IL “VOTO” AGLI IMMIGRATI NON SERVE SE NON CORRISPONDE A UN POTERE REALE DEGLI ELETTI

Immigravoto.jpegUno dei leitmotiv della contrarietà dei leghisti alla concessione del diritto di tribuna agli immigrati (questo è, in buona sostanza, e null’altro l’elezione dei rappresentanti dei cittadini stranieri che si è svolta ieri a Padova) è che essi stessi hanno tutt’altre priorità. È vero, in effetti. Ricordo anni fa, quando facevo la rivista Cittadini Dappertutto, che ad un sondaggio effettuato tra un centinaio di opinion leader immigrati il diritto di voto era solo al terzo o quarto posto fra le rivendicazioni, sicuramente molto dopo il lavoro e la casa. Perciò spesso analoghe forme di rappresentanza sperimentate nel passato si sono pian piano svuotate di significato, finendo nel dimenticatoio e nella delusione.

 

 

IL RISCHIO È CHE CONTINUINO A CONTARE DI PIÙ I CONNAZIONALI MANEGGIONI

La questione però è malposta: gli immigrati non si scaldano molto per quella che ritengono una concessione poco sostanziale. Se hanno un problema e si rendono conto che il loro rappresentante nelle istituzioni non ha i mezzi per risolverlo, continuano a rivolgersi al connazionale trafficone che ha i mezzi, legali o illegali, per aiutarli. È questo che vogliamo che accada? O non è meglio fornire strumenti ai neo eletti per esercitare non solo un’astratta rappresentanza, ma anche una concreta forma di autorità presso i propri connazionali?

LA CITTADINANZA E IL RISCHIO BANLIEU: UNA RIVOLTA SOCIALE, NON RAZZIALE

Vale anche per l’altra obiezione sentita in questi giorni a proposito della proposta di Napolitano di concedere la cittadinanza ai diciottenni stranieri nati e residenti in Italia. “E’ quello che si fa in Francia – si dice – e poi questi giovani pseudo-francesi fanno saltare per aria le banlieu”.

La verità è che essi si ribellano non perché sono male integrati nonostante la cittadinanza, ma perché la cittadinanza (formale), non è accompagnata dai mezzi materiali per concretizzarla, e a loro carico permangono tutte le discriminazioni di sempre. Il malessere delle banlieu non è una ribellione etnica, ma sociale. L’appartenenza razziale, o la militanza religiosa, sono il primo strumento che questi giovani – a cui sono state fatte promesse di integrazione sociale mai mantenute – si trovano per le mani per coalizzarsi e darsi un’identità, visto che l’identità nazionale acquisita a parole, nei fatti li respinge. E non c’è niente di peggio delle promesse non mantenute per scatenare rancori perenni.

Ecco su questi temi una riflessione di Beppe Servegnini

adon.pl?act=doc&doc=2462

IL “VOTO” AGLI IMMIGRATI NON SERVE SE NON CORRISPONDE A UN POTERE REALE DEGLI ELETTIultima modifica: 2011-11-28T03:12:00+01:00da sergiofrigo
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