QUANDO LO STATO UCCIDE. E POI SI AUTOASSOLVE

ALdrovandi.jpgPer uccidere una persona a forza di botte ci vuole molto impegno. Ma quando il responsabile è un uomo delle istituzioni, sembra sempre che sia stato un caso, un incidente, un eccesso di difesa. O al massimo l’“esuberanza” di qualche mela marcia. Al momento poi buono scattano le attenuanti e il colpevole paga con qualche sanzione minima e mai con la galera. Qualcosa del genere è accaduto anche nei giorni scorsi con la sentenza sul caso Aldrovandi (tre anni e mezzo di condanna, indulto, niente carcere per i quattro agenti), anche se il caso insuperato resta quello per il massacro della Caserma Diaz, durante il G8 di Genova. Quando i responsabili di fatti del genere sono privati cittadini, prima finiscono in galera, poi ci si informa su cosa è accaduto.


COLPI PESANTISSIMI ALLA CREDIBILITA’ DELLE ISTITUZIONI

Tutto questo è desolante per coloro che credono nelle istituzioni: come si fa ad aver fiducia in qualcuno che dimostra sistematicamente di non essere disponibile ad ammettere i propri errori?

Bene, dunque, la pubblicazione del libro “Quando lo Stato Uccide”, di Tommaso Della Longa e Alessia Lai, che ripercorre le morti che vedono agenti sotto accusa, registrate dal 2000 fino ai giorni nostri. C’è un filo rosso, secondo i due giovani autori, che lega queste vicende, «poiché il pregiudizio dell’innocenza concesso ai responsabili tende a diventare una verità assoluta, sempre e comunque».

Non è una prerogativa italiana: nei giorni scorsi la morte di Rodney King, in America, ci ha ricordato che a causa dell’assoluzione degli agenti responsabili del suo ingiustificato pestaggio, nel ’92 scoppiò la rivolta di Los Angeles.

FONDAMENTALE L’ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA’

Alla presentazione del volume di Della Longa e Lai, venerdì nella sede del Partito Radicale, erano presenti anche Giovanni, Cucchi e Cristiano Sandri, familiari di due dei protagonisti delle storie narrate da Lai e Della Longa. «Nel caso di Gabriele – spiega il fratello del giovane ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente dopo una rissa tra tifosi in un’area di servizio sulla A1 – ci sono voluti due gradi di giudizio per arrivare all’accusa di omicidio volontario. Se a sparare fosse stato chiunque altro, ci sarebbe voluto un attimo».

«Vogliamo credere nelle istituzioni – aggiunge il papà di Stefano Cucchi, il 31enne fermato per droga nell’ottobre del 2009 e morto una settimana dopo all’ospedale Sandro Pertini per il presunto pestaggio da parte di alcuni agenti della polizia penitenziaria – ma a volte diventa difficile farlo. In casi come questi lo Stato commette l’errore di chiudersi a riccio e non riconoscere gli errori commessi. La nostra battaglia è questa: se sono stati commessi errori, vanno riconosciuti».

IL CONTESTO DELL’IMPUNITA’ E IL RUOLO DELLA CONTRO-INFORMAZIONE

C’è da dire che se tutto questo accade, è perchè c’è un contesto sociale e politico che incorggia e assicura l’impunità. Ma c’è da aggiungere che se a qualche condanna (sia pure blanda) si arriva è perché la mobilitazione dei familiari e degli amici delle vittime trova riscontri nei media, e in particolare nella Rete, che rilancia i dubbi e i sospetti fino a costruire grazie alle testimonianze un solito impianto accusatorio, di cui anche la giustizia non può non tener conto.

QUANDO LO STATO UCCIDE. E POI SI AUTOASSOLVEultima modifica: 2012-06-24T13:27:00+02:00da sergiofrigo
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