IL SUICIDIO DI CEVENINI E GLI ALTRI: NON GIUDICO, MA NON RIESCO A PERDONARE

Cevenini.jpegPerché a qualcuno, innocente, tocca in sorte più dolore di quanto riesce a sopportare? E perché sceglie di uscirne infliggendo altro dolore ad altri innocenti?

Il “caso Cevenini” mi inquieta. Mi aveva amareggiato molto, due anni fa, la sua rinuncia forzata alla candidatura a sindaco di Bologna, mi aveva colpito il suo dover abdicare, ad un passo dall’arrivo, al suo traguardo più ambito. Gli avevo voluto bene, per questo, ripensando alla sofferenza che tutti proviamo, a volte, per rinunce anche molto minori. Perché doversi arrendere senza poter combattere è la sconfitta peggiore.

Ora voglio ancora bene a Cevenini, ma non riesco a perdonarlo. Non voglio giudicarlo, sia chiaro. Nessuno può conoscere a fondo il dolore di un altro, né valutare il suo punto di rottura. Ci sono cuori che si spezzano per molto meno, e credo che nessuno possa sapere di che cosa si può diventare capaci in situazioni di grande sofferenza.

Ma non riesco a non pensare che per smettere di soffrire il Cev (e tutti gli altri che, oggi per ragioni economiche, e ieri e domani per una separazione o una bocciatura) non ha trovato altra soluzione che togliersi di mezzo scaricando tutta la sua sofferenza sui suoi cari. Fra le tante o le poche possibili, io trovo che il suicidio sia la soluzione più violenta.

Ho trovato straziante (ed eroica) l’immagine della figlia, Cevenini2.jpeg ieri al funerale, che non riusciva a trovare per suo padre che parole di immenso amore e di grande stima. Ma non ho potuto fare a meno di pensare che il grande fardello di sofferenza che gravava, e graverà per sempre, sulle sue fragili spalle e su quelle della mamma (e un po’ anche su quelle degli amici) era stato lui a mettercelo. E non è che un dolore così si suddivide, se viene condiviso, semmai si accumula e si moltiplica.

So di dire qualcosa di duro, ma questo è il momento in cui a tutti noi non sono concesse debolezze; anzi, neppure basta più fare solamente il nostro dovere: bisogna essere pronti, e capaci, di fare di più. In qualche momento (quelli più sfortunati, citando Brecht) ci viene richiesto di essere degli eroi, perché se non riusciamo ad esserlo noi toccherà ai nostri cari diventarlo al posto nostro.

 

IL SUICIDIO DI CEVENINI E GLI ALTRI: NON GIUDICO, MA NON RIESCO A PERDONAREultima modifica: 2012-05-13T11:09:41+02:00da sergiofrigo
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