SUL “CASO SALLUSTI” NOI GIORNALISTI CI CONFERMIANO UNA CASTA

FarinaSallusti.jpgC’è una sola categoria professionale che, in Italia, insidia quella dei politici nel primato del discredito popolare: naturalmente i giornalisti. Credo sia perché vengono – veniamo – considerati asserviti al potere e proprio per questo dotati di privilegi straordinari. Non è il luogo, questo, per analizzare se sia vero o meno: lo ricordo solo per dire che nella vicenda Sallusti stiamo facendo il possibile, come categoria, per confermare nell’opinione pubblica la pessima fama che ci viene attribuita.

Il sindacato (Fnsi) e quasi tutte le penne che contano – di destra e di sinistra, da De Bortoli a Mauro, da Annunziata a Lerner – non si sono limitati a esprimere solidarietà al direttore del Giornale, ma hanno confuso nei loro commenti libertà di stampa, comprensione per l’omesso controllo e diritto di diffamare: sollecitando di fatto (se non di diritto) un trattamento “paritario” con quello dei cittadini normali che di fatto sorvola sulla grande differenza fra colui che diffama “in privato” e il giornalista che ha la possibilità di moltiplicare le sue bugie fra centinaia di migliaia di lettori. Inevitabile che ci venga ribadita, ancora una volta, l’accusa di essere una casta che difende i propri privilegi e non vuole pagare per le sue colpe.

 

NON UN INFORTUNIO GIORNALISTICO, MA UNA CAMPAGNA ORCHESTRATA

A Sallusti, per evitare il carcere, bastava scrivere “abbiamo sbagliato, chiediamo scusa” al giudice diffamato, e pagare gli altri soldi che questi chiedeva (20mila euro) non per se stesso ma per beneficenza. Non l’ha fatto, perché avrebbe significato ammettere che quell’orribile articolo era parte di una campagna orchestrata contro i giudici, e non un semplice infortunio giornalistico, visto che gli elementi di verità quel giorno erano già disponibili in agenzia prima di andare in stampa.

IL PUTRIDO SACCO DI FARINA (RENATO)

Ma ora si scopre che c’era anche un altro problema dietro quel pezzo: che a scriverlo era quel Renato Farina che Berlusconi ha portato in Parlamento (è vero, non ci sono solo i Fiorito, nel Pdl, ci sono anche altri fior di “galantuomini”) per sottrarlo a una condanna penale, e che era stato radiato dall’Ordine dei Giornalisti perché collaboratore dei servizi segreti. Farina non poteva dunque scrivere sui giornali, ma imperterrito nei mesi successivi ha continuato evidentemente a pubblicare i suoi articoli, a tessere le sue trame (fra le sue vittime anche Prodi) e a violare la legge (si veda Renato_Farina). Per finire il giornalista-parlamentare ha ammesso di essere l’estensore di quel testo ignobile solo dopo che Feltri l’ha rivelato a Porta a Porta e Sallusti è stato definitivamente condannato: beccandosi del vigliacco dallo stesso Feltri e dell’infame da Mentana.

DIFFAMATORE MA CATTOLICISSIMO: QUANDO FEDE E MORALE DIVERGONO

Piccolo dettaglio: Farina (alias agente Betulla) è una delle firme di punta del giornalismo cattolico italiano: ha infatti lavorato a “Il Sabato” di cui è stato prima firma, seguendo Giovanni Paolo II in 50 viaggi, è stato fra i primi a raccontare delle apparizioni di Mediugorje ed è il biografo di don Giussani, di cui è stato allievo e intervistatore privilegiato.

Come si vede “fede” e moralità non necessariamente coincidono.

SUL “CASO SALLUSTI” NOI GIORNALISTI CI CONFERMIANO UNA CASTAultima modifica: 2012-09-28T12:28:24+02:00da sergiofrigo
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