IL VENETO, DA “SUD DEL NORD” A LOCOMOTIVA D’ITALIA: MA ADESSO?

JoriPedrocchi.jpgCom’è che il Nordest è diventato un “modello di sviluppo” e il Veneto si è trasformato nella locomotiva economica del paese, da “Il Sud del Nord” che era nel passato? Se lo chiede, e risponde, Francesco Jori nell’omonimo libro, appena pubblicato dalla Biblioteca dell’Immagine, che abbiamo presentato ieri sera in Sala Rossini a Padova. Ma c’è un’altra domanda che percorre in sottotraccia buona parte del libro, e che ha connotato l’intero dibattito, a cui sono intervenuti Mario Liccardo dell’Associazione La specola delle idee, Ruggero Frezza, presidente e amministratore delegato dell’incubatore di idee M31, Gilberto Muraro, ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Padova e Ivo Rossi, vice-sindaco di Padova: ci sono le condizioni perché la ricetta vincente del passato riprenda a funzionare anche oggi, e aiutarci a uscire dalla crisi che anche a Nordest colpisce duro?JoriLibro.jpg

Il libro è soprattutto un reportage svolto nel passato, ma – come dirò meglio più avanti – rivolto al presente e anche in qualche modo al futuro.

 

IL LIBRO DI FRANCESCO JORI, UN REPORTAGE DAL PASSATO

JoriPedrocchi3.jpgReportage è un genere giornalistico che raccoglie attorno a un tema i dati e le voci più disparate, e qui ci sono tutte, anche quelle di solito trascurate in quanto considerate fonti minori, come le relazioni dei parroci in occasione delle visite pastorali dei vescovi, i rapporti dei medici sulla situazione sanitaria, i diari e le lettere degli e agli emigranti. Ma tutto questo è cucito insieme da un filo conduttore, e corredato con testimonianze dirette e vissute dei protagonisti, con una riflessione dell’autore, in genere anche con numerose immagini relative al tema affrontato: e qui ci sono anche le immagini, e non mi riferisco tanto alle foto d’epoca che aprono i vari capitoli, ma alle descrizioni vividissime che Jori ci consegna nell’ambito della sua trattazione, e che ci restituiscono intatto l’impatto emotivo: perché in questo non sono d’accordo con Giorgio Roverato, autore peraltro di un’ottima introduzione: anche se non predominante, l’emotività c’è, altrimenti non sarebbe buon giornalismo; c’è soprattutto nell’empatia con cui Jori si accosta ai suoi protagonisti, specie i più deboli, che a questa storia partecipano fornendo soprattutto fatica, lacrime, sangue, e specialmente lavoro.

Questo lo vediamo quando – nel mezzo magari di un passaggio storico-economico impegnativo, supportato sempre da dati ricchissimi e di prima mano – Jori fa scivolare ad esempio l’aneddoto curioso, la noterella sapida, che per così dire “tagliano l’aria” ma sono tutt’altro che semplice folklore, perché riescono invece ad ancorare ad un punto di vista umano una trattazione che altrimenti potrebbe apparire troppo astratta o generale: come ad esempio – nel capitolo sulla Grande Guerra – la storia dello scandalo degli alleati inglesi per la pausa pranzo che si concedono, anche in piena emergenza, i soldati italiani, oppure l’episodio della madre e del figlio soldato che non si riconoscono più quando lui torna a casa alla fine del conflitto.

LA RICETTA DEL SUCCESSO: CULTURA DEL LAVORO E SOLIDARIETÀ DIFFUSA

Ma al di là degli aspetti formali, quello che va evidenziato del libro Jori.jpgè la sua ossatura complessiva, quello che ne sostiene l’impalcatura, amalgamando e facendo lievitare la ricca materia di cui è composto: e questa ossatura è il punto di vista, che è lo sguardo lungo sulla storia, che non si limita a rievocare il passato, ma della storia esplora le ricadute sul presente e persino le proiezioni verso il futuro. Jori cita due elementi, fra gli altri, che hanno contribuito a trasformare il Sud del Nord nel modello di grande successo che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, due elementi presenti fin da subito, nel periodo considerato: da un lato la cultura del lavoro, inteso come produttore di identità sociale prima ancora che di ricchezza; dall’altro il senso di solidarietà collettiva e diffusa che nasce dalla memoria di essere stati poveri.

UN PROBLEMA IRRISOLTO: UN POPOLO RIMASTO AI MARGINI

Ma perché non sembri che il libro racconti un passato edulcorato e una vicenda solo edificante, io citerei un altro paio di elementi, problematici, che sono stati parte integrante di quella stagione: il forte distacco fra popolo e intellettuali (raffigurato plasticamente nelle due figure quasi contemporanee di Stefano Massariotto e Antonio Fogazzaro, il primo il cantore della popolanità passatista e plebea e il secondo il raffinato cultore della nuova cultura cattolica aperta alle modernità e al mondo); e in secondo luogo il distacco ferito con cui il popolo, soprattutto nelle sue fasce più deboli, ha assistito al grande esperimento della costruzione di una nazione da parte delle classi più elevate, un’estraneità subita con tale violenza da convincerlo a scappare – con l’emigrazione – proprio nel momento in cui questo esperimento si dispiegava in tutta la sua portata.

IL CLERO-CONTADINO E GLI IMPRENDITORI-INTELLETTUALI

IoJori.jpgDi converso mi sembra di poter dedurre, dalla lettura del libro di Jori, che gli episodi più proficui, su cui si sono innestate solide fortune per i singoli ma anche per i territori e gli ambiti a cui essi facevano riferimento, e in ultima istanza una parte consistente del processo di sviluppo di queste regioni, siano quelli in cui un singolo personaggio, un grande imprenditore, ha saputo coniugare lo spirito di intrapresa con una visione vasta e a suo modo sociale del processo in cui si andava ad inserire la sua attività, tanto da renderne pienamente partecipi i suoi collaboratori, le sue maestranze, il territorio circostante. I migliori fra gli uomini che hanno segnato in profondità questo tempo sono stati sacerdoti, papi, intellettuali, che hanno saputo restare in sintonia con il popolo, senza rifugiarsi nella torre d’avorio della religione o del sapere; e gli imprenditori e i banchieri sono stati, spesso, anche intellettuali, uomini di visione strategica oltre che di azione concreta, interessati alle ricadute sociali del loro operato almeno quanto a quelle prettamente economiche.

COME RIATTIVARE ORA I FATTORI DEL SUCCESSO DEL NORDEST?

Le domande che dunque rimangono ora sul tappeto, e a cui ognuno di noi può darsi le risposte che crede, sono le seguenti: la cultura del lavoro e lo spirito di solidarietà hanno ancora la capacità di interagire insieme, nel nostro tempo, oppure fra le cause o gli effetti della crisi dobbiamo anche annoverare la rottura di questo binomio che è stato così fecondo per le nostre regioni?

E c’è ancora qualcuno – nel mondo del lavoro come in quello della cultura – capace di promuovere quell’incontro fra spirito di intrapresa e capacità di riflessione, pragmatismo produttivo e visione alta dei destini umani, che hanno costituito la carta vincente del nostro modello di sviluppo, quando ancora ne avevamo uno?

 
IL VENETO, DA “SUD DEL NORD” A LOCOMOTIVA D’ITALIA: MA ADESSO?ultima modifica: 2013-02-02T11:52:09+01:00da sergiofrigo
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