GALAN, BARATTA E IL CASO BIENNALE: NON C’E’ GUSTO IN ITALIA AD ESSERE I MIGLIORI

Galan.jpgTrovo particolarmente grave – e totalmente in linea con l’andazzo che ha portato l’Italia agli inferi –  la scelta del ministro Galan di liberarsi di Paolo Baratta dalla presidenza della Biennale e di sostituirlo con l’amico di famiglia Giulio Malgara, l’uomo che liberalizzando il mercato pubblicitario di fatto negli ultimi trent’anni ha fornito (in primis a Berlusconi) le risorse per far nascere la tv commerciale in Italia.

 

Non conosco Malgara e non intendo giudicarlo prima di vederlo all’opera (ieri intervistandolo al telefonoMalgara2.jpg l’ho sentito sinceramente frastornato), registro solo che il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni (che non è un pasdaran) lo ha definito “inadeguato”, mentre il consigliere Beppe Caccia (che invece lo è) ha ricordato che era fra quelli che sgambettavano dietro a Berlusconi nella celebre foto scattata alle Bermuda nel 1985.

BARATTA: COME LIQUIDARE IL PRESIDENTE MIGLIORE

Il fatto qui è un altro: il ministro ha deciso di privare Venezia e il Veneto (per ragioni che speriamo prima o poi si degnerà di spiegare) dell’apporto di un intellettuale e di un manager che in due mandati (non continuativi) alla Biennale si è dimostrato probabilmente il miglior presidente che abbia mai avuto l’istituzione culturale, e un grande amico e difensore di Venezia dai pesanti attacchi al suo prestigio e al suo ruolo in Italia e nel mondo (come scrivevo nell’articolo sui “Foresti che fanno grande Venezia” di qualche settimana fa che doveva uscire sul Gazzettino, e che allego).

La decisione del “liberale” Galan di preferire un uomo della pubblicità appartenente al cerchio magico berlusconiano, ad un manager ed economista colto e realizzativo come pochi, a suo tempo scelto dal centro-sinistra ma dotato di totale autonomia politica e di enorme senso delle istituzioni, la dice lunga sulla filosofia con cui il centro-destra intende gestire la cultura in Italia.

NEL PAESE DELLE ESCORT IL MERITO NON CONTA

Ma il messaggio più devastante è che nel nostro paese non contano né il merito né le idee, a fronte del potere assoluto di una politica partigiana: frotte di “escort” (in senso metaforico) diventate – senza ragioni che non siano inconfessabili – attrici, politici, presidenti di municipalizzate, direttori di telegiornali stanno lì a dimostrarlo; e lì rimangono, o avanzano ulteriormente nella carriera,  anche se i risultati del loro lavoro sono disastrosi (si veda il Tg1 che ha perso un terzo dei telespettatori ma col direttorissimo Minzolini saldamente al suo posto).

Come cantavano anni fa gli Skiantos, e come sperimentano quotidianamente i nostri giovani, “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”.

Per il momento nessuna voce (salvo Luca Beatrice sul Giornale della famiglia Berlusconi) si è alzata a difendere la scelta di Galan. Chissà se il mondo della cultura avrà ancora voglia di farsi sentire?

BARATTA & BIENNALE, SETTE ANNI SENZA CRISI

Baratta.jpgBisognerebbe andare al 1997 per capire cos’era la Biennale prima dell’arrivo dell’attuale presidente: niente Arsenale, Archivio Storico inattivo, di Ca Giustinian meglio non parlare, un’esposizione d’arte che il critico del New York Times definì «una delle peggiori mai viste». Per… fortuna vennero a vederla solo 140mila visitatori, quasi un minimo storico. E dopo la chiusura, come scrive Enzo Di Martino in “Storia della Biennale”, il curatore Germano Celant (presidente era Lino Micciché) «si trovò invischiato persino in una discussione “amministrativa” riguardante alcune sponsorizzazioni private utilizzate in maniera impropria o mai pervenute». Un “fallimento del management”, titolò il Giornale dell’Arte.

 

UNA MACCHINA ALLO SBANDO DIVENTATA LA MAGGIORE MANIFESTAZIONE D’ARTE D’ITALIA

 

Con l’arrivo di Baratta, la direzione di Harald Szeemann (già storico direttore di Documenta) e l’ampliamento dell’esposizione all’Arsenale, già due anni dopo i biglietti staccati sfiorarono quota 200mila. E oggi la Biennale – con 2300 visitatori al giorno, l’esposizione più frequentata d’Italia – si prepara a surclassare il record dei 375.702 visitatori del 2009 ed è un magnete capace di attirare – nonostante la crisi mondiale – 89 paesi stranieri (erano 61 nel 1999), e quasi 5mila giornalisti. La presenza straniera, anzi, da quasi ininfluente è diventata il fiore all’occhiello dell’esposizione, capace non solo di proiettarla sulle scene internazionali, ma di trascinarla nel cuore delle tendenze artistiche più avanzate. E grazie a biglietti e sponsorizzazioni essa riesce ormai ad autofinanziarsi quasi del tutto, superando il gap della riduzione dei finanziamenti pubblici, drasticamente ridotti rispetto ai 23 miliardi di lire portati in dote da Baratta nel 1999.

Ma le cifre non dicono tutto, dell’attuale gestione: nella colonna degli attivi vanno messi anche i nuovi rapporti che la Biennale ha saputo stringere col territorio (simboleggiati dai 25mila ragazzi delle scuole venete che arrivano regolarmente in visita), e la continuità della sua attività culturale, che ormai si sviluppa – coi settori arte, architettura, cinema, musica, teatro e danza, coi nuovi spazi della Biblioteca e dell’archivio e della restaurata Ca’ Giustinian – per tutto l’arco dell’anno.

 

LA RIMOZIONE DI URBANI E IL RIENTRO TRIONFALE

 

Certo, non tutto filò liscio, soprattutto nel primo mandato di Baratta: il suo decisionismo provocò molte frizioni, dentro e fuori la Biennale, ci furono polemiche, dirigenti rimossi, dimissioni di consiglieri (Riccardo Calimani) e di curatori (Massimiliano Fuksas), e soprattutto le fortissime critiche di Vittorio Sgarbi, allora sottosegretario, che interpretava l’insofferenza del nuovo governo di centro-destra per il presidente. Anche il ministro Urbani infine lo mollò bruscamente in seguito alla nomina – pare decisa da Baratta in perfetta solitudine – del nuovo direttore del settore architettura, Deyan Sudjic, nell’ottobre 2002: il 15 dicembre, con quattro mesi di anticipo sulla scadenza, il ministro annunciò infatti la sua sostituzione con Franco Bernabè.

L’”esilio” di Baratta durò cinque anni, nei quali il timone della Biennale fu retto oltre che da Bernabè da Davide Croff, fino al suo rientro trionfale alla fine del 2007, nominato da Francesco Rutelli. Nel suo secondo mandato il presidente ha forse smussato gli angoli del carattere, ha imparato a dissimulare meglio la propria autostima (“avrebbero dovuto darmelo già anni fa, per il recupero dell’Arsenale”, si è fatto sfuggire in privato commentando la recente consegna del Premio Veneziano dell’anno), ma soprattutto si è fatto politicamente più pragmatico e anche più guardingo: non a caso è riuscito a superare indenne – grazie anche ai risultati conseguiti – non solo il cambio di governo ma anche il delicato passaggio di consegne in Regione fra Galan e Zaia. E’ stato anche fortunato: la sua idea, non si sa se più dettata dall’audacia o dalla prudenza, di restaurare in tempi brevissimi la Sala Grande al Lido si è rivelata provvidenziale con l’affossamento del progetto del nuovo Palacinema. Anche se quello della nuova sede della Mostra rischia di rimanere anche per Baratta un sogno proibito.

GLI APPETITI POLITICI DIETRO IL RINNOVO

Ora la decisione sul suo futuro dovrebbe essere nelle mani di Galan, che lo stima senza amarlo troppo.  Ma a questo punto, anche per colpa sua, la poltrona è diventata troppo importante per essere assegnata “solo” da un ministro, e “solo” per merito.

 

GALAN, BARATTA E IL CASO BIENNALE: NON C’E’ GUSTO IN ITALIA AD ESSERE I MIGLIORIultima modifica: 2011-10-07T10:50:00+02:00da sergiofrigo
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