SALONE DEI BENI CULTURALI: AZZERARE I FONDI PUBBLICI PER RIPARTIRE?

Salone.jpg“Azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura”: è il sommario con cui la Marsilio, riprendendo una provocazione di Alessandro Baricco del 2009, pubblica in questi giorni il libro “Kulturinfarkt” uscito nei mesi scorsi fra grandi polemiche in Germania. E all’”infarto della cultura” è stato dedicato anche il dibattito che stamattina a Venezia ha aperto la tre giorni del Salone europeo della cultura (Venezia2019, richiamando la candidatura a capitale europea della cultura), con uno degli autori del libro, il sociologo Dieter Haselbach, l’editore Cesare De Michelis, il presidente della Biennale Paolo Baratta, il direttore del Mart Cristiana Collu e il direttore dell’Istituto Leoni Alberto Mingardi.

LO “STATO IMPRESARIO” CHE SOFFOCA LA CREATIVITA’

Salone2.jpgInevitabile che le tesi del libro facciano discutere, in un momento in cui è generalizzata la protesta del mondo culturale per i progressivi tagli dei finanziamenti pubblici che rischiamo di azzerare il settore. Gli autori sostengono infatti che i fondi erogati massicciamente dallo “Stato impresario” (ma attenzione, parliamo della Germania, che stanzia per la cultura 9 miliardi di euro all’anno) hanno finito per creare un moloch burocratico che tutela solo se stesso, producendo conformismo e mortificando la creatività degli stessi artisti che dovrebbe promuovere, riducendone lo spirito antagonista e “avanguardista” a mera fedeltà al potere. Le sovvenzioni pubbliche inoltre finiscono per sollevare i produttori di cultura dalla necessità del confronto col pubblico, favorendo l’autoreferenzialità e il parassitismo: il risultato è che aumentano le iniziative culturali mentre il pubblico diminuisce, nonostante il costo dei biglietti venga tenuto artificiosamente basso, cosicché si finisce per sovvenzionare con fondi pubblici ogni spettatore, ad esempio dell’opera lirica, con 150 euro pro capite ad ogni rappresentazione.

IL VIVACE CONFRONTO FRA DE MICHELIS E BARATTA

Su questi temi si è sviluppato al Salone un vivace confronto, in particolare fra Cesare De Michelis e Paolo Baratta. Presentando il libro l’editore, che ne ha scritto anche la premessa, ha sostenuto che finalmente esso mette in discussione un’idea vecchia di almeno due secoli, secondo la quale lo Stato democratico deve preoccuparsi di educare il popolo, idea che ha finito per rovesciarsi in una funzione propagandistica e di gestione del consenso. “Non si prende atto che oggi il “popolo” ha altri strumenti per acculturarsi, più complessi e meno controllabili. Il fatto che i teatri rimangano vuoti è considerato secondario. Bisogna invece azzerare tutto e capovolgere il sistema di distribuzione delle risorse, trovando ad esempio nuove modalità di misura dell’efficienza dei produttori di cultura”.

PER IL PRESIDENTE DELLA BIENNALE IN ITALIA RISCHIAMO L’ANEMIA, NON L’INFARTO

In dissenso con lui invece Paolo Baratta ha sostenuto che dietro i massicci finanziamenti statali tedeschi alla cultura c’è piuttosto l’idea di un Welfare non limitato alle pensioni e alla sanità, ma esteso all’arte e alla cultura, a disposizione di tutti. Ma il presidente della Biennale ha soprattutto tenuto a specificare che in Italia, con i 150 milioni di euro l’anno per il settore, più che l’infarto come in Germania, rischiamo l’anemia e il rachitismo. “Siamo un Paese che si riempie il petto e la testa del suo grande patrimonio culturale del passato e poi spende per la sua conservazione meno di 3 euro l’anno pro-capite, contro i 35 euro del canone Rai. In Germania non succede così, e il libro su questo non ha nulla da ridire”.

Il presidente della Biennale ha aggiunto poi di aver trovato di volta in volta datata, giacobina, tardo-sessantottesca, liberista e socialdemocratica la prima parte, sedicente “rivoluzionaria”, dove si affrontano questioni come cultura, economia, mercato, Stato “di cui in Italia discutiamo dagli anni ’70”. Lo stesso sottotitolo del libro è una “contraffazione” editoriale, secondo Baratta, che ha aggiunto in polemica con Alberto Mingardi che in realtà quella di gran lunga più interessante è la seconda parte, in cui più che “un rivoluzionario invito all’azzeramento dei fondi pubblici c’è un onesto tentativo riformista di trovare nuove modalità di organizzazione e di finanziamento della cultura, a partire dall’efficienza economica, dall’imprenditorialità, dall’attenzione alle innovazioni. Tutte cose su cui noi della Biennale ci siamo da sempre. E comunque io vorrei tanto avere un interlocutore pubblico che mi chiedesse conto di come ho speso i soldi pubblici che ho ricevuto. Purtroppo non c’è l’ho, e mi devo accontentare dei riconoscimenti al prestigio della Biennale, e poi mettermi in coda come tutti gli altri per chiedere i finanziamenti”.

Nell’ambito del Salone si parla anche di nuove tecnologie digitali per la cultura e di restauro, con alcune sale dedicate al design (nelle immagini).

 

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SALONE DEI BENI CULTURALI: AZZERARE I FONDI PUBBLICI PER RIPARTIRE?ultima modifica: 2012-11-23T17:09:00+01:00da sergiofrigo
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