DIETRO I SORRISI UNA GUERRA: GERMANIA PARALIZZATA E CONTRO TUTTI

MontiSarko.jpegMa perché sorridono? La Merkel e Sarkozy, e da ieri anche Mario Monti, si presentano davanti alle telecamere come a una foto da cena di classe: allegri, rilassati, cordiali. Mancano solo le pacche sulle spalle, le corna e i cucù, ma solo perché non hanno più voluto Berlusconi, che esagerava un po’. E invece sappiamo che dietro le quinte (e sulle nostre teste) è in corso un confronto durissimo che secondo qualcuno è una vera e propria guerra condotta con mezzi finanziari; e come tutte le guerre rischia di lasciare dietro solo un cumulo di macerie.

Sulla natura profonda del conflitto in corso dietro la cortina di sorrisi, e sull’assenza di una gestione politica degna di questo nome, lungimirante, sicura di sé e dei propri obiettivi, imputabile alla Germania (ma con precise responsabilità francesi, e anche italiane, come ha riconosciuto ieri Monti nel mentre bacchettava i due soci) Barbara Spinelli ha pubblicato nei giorni scorsi su Repubblica un articolo moto acuto.

INTANTO GLI ANTIEUROPEISTI ASSAPORANO IL TRIONFO

È solo il caso di ricordare che mentre la Merkel traccheggia, frenata dai sondaggi che rivelano gli umori un po’ meschini dei suoi elettori, gli anti-europeisti si fanno avanti sempre più baldanzosi, a partire dal Fronte della Le Pen, in Francia, o dal nostro Bossi, che ieri ha pronosticato per il nuovo governo una fine ingloriosa, che avrebbe come conseguenza il default dell’Italia e il tracollo della costruzione europea.

Un’ipotesi che consentirebbe al Carroccio di rilanciare il suo “disegno” strategico di tante piccole patrie, impaurite e asseragliate dentro i propri confini assediati dalla globalizzazione.

La deriva tedesca

di BARBARA SPINELLI

IL
MODO in cui la Germania sta guidando la Ue ha una fisionomia sempre più
inquietante, e anche molto singolare. È inquietante perché tutte le strategie
per far fronte all’attacco contro i paesi più deboli dell’euro sono frutto di
filosofie economiche che hanno Berlino come protagonista.

La Banca centrale europea si conforma alle esigenze tedesche, e pur avendo
capacità e risorse si rifiuta di calmare l’ansia dei mercati divenendo
prestatrice di ultima istanza, non istituzione che innervosisce tutti con il
suo imprevedibile dare-non dare. Gli Stati che sono sull’orlo della bancarotta
adottano misure di austerità concordate innanzitutto con Angela Merkel. I
vertici dell’Unione europea sono costretti a guardare oltre il Reno prima di
discutere i propri piani con altri Stati membri.

È una situazione che comincia a creare un vasto malessere – non solo in Italia,
Grecia o Spagna ma anche nell’esecutivo guidato da Barroso – perché Berlino ha
una condotta ferma e contemporaneamente inattiva: guida senza davvero guidare,
pone veti e tentenna, mette fretta ed è lenta a muoversi. Questo è inquietante,
e al tempo stesso estraniante.

È come se Berlino non vedesse che il rischio bancarotta incombe non solo sugli
Stati ammalati del loro debito, ma sull’intera zona euro e anche su se stessa.
Come se la propria salute economica, peraltro più fragile di quello che si
pensi (ieri erano sotto attacco anche i titoli tedeschi) rendesse la Repubblica
federale cieca a quel che accade in una casa comune di cui è pur sempre
parte, dalla quale dipende in maniera esistenziale, senza la quale non potrebbe
vantare gli odierni successi economici. 

Successi che i dirigenti tedeschi ascrivono giustamente alla propria saggezza
economica, alla propria politica del lavoro, alle proprie abitudini
risparmiatrici, ma che non esisterebbero se il Paese non fosse circondato da
nazioni alleate che acquistano le sue merci, e le acquistano solo se il loro
crescere e il loro consumare non vengono punitivamente strozzati. Una nazione
che uscisse da Eurolandia e riafferrasse la mitica Deutsche Mark che ha
sacrificato, si troverebbe con una moneta talmente rivalutata da strangolare le
proprie esportazioni e il proprio benessere.

Quel che è perturbante, nella strategia del governo Merkel, è l’idea che è
andata ossificandosi sulla crisi dell’euro e dei debiti sovrani nell’Unione.
Più che un’idea è un’ideologia, che nella cultura economica nazionale ha radici
lontane, risalenti al periodo fra le due guerre. È la cosiddetta dottrina della
“casa in ordine” (Haus in Ordnung), secondo la quale ogni Stato deve
prima raddrizzare le storture e far pulizia nel proprio recinto, e solo dopo
può contare sulla cooperazione e la solidarietà internazionali. 

Secondo i più dogmatici sostenitori di tale dottrina, nelle sedi internazionali
e perfino nell’unione sovranazionale europea non si decidono politiche comuni:
ci si controlla a vicenda, perché ognuno a casa propria faccia bene i compiti. 

Non a caso, nel discorso tenuto un anno fa al Collegio europeo di Bruges,
Angela Merkel ha fatto l’elogio dell’Europa intergovernativa, criticando
velatamente il metodo comunitario: che è il metodo grazie al quale le
consultazioni e i coordinamenti si trasformano in comuni decisioni prese a maggioranza,
senza veti di singoli Stati.

È con armi puramente ideologiche che il governo tedesco, pur dominando
un’Europa cui non vuole rinunciare, pur denunciando le forze centrifughe che la
minacciano, sta contribuendo di fatto a renderla imbelle, ad accentuarne il
disfacimento.

Tutto quello che potrebbe salvare la zona euro (la messa in comune del debito,
gli eurobond reclamati ieri da Barroso e Monti, i poteri maggiori dati alla
Commissione, la trasformazione della Banca centrale di Francoforte in un organo
che garantisca gli Stati in difficoltà e pur disciplinandoli li aiuti a
crescere, come fa la Federal Reserve in America), Berlino sta ostacolandolo.
Sono progetti che guarda con sospetto, come se davanti a sé vedesse un eretico
che urla sguaiato.

Mario Monti sta tentando una difficile battaglia su questi temi, e fa bene a
ricordare che il pericolo è di “mandare a fondo l’euro”, non questo o
quel Paese. Fa bene a battersi per un’Unione dotata di organi sovranazionali
meno dipendenti dai singoli Stati, e a rammentare che i governi europei devono
imparare a decidere insieme, oltre che consultarsi in configurazioni bilaterali
o triangolari.

La Germania, lo sappiamo, vive di storia e di politica della memoria. Furono i
due ingredienti della sua straordinaria rinascita democratica, nel dopoguerra,
ma può accadere che una virtù si irrigidisca e diventi a tal punto straboccante
da mutarsi in vizio. Troppa virtù distrugge la virtù, troppa memoria dei
disastri dell’inflazione distrugge le economie che nell’immediato, oggi, sono
minacciate da recessioni e disuguaglianze sociali più che dall’inflazione. Quel
che il Paese sta dimenticando, è la rovina che gli cadde addosso fra le due
guerre: la politica delle Riparazioni, che le potenze vincitrici del ’14-18
imposero alla stremata Repubblica di Weimar. In uno dei suoi libri più politici
(Le conseguenze economiche della pace), John Maynard
Keynes pronunciò nel 1919 parole infuocate contro una logica castigatrice nei
confronti del Paese vinto che avrebbe annientato  –  scrisse 
–  le sue capacità di ripresa economica e dunque la sua democrazia
nascente. 

Accadde esattamente quello che scrisse: la pace degenerò in “pace di
Cartagine”. Oggi è la Germania il paese vincitore. Sarebbe assurdo che
proprio lei praticasse, verso i partner dell’Unione, la funesta politica delle
Riparazioni e del Delenda Carthago. È uno scandalo che si torni all’epoca fra
le due guerre e non al secondo dopoguerra, quando Keynes fu infine ascoltato e
da una vera cooperazione internazionale nacquero gli accordi di Bretton Woods e
il Piano Marshall. 

La Germania non fu sempre com’è oggi. Fu tra i paesi più europeisti, grazie a
figure visionarie come Adenauer, Brandt, Schmidt, Kohl. Grandioso fu Kohl
quando rinunciò, contro il parere della Bundesbank, a quello che era stato, per
decenni, l’unico simbolo di sovranità di un paese diviso e orfano di sovranità
politica e militare: il marco. Il Cancelliere democristiano fece questo passo
nella speranza non solo di far accettare l’unificazione nazionale ma di
ottenere un’Europa politica più forte, che tuttavia non venne.

Non venne neanche la messa in comune dell’atomica francese. Mitterrand si
rivelò un alleato infido, se non traditore. L’inacidirsi dei governanti
tedeschi ha inizio allora, e le responsabilità di Parigi  –  che oggi
corre dietro a Berlino illudendosi di specchiarsi nella sua grandezza 
–  sono enormi. 

Nel frattempo l’inacidimento è cresciuto, man mano che le condotte economiche
degli Stati dell’Unione hanno cominciato a divergere. A quel punto la forza
della Germania è apparsa chiara, la sua leadership in Europa sempre più forte.
Ma è una leadership singolare, appunto. È rifiutando di agire che agisce nel
più confuso, lento, pernicioso dei modi. La sua forza è retrattile, ma è pur
sempre una forza. Ci sono momenti nella storia in cui il peccato di omissione e
di inerzia è più grave del peccato attivo, aggressivo. Proprio questo momento
stiamo vivendo. 

 

(24
novembre 2011)

 

 

 
 
DIETRO I SORRISI UNA GUERRA: GERMANIA PARALIZZATA E CONTRO TUTTIultima modifica: 2011-11-25T17:28:00+01:00da sergiofrigo
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