INTERVISTA A ROSI BINDI, OVVERO AUTORITRATTO DEI DEMOCRATICI NEL DESERTO

Bindieio.jpgTemo che l’analisi più lucida e veritiera sullo stato del Pd sia quello tracciata da Rosi Bindi domenica sera alla Festa padovana. Ricostruisco un po’ a memoria e dopo qualche riflessione con alcuni amici presenti, non avendo potuto prendere appunti in quanto impegnato a porle domande (alcune pervenutemi da Facebook, eccole rosi-bindi-a-padova-domande-via-facebook-5680040.html) e a interromperne i monologhi. La simpatia personale che ho sempre provato per lei non mi ha impedito di incalzarla anche con questioni scomode, di rintuzzarne le contraddizioni, di farla “arrabbiare e sudare”, come mi ha detto alla fine. Ne è uscita una disanima molto approfondita sul partito, ma soprattutto una sorta di “autoscatto politico” in cui credo si ritrovino molti simpatizzanti del Pd, soprattutto quelli più rigorosi, affezionati a un modo di far politica che adesso sembra irrimediabilmente datato, e (anche se in tanti) di fatto in mezzo a un deserto politico di cui non si intravede la fine.

 

ISOLAMENTO DA INTRANSIGENZA CON I VERTITI

Non a caso la Bindi appare in questo momento il dirigente più isolato all’interno del Pd, essendo finita in rotta di collisione – per la sua intransigenza mai dissimulata, naturalmente – sia con gli emergenti che con i rottamandi. Consumata infatti l’alleanza con Bersani (di cui non ha condiviso la gestione post-elettorale e forse nemmeno il… durante), rafforzata l’inimicizia quasi antropologica con Renzi, consolidata la cordiale lontananza con Letta (che stima ma è troppo diverso da lei e soprattutto guida un governo che non ama), approfondita la distanza dagli ex compagni margheritini (non parliamo solo di Fioroni, ma anche di Franceschini che considera un ondivago opportunista), non si ritrova ovviamente né con Cuperlo né con Civati, che appartengono a storie o portano avanti istanze troppo diverse dalle sue.

UNA BASE CHE SEGUE RENZI ALLA RICERCA CONFUSA DI RIVALSE

Bindieio2.jpgMa i suoi strali non risparmiano nemmeno il corpaccione del partito, che in questo momento sembra sedotto da Renzi non perché è quello che più sembra ridare fiato alle bandiere dell’identità democratica (come pare a me), ma perché appare l’unico in grado di offrire una prospettiva di vittoria a una base fiaccata dalle troppe sconfitte, e desiderosa di rivalsa purchessia: anche rinunciando alla chiarezza programmatica e abbracciando una prospettiva nebulosa come quella ventilata dal sindaco di Firenze. Un partito, dunque, diviso su tutto (dal lavoro alla bioetica, dall’economia alle politiche di difesa, dalle riforme istituzionali alla politica estera) ma unito solo dal desiderio di rivalsa e su un programma che si riassume (berlusconianamente) in due sole parole: Matteo Renzi. Renzi.jpg

Le ho fatto osservare che queste critiche la collocherebbero di diritto alla sinistra del Pd, in Sel, ma mi ha replicato che Vendola ormai sta con Renzi, e che semmai quello a cui lei pensa è la fisionomia originaria del Pd, in cui le diverse culture e le diverse opzioni si confrontavano anche rudemente, ma poi si arrivava a una sintesi politica, a cui tutti si dovevano attenere: non ad un confuso “enbrassons nous” e alla pietrificazione di potentati correntizi in perenne conflitto per rivendicare posti e prebende, come avviene ora.

Un’altra osservazione che non ho avuto il tempo di farle è che questa sua analisi realistica ma drammatica sul partito e la situazione più generale del paese non sembra offrire al momento alcuno sbocco praticabile, e questo per un politico è una grave debolezza, perché non apre a nessuna prospettiva, deprime più che stimolare i militanti.

I RAPPORTI CON BERLUSCONI E I 101 ANTI-PRODI

Nelle quasi due ore di incontro si sono poi toccate naturalmente molte delle questioni di attualità, dal voto su Berlusconi (dice che il Pd è compatto, ma teme il voto segreto di inquinatori esterni per poi mettere in difficoltà i democratici), al governo (è molto critica perché sta attuando il programma del centro-destra e porta avanti una “pacificazione” col Cavaliere sulla quale dissente profondamente), alla guerra e agli armamenti, su cui concorda con i pacifisti a 360°, e molto altro. Una parte importante del confronto ha riguardato anche il passato recente (lo sfregio dei 101 anti Prodi, ad esempio) e remoto (la sua travagliata esperienza alla guida della Dc veneta negli anni ’90): sulla prima vicenda è convinta che si sia trattato del combinato tra la vendetta di qualcuno,  il complotto di un’area del partito che persegue un’alleanza col centro-destra (non fa nomi, ma ha precisi sospetti, e dice che prima o poi torneranno allo scoperto) e l’irresponsabilità di qualche giovane deputato che si è lasciato suggestionare dalla candidatura Rodotà, senza aver colto la drammaticità politica del momento.

LA SUA ESPERIENZA NEL VENETO DI VENT’ANNI FA

Sul passato le ho letto, senza dirle che erano sue, alcune dichiarazioni giovanili sulla necessità della rottamazione dei vecchi dirigenti del partito e sul limite dei due mandati: si è molto arrabbiata ma poi si è ripresa bene, dicendo che i vertici della Dc del tempo erano inquinati dai corrotti, che andavano rimossi e poi sono finiti inquisiti o condannati. Anche se con quei vertici si è poi persa per strada gran parte della base, transitata a destra. Nega recisamente però di aver agito contro la candidatura di Tina Anselmi alla guida della Regione, ma dice di averla sempre considerata un faro nella sua attività politica, e rivendica di aver cercato per prima, ma inutilmente, un’alleanza con la sinistra veneta per le elezioni regionali in quegli anni.

IL PROSSIMO FUTURO

Quando al prossimo futuro, se dovesse cadere il governo, non ritiene possibile il sostegno a un governo M5S, ma nemmeno auspica un nuovo esecutivo con pezzi di Pdl dissidente: semmai un governo di scopo con l’obiettivo di fare una nuova legge elettorale e poi tornare rapidamente al voto.

INTERVISTA A ROSI BINDI, OVVERO AUTORITRATTO DEI DEMOCRATICI NEL DESERTOultima modifica: 2013-09-10T12:54:00+02:00da sergiofrigo
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