione del Presidente della Repubblica.

Il Capo del Governo e del Pd ha dimostrato una spregiudicatezza, una capacità manovriera, un senso dei rapporti di forza e uno sguardo lungo sul potere persino impressionanti. Tutti aspetti a cui guardo con un misto di ammirazione, di distacco e (in parte) di apprensione.

Certo si tratta di modalità lontanissime dal mio modo di concepire la politica: per questo da un po’ di tempo non riesco ad appassionarmi, e il livello di apprensione (per questa politica e per i suoi contenuti) non è ancora tale da spingermi a impegnarmi. In fondo credo che Renzi e la sua generazione abbiano il diritto di sparigliare il campo e perseguire il cambiamento, e quindi lascio fare e sto a guardare, ma non intendo fornire un mio contributo attivo.

IL COLLASSO DELLA DESTRA: CHI È CAUSA DEL SUO MAL…

C’è poco da dire sugli altri schieramenti: Renzi li ha resi, o si sono resi da soli, irrilevanti. Impressionante ma prevedibile il collasso della destra. Hanno puntato tutto, per oltre un ventennio, su Berlusconi, credendo (volendo credere) di avere un leader politico e ritrovandosi invece un capo azienda che fa i propri esclusivi interessi: ora ne pagano giustamente le conseguenze. Il popolo di destra dovrebbe chiedersi perché da decenni non riesce ad esprimere un leader che possa aspirare a rappresentare la maggioranza degli italiani. Forse perché quando si tratta di selezionarne uno hanno come criterio guida la mortificazione degli avversari politici?

E MATTARELLA?

Ah, molti auguri a Sergio Mattarella: spero che riesca a conquistare il cuore degli italiani. Rettitudine e competenza non bastano per il posto che si ritrova ad occupare.

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ECCO COME L’ATTENTATO DI PARIGI CI RENDE TUTTI UN PO’ PEGGIORI

CharlieOggi l’orologio della storia – anche quello che pulsa dentro ognuno di noi –  è tornato indietro di anni.

La mia prima reazione alla strage di Parigi è stata viscerale, di rabbia e di vendetta: volevo scrivere su Facebook una battuta blasfema su Allah.

Poi mi sono fermato, perchè ho pensato che potrebbe essere pericoloso.

E così  ho sperimentato in me stesso, in rapida successione, sia la truce regressione a cui ci spinge la strage di Parigi, che la conseguente, umiliante autocensura che essa ci impone.

Solo dopo ho pensato che Allah c’entra ben poco, e che tre terroristi non possono spingermi a odiare o temere l’islam, e ad offendere milioni di islamici pacifici e serenamente integrati: fra i quali anche il poliziotto Ahmed, ucciso dai suoi sedicenti correligionari mentre difendeva i valori della libertà d’espressione e della convivenza.

In ogni caso la mia sensazione fortissima, stasera, è di essere un po’ meno libero e un po’ meno civile.

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