DENTRO LA TESTA (COTONATA) DELLA MORATTI: OVVERO ALL’ORIGINE DEL MALE

Moratti2.jpgDi solito nella vita le cattive azioni si compiono per indifferenza, più che per malvagità. Per questo si parla – cito il titolo di un celebre libro di Hannah Arendt – di “banalità del male”. In tempi di pace di solito si fa qualcosa di brutto, qualcosa di cui poi ci si vergogna – oppure si smette definitivamente di vergognarsi, il che è molto peggio – perché intorno a noi lo fanno tutti, perché ci sembrerebbe di metterci in mostra a non farlo, perché in fondo in fondo – diciamo a noi stessi – le nostre “vittime” se lo meritano… E quindi non ci sembra neppure di fare il male.

Altre volte magari ci rendiamo conto che stiamo superando il limite, che quello che stiamo per fare non è buono, ma lo facciamo lo stesso. Perché ci va, perché ci gratifica, perché ci guadagniamo. Capita, siamo fatti così.
Ecco, in questi giorni, dopo le calunnie di Letizia Moratti contro il suo avversario Giuliano Pisapia, mi sono chiesto ripetutamente che cosa sia accaduto prima di quella trasmissione nella testa cotonata del sindaco di Milano, testa nella quale, evidentemente, i pensieri buoni e quelli cattivi non sono in ordine come i suoi capelli. Ho cercato di immaginare se è scivolata inavvertitamente verso la menzogna, condotta per mano da qualcuno dei suoi collaboratori, oppure se c’è stato un momento in cui ha deciso lucidamente che si poteva sputtanare vigliaccamente l’avversario, in un momento in cui egli non poteva più difendersi.

PERSEVERARE, UN PECCATO MORTALE

Non lo sapremo mai, ovviamente. Ma qualche indizio possiamo ricavarlo da ciò che è successo dopo, quando è stato chiaro a tutto il mondo che l’accusa era un volgare falso. A quel punto Letizia Moratti aveva di fronte un bivio: riconoscere onestamente di aver sbagliato, magari pure riversando la colpa su qualche sottoposto, e chiedere scusa; oppure rovesciare la frittata, cercando di portare comunque all’incasso la sua disonesta giocata. È questo che ha fatto, incoraggiata naturalmente dal suo mentore Berlusconi, sostenendo che comunque è vero che Pisapia frequentava terroristi.

E’ in questo preciso momento che – indipendentemente dal movente iniziale della sua calunnia – la Moratti sceglie di consolidare la cattiva azione compiuta. Utilizzando la categoria morale del peccato mortale, diremmo che in questa scelta c’è la “materia grave”, cioè il grave danno provocato all’avversario (la controprova? Se fosse stata lei accusata falsamente di furto e di connivenza con degli assassini, come avrebbe reagito?); c’è la “piena avvertenza della mente” e c’è il “deliberato consenso della volontà”. Un confessore (visto che lei è tanto credente) non potrebbe mandarla assolta senza chiederle contestualmente di pentirsi e di rimediare al male commesso.

LE CATTIVE COMPAGNIE

moratti3.jpgA sua parziale scusante potremmo dire che la “signora” frequenta cattive compagnie, che la trascinano verso il male: in questo senso le doti corruttive di Berlusconi sono ben note, basta vedere la mutazione antropologica subita, frequentando lui, da una persona perbene come Bondi nel passato. Il Cavaliere è un genio nel far emergere il peggio dalle persone, basti considerare i suoi taciti inviti a non pagare le tasse, o l’assoluzione da lui preannunciata (proprio stasera in un intervento su una radio di Napoli) ai costruttori di case abusive, ai quali ha promesso l’impunità (e naturalmente di tenersi l’alloggio).

Una cosa invece va detta ai milanesi: magari ora qualcuno di voi pensa che davvero TRENT’ANNI FA l’aspirante sindaco Pisapia abbia frequentato dei terroristi; ma sapete anche di sicuro – se siete onesti con voi stessi – di avere un sindaco (si spera uscente) che ADESSO diffonde menzogne e non se ne assume la responsabilità.


 

DENTRO LA TESTA (COTONATA) DELLA MORATTI: OVVERO ALL’ORIGINE DEL MALEultima modifica: 2011-05-13T02:45:25+02:00da sergiofrigo
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