SUL DIRITTO AL LAVORO LA FORNERO HA SBAGLIATO TEMPI E MODI, MA NON HA TUTTI I TORTI

Fornero.jpegElsa Fornero non poteva scegliere frase meno adatta e momento peggiore per accompagnare l’approvazione della sua controversa riforma del lavoro. Né la aiuta il fatto che siano scesi in campo in sua difesa il solito Polillo e la solita Gelmini.

Però, a costo di risultare impopolari, sarebbe opportuno cercare di analizzare con maggior cura la sua affermazione, superando lo scontato richiamo all’articolo 1 della Costituzione, oppure (per i più sofisticati) all’articolo 4 (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”), che non aiuta a comprendere le cose.

Non sono un costituzionalista né uno storico, e non so se i padri della Carta avessero presente la distinzione inglese fra “job”, cioè un posto di lavoro specifico, a cui faceva riferimento la ministra nell’intervista al Wall Street Journal, e  “work”, cioè il lavoro in senso generale, cioè una qualsiasi attività atta ad assicurarsi da vivere.

 

CHI CRITICA IL MINISTRO VUOLE UNO STATO DIRIGISTA?

Certo è abbastanza logico pensare che il diritto al “work” si riduce a una vuota e astratta dichiarazione di intenti se non riesce a diventare un vero e proprio “job”. È facile comprendere però che uno Stato che interpretasse gli articoli 1 e 4 della Costituzione come un suo obbligo a garantire a ciascuno di noi un posto di lavoro a vita, sarebbe per forza di cose uno Stato dirigista, estraneo ai meccanismi del libero mercato. In pratica esso dovrebbe finanziare (con le tasse, sostanzialmente) dei posti di lavoro anche non redditizi, assegnati a lavoratori magari per nulla produttivi, uscendo dunque dal regime della libera concorrenza. La mia non è una valutazione di merito, cioè non sto dicendo se questo sarebbe bene o male: ma chi critica la Fornero per la sua uscita così inopportuna, dovrebbe anche chiedersi se è questa l’idea di Stato che ha in mente, e se sarebbe disposto ad accollarsene gli esiti.

UNA COSTITUZIONE GENEROSA, TRADITA DALLA STORIA

Due ulteriori osservazioni a latere: la prima è che la Costituzione, con la sua generosa impostazione sociale, è figlia di un’altra epoca, in cui era normale che autorevoli esponenti degli apparati politici, economici e culturali dello Stato manifestassero aperture così avanzate su ogni aspetto della convivenza civile. Purtroppo le cose negli ultimi decenni sono andate in tutt’altra direzione, e i principi che ispirano la suprema Carta rischiano oggi di apparire ai più, se analizzati in profondità, almeno inattuali se non pericolosamente sovversivi. E non c’è dubbio che proprio per questo motivo (oltre che per precisa volontà politica di alcuni) molti dei suoi principi, fra cui proprio quello del diritto al lavoro, sono in larga parte disattesi.

I TECNICI CI FARANNO RIVALUTARE I POLITICI

La seconda osservazione riguarda i tecnici che abbiamo al governo, la Fornero in primis: alla loro astratta adesione alla dottrina e alla correttezza delle loro analisi della realtà non si affiancano in genere né la sensibilità sociale che dovrebbe essere la prima caratteristica del politico, né la sua tipica attenzione alle opportunità del dire e del non dire, che pure alle volte ci irritano profondamente: è possibile che alla fine del loro mandato finiremo davvero per rivalutare questi aspetti del fare politica, e “rifare pace” con chi ci si dedica, almeno con quelli che lo fanno con serietà e abnegazione. E questo sarebbe un’eredità positiva di Monti & c.

SUL DIRITTO AL LAVORO LA FORNERO HA SBAGLIATO TEMPI E MODI, MA NON HA TUTTI I TORTIultima modifica: 2012-06-28T12:27:00+02:00da sergiofrigo
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