L’IDEOLOGIA DELLA MANOVRA TRIS: RISPARMIARE I RICCHI E PUNIRE GLI AVVERSARI

bossi-berlusconi-tremonti.jpgForse è presto per dare una valutazione complessiva sulla nuova manovra varata ieri dal vertice Pdl-Lega, visto che cambia quasi tutto della precedente predisposta da Tremonti ma soprattutto non è ancora definita, perché mancano all’appello (a causa dei minori tagli) circa 5 miliardi di euro, che da qualche parte dovranno saltare fuori.

Diciamo però che a prima vista saltano agli occhi un paio di aspetti di taglio nettamente ideologico, che fanno esultare giornali come Libero (“E’ la nostra manovra”) e commentatori come Oscar Giannino (“Meglio di prima, ma potrebbe non bastare”). È prevalsa insomma la volontà, che caratterizza da sempre questo governo, di risparmiare i ceti sociali “amici”, per punire ancora una volta gli ambienti tradizionalmente lontani dal centro-destra.

ADDIO AL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETÀ

La prima questione è la cancellazione della tassa di solidarietà sopra i 90mila euro di reddito: si poteva discutere sul livello tassato, magari sull’opportunità di venire incontro alle famiglie benestanti ma numerose, anche se francamente poche centinaia di euro su entrate di quel livello non strozzano nessuno. Si erano anche alzate alcune voci autorevoli (Montezemolo) per auspicare un intervento maggiore sui patrimoni dei super-ricchi. Il governo ha ignorato tutto questo, indifferente a quello che è palesemente il problema dei problemi in questi anni: la sperequazione crescente fra i redditi inferiori, sempre più penalizzati, e quelli più elevati, cresciuti a dismisura grazie alla differenziazione dei cespiti, alle rendite finanziarie e alla delocalizzazioni dei capitali e delle attività. Poveri sempre più poveri, insomma, e ricchi sempre più ricchi. Alla faccia dei richiami al “capitalismo compassionevole” che tanto piace al nostro premier, e dei richiami alla redistribuzione delle ricchezze, che in questa fase di crisi significherebbe maggior coesione sociale e anche maggiori consumi da parte delle classi più deboli.

LA MAZZATA ALLE COOPERATIVE

Alla stessa logica del premiare gli amici e punire gli avversari risponde la cancellazione delle agevolazioni fiscali alle cooperative: che in alcuni casi saranno davvero delle holding finanziarie con giri d’affari milionari, ma nella maggior parte dei casi sono strutture dalle dimensioni molto ridotte, con margini economici ridotti all’osso perché privilegiano il lavoro all’intermediazione, e con una missione sociale molto caratterizzata. Ma soprattutto hanno ben poco a che fare con la cultura politica di Berlusconi & c. Per cui, “ben gli sta”!

Da ultimo c’è l’intervento sulle pensioni. È chiaro a tutti, anche se molto impopolare, che ad un innalzamento generalizzato dell’età pensionabile doveva corrispondere un prolungamento dell’età lavorativa. Ma vedete un po’ cosa racconta dei baby-pensionati l’articolo che segue (e vi dirò alla fine che giornale è…)

IL CLUB DEI BABY PENSIONATI

A

lla fine le pensioni di anzianità saranno effettivamente toccate facendo formalmente finta di non farlo grazie alla revisione delle norme sui riscatti del servizio militare e degli anni di laurea. Perché fosse tabù percorrere quella via più che in recondite ragioni geopolitiche (in pensione presto vanno soprattutto i padani) o di equità sociali, è chiaro seguendo i percorsi previdenziali personali di gran parte di maggioranza e opposizione. 
Metà Italia vip di oggi – e in particolare la casta politico-sindacale – è in pensione anticipata da anni. E non pochi hanno sfruttato le numerose leggi di favore che l’Italia varò nella previdenza negli anni Ottanta.
 A sollevare il velo sulle baby pensioni nel 1997 fu il settimanale Il Mondo, che riuscì a consultare fra mille polemiche la banca dati dell’Inps. Basta tornare a quelle tabelle per comprendere bene la resistenza attuale a fermare lo scandalo delle pensioni di anzianità.

Conflitti d’interesse – Chi avrebbe dovuto varare quella norma – il ministro dell’Economia Giulio Tremonti – si sarebbe trovato addirittura in doppio conflitto di interesse personale. Sono baby pensionate da anni infatti sia Fausta Beltrametti, consorte del ministro,  che la sorella Angiola Tremonti. Entrambe hanno sfruttato una normativa di cui solo l’Italia si era dotata, che consentiva ai dipendenti pubblici di andare in pensione di anzianità avendo versato 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi. Molti insegnanti ad esempio sono andati in pensione grazie a quella legge. 
La signora Beltrametti in Tremonti – nata il 18 giugno 1947, cioè due mesi esatti prima del futuro marito – andò in pensione nel settembre del 1986, a 39 anni compiuti da poco.
 All’epoca dell’inchiesta del Mondo, 14 anni fa, percepiva circa mille euro al mese di pensione. Poi l’importo sarà stato rivalutato negli anni. La cosa sicura è che la consorte del ministro dell’Economia ha versato contributi per 181 mesi e al momento ha già riscosso 300 ratei di pensione, 119 mesi più di quanto versato. 
La sorella del ministro, Angiola Tremonti, è andata in pensione un pizzico più tardi: nel 1989 con 1.100 euro al mese a 40 anni da poco compiuti. Ha versato contributi per 181 mesi, sta riscuotendo la pensione da 264 mesi, 83 in più di quanto versato. Come in casa Tremonti anche in casa Bossi sarebbe stato difficile fare una battaglia contro le pensioni di anzianità. La consorte del leader della Lega Nord, Manuela Marrone, è baby pensionata dal 1996, quando aveva appena 42 anni. Ad oggi ha già riscosso 5 mensilità più dei contributi versati. Ma è ancora giovane, e le auguriamo di avere questa fortuna ancora per decenni. Anche nelle fila dell’opposizione ci sono sfilze di baby pensionati. Il più giovane è Antonio Di Pietro, che in pensione è andato nel 1995 a 45 anni di età (2 mila euro circa di importo all’epoca). Ha versato 264 mensilità di contributi, e finora ha riscosso 192 ratei pensionistici. Anche lui è giovane: supererà il giro di boa fra 7 anni esatti, quando la vita da pensionato (solo sulla carta) avrà superato quella ufficiale lavorativa. Meno giovane, ma certamente più ricco, il manager squalo per eccellenza degli anni Settanta e Ottanta: Cesare Romiti. Ha lavorato una vita, ma in pensione è andato nel 1977 quando aveva solo 54 anni. E al momento ha già ricevuto indietro 4 anni più di quelli versati.

Editori e  cantanti – Anche il suo avversario dell’epoca, Carlo De Benedetti, non ha resistito al fascino della pensione anticipata a carico dell’Inpdai. Per quanto straricco e ancora in servizio, ha appeso al chiodo la sua vita lavorativa ufficiale nel 1993 quando aveva ancora 58 anni, facendosi erogare da quel momento 4 mila euro al mese di pensione. Non è un manager, ma sicuramente fa parte dei super-ricchi di Italia. Eppure anche Adriano Celentano ha sentito bisogno della pensione ancora in tenera età. Pensioncina da mille euro al mese conquistata nel lontano 1988 appena compiuti i 50 anni di età. Avendo versato 300 mensilità di contributi e nel frattempo riscosso 276 ratei di pensioni, arriverà al giro di boa fra due anni esatti, quando potrà fregiarsi anche lui del titolo di “supermantenuto di Italia”.

di Franco Bechis

Avete letto? Ebbene, è su Libero di oggi…

L’IDEOLOGIA DELLA MANOVRA TRIS: RISPARMIARE I RICCHI E PUNIRE GLI AVVERSARIultima modifica: 2011-08-30T11:27:29+02:00da sergiofrigo
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