E’ MORTO ANDREA ZANZOTTO. ECCO COME RACCONTAVA LA SUA VITA

Il poeta Andrea Zanzotto si è spento questa mattina all’ospedale di Conegliano, dove era ricoverato da alcuni giorni, a causa di complicazioni respiratorie. Il poeta trevigiano aveva festeggiato 90 anni il 10 ottobre scorso.

«Che cosa si capisce della vita dopo 90 anni? Niente». Così Zanzotto aveva risposto in un’intervista al Tg3 del Veneto il giorno del 90mo compleanno, che aveva trascorso nella sua casa di Pieve di Soligo. «Cosa vuole che si capisca in 90 anni ? – aveva aggiunto – Per dire parole che valgano la pena bisognerebbe almeno averne 900 di anni…».

Di seguito propongo un’intervista che gli ho fatto per il Gazzettino ai primi di agosto del 2008, in cui parla della sua vita, della sua poesia, dei suoi affetti, della morte.

“LA VITA, LA MORTE E QUEL BIRBO DI MIO NIPOTE”

Zanzotto2.jpgUna volta superata la soggezione viene naturale, con Andrea Zanzotto, ricorrere alla sua sapienza, alla sua esperienza e alla sua sensibilità per affrontare i grandi temi della vita e della morte, della sofferenza e della speranza. Come li coniuga nella sua quotidianità il maggior poeta italiano vivente, che è anche un uomo di quasi 87 anni, da sempre malaticcio, e che ha visto andarsene, nell’ultimo anno, i suoi amici e colleghi di una vita, i “coetanei” Luigi Meneghello e Mario Rigoni Stern? Cosa pensa dell’attuale, aggrovigliato dibattito sul testamento biologico, lui che oltre ad essere un finissimo letterato coltiva da sempre vivaci interessi scientifici? Come il sole della poesia continua a riscaldare e illuminare questo scorcio estremo della sua vita, che lo vede però ancora mobilitato pubblicamente nelle campagne per la salvaguardia del paesaggio ferito e nella tutela degli spazi di accoglienza per gli stranieri e i diversi?

Sprofondato nella poltrona del suo salotto o aggrappato ad un girello che gli consente di camminare, Andrea Zanzotto sembra evanescente nel suo pallore e nella sua canizie: guardandolo ci si sorprende a pensare che il suo parlare sempre delle malattie che lo affliggono sia il suo modo per sopportare la coabitazione con un corpo che in qualche occasione deve sembrargli un peso, un impiccio. Anche se il suo scivolare compiaciuto nel dialetto, mentre risponde alle domande, e la sua attenzione alle cose minute e consuete, denotano un attaccamento inaspettato alla concretezza del quotidiano, alle opportunità della vita, alle sue sorprese, rivelato anche dal sorriso smagliante che sfodera raccontando del suo rapporto col nipotino di quattro anni. Un sorriso accennato solo un’altra volta, in un paio d’ore di dialogo, nel riferire le prodezze del suo gatto…

Maestro, ci racconta com’è una sua giornata?

«Purtroppo è condizionata al 100% dalla riabilitazione, per i postumi dell’incidente (una caduta in casa) che ho subito qualche tempo fa. Frequento il centro della Nostra Famiglia, qui a Pieve, e poi ogni giorno con la badante faccio piccole passeggiate, lungo itinerari consueti intorno a casa. Purtroppo posso muovermi molto poco, al massimo faccio qualche viaggio a Venezia, perchè lì abita il mio nipotino di quattro anni».

“I MIEI GIOCHI COL PICCOLO ANDREA: CHE FORTUNA AVER CONOSCIUTO MIO NIPOTE!”

Come si chiama?

«Andrea, naturalmente».

Si diverte con lui?

«Altrochè! É un gran birbo… Purtroppo raggiungere Venezia è difficile, così aspetto sempre che venga lui con i genitori. Altrimenti mi “riceve” al telefono».

Com’è il vostro rapporto?

«Sempre più intenso, man mano che cresce. Ultimamente mi ha mostrato con compiacimento il certificato con cui l’asilo sancisce il suo passaggio dai piccoli ai medi. É proprio da ascoltare: fa osservazioni continue, su tutto, e le domande più strane: ad esempio perchè qui ci sono tanti alberi e a Venezia no…

Cosa vorrebbe trasmettergli?

 «Vorrei stesse di più con me per trasmettergli un po’ il dialetto, e poi l’amore per la natura. Però ultimamente lui ha sviluppato soprattutto la passione per i motori, le automobiline. Per San Nicolò aspettava in regalo un piccolo garage, ma non è arrivato, e allora ha detto all’altro nonno: “Guarda che se Babbo Natale non ne ha più, si trova anche nei negozi…” Come se ci fossero due linee di produzione».

E che cosa le trasmette lui?

«Beh, ringrazio il cielo di essere arrivato a conoscere un nipote, perchè i miei figli sarebbero ormai abbastanza avanti con gli anni. Mio nonno Andrea, ad esempio, è morto poco prima della mia nascita».

 Per tornare alla sua giornata, lei continua a lavorare…

«Quando le mani me lo consentono. Vede questo tremolio? Mi stanno curando per un sospetto di Parkinson, e per fortuna è un po’ diminuito. Comunque non scrivo tanto facilmente, e le poesie vanno scritte a mano, lo diceva anche Montale. Io scrivo dove capita, poi chiamo qualcuno, mia moglie o mio figlio, a ricopiare, e io ci metto la firma».

Come nasce una sua poesia?

«L’ispirazione arriva come un lampo, suscitata da vari avvenimenti anche di attualità. Poi ci sono vari passaggi, tante limature, per le quali ci possono anche volere degli anni».

Ha un nuovo libro in arrivo?

«Si, lo sto mettendo a posto. Non ha ancora un titolo, ma vedo che rispecchia abbastanza il caos attuale, in quanto affronta in modo trasversale i rapporti fra l’uomo e la società. É diviso per nuclei tematici, c’è anche un gruppo di poesie su Marghera defunta, oltre che sul nostro paesaggio in disfacimento».

Che cosa legge, invece?

«Ultimamente più riviste di divulgazione scientifica che letteratura. Mi interessa approfondire i fattori scientifici e tecnologici che condizionano la nostra vita».

A questo proposito: gli avanzamenti della medicina hanno determinato casi come quello di Eluana, bloccata da anni in una situazione di vita-non vita. Cosa ne pensa del feroce dibattito che si è sviluppato nelle ultime settimane?

«Ci rifletto su, ma non riesco a vedere una soluzione definitiva. Penso che sia il caso di prolungare la speranza se il ramo delle lesioni è compreso nei campi in cui la scienza è in pieno lavoro, e può trovare una via d’uscita. In altri casi, invece, diventa un caso di coscienza individuale».

La Chiesa però è contraria a questa impostazione, perchè sostiene che la vita non ci appartiene, ma appartiene a Dio…

«Penso che col tempo si dovrà arrivare a un compromesso. Certo la Chiesa ha l’obbligo di parlare della vita come un fatto primario e da difendere a oltranza. Ma ci si domanda: se un essere umano è ridotto ad un ceppo, e vive solo come un vegetale, si può chiamare vita? Io direi di no».

Lei è credente?

«Vengo da una tradizione cattolica, naturalmente, però poi sono uscito, verso una ricerca tra il filosofico e il religioso; però mi confronto con i preti su questi argomenti, e ho letto con piacere anche l’enciclica del Papa sulla speranza: ho trovato positivo dedicarsi a questo tema».

Cosa significa speranza, per lei?

«Io purtroppo spero sempre meno, man mano che passano gli anni. Guardandomi intorno poi vedo una situazione generale sempre più difficile da definire, enormi fenomeni di cambiamento – dalla scienza all’economia alla politica – con un mondo sempre più aggrovigliato su se stesso».

Come vede il suo futuro? Pensa mai alla morte?

«Boh, io vivo imbottito di pillole… Comunque non avrei mai pensato che sarei arrivato a questa età, anche perchè sono stato sempre abbastanza debole».

“IL SUCCESSO  E’ COME RISALIRE UNA SCALA MOBILE, BISOGNA SEMPRE CAMMINARE PER RESTARE IN PARI”

Di cosa è più fiero, nella sua vita?

«Mah, negli ultimi tempi non penso a queste cose. Ora i problemi si pongono ad un altro livello, molto più banale. Non saprei indicare niente di epico, come Mario Rigoni Stern che era fiero di aver riportato a casa i suoi soldati dalla Russia, era il suo capolavoro morale. Diciamo che ho scritto poesie e non mi pento di averlo fatto. Poi ho avuto anche le mie soddisfazioni, e un certo successo, anche se spesso ho pensato che fosse un po’ gonfiato. Il successo è come una scala mobile in discesa, bisogna sempre camminare per rimanere nella stessa posizione. A volte, ricevendo qualche premio o leggendo qualche critica, mi meraviglio che mi abbiano capito. Spesso si è incerti se si è raggiunto veramente qualcosa».

Dimentica il suo ruolo nell’aver dato un’anima al paesaggio…

«Ah si, certo, questo posso ammetterlo: ho contribuito a definirne meglio certi aspetti, ma anche se ora compaiono qua e là le scritte “basta capannoni!”, mi sembra una battaglia perduta, vista la situazione circostante, e questo mi da’ amarezza».

“I MIEI AMICI MENEGHELLO E RIGONI STERN”

 Lei ha citato Mario Rigoni Stern, che se n’è andato da poco, un anno dopo la scomparsa di Meneghello. Eravate tutti amici…

«Amici, certo! Però purtroppo con Meneghello avevamo incontri rari, perchè è stato via a lungo e ci si sentiva soprattutto al telefono. L’ho sempre trovato ammirevole, soprattutto per le sue ricerche sul linguaggio, e per la sua eccelsa ricostruzione del nostro passato. Ho scritto parecchi risvolti su di lui, e anche piccoli interventi critici: sto pensando di raccogliere tutto in un saggetto, prima che vada perduto».

E Rigoni Stern?

«Con lui ci siamo visti di più. Siamo andati in tanti a conoscerlo sull’Altopiano, quando è uscito il suo romanzo sulla ritirata di Russia. Per me era inarrivabile: in lui ho ammirato fin dall’inizio un nuovo autore, anche se altri – come Vittorini, che pure l’ha scoperto – non hanno sentito subito l’acqua limpida che scaturiva dalla roccia, il suo italiano perfetto, il suo attaccamento alla terra natia, il suo amore per le cose viventi».

Con Mario vi siete sentiti fino all’ultimo. Per cosa pensa che sarà ricordato?

«Io vorrei ricordarlo con qualcosa che ho scritto a proposito della Storia di Tönle, il libro in cui lui è passato dalla prima alla terza persona: “La “Storia” è stato scritto da un uomo dotato della tragica fiducia che proviene dalle profondità della “persona sociale” e che, proprio quando tutto si fa reticente o muto, e tutto è coperto da un orribile frastuono, viene accolta come il battito stesso del cuore percepito in un frammento di silenzio”».

Sergio Frigo

E’ MORTO ANDREA ZANZOTTO. ECCO COME RACCONTAVA LA SUA VITAultima modifica: 2011-10-18T16:25:18+02:00da sergiofrigo
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