GIORGIO LAGO, SEI ANNI DOPO: UNA SCOMODA FORTUNA AVER LAVORATO CON LUI

Lago.jpegSei anni fa come oggi si spegneva la voce potente, acuta, lungimirante di Giorgio Lago.

Aver lavorato per qualche tempo al suo fianco è stata una grande fortuna, ma anche una maledizione: ci ha convinti, infatti, che il mondo che ci stava intorno, la politica, il Nordest, il giornalismo (e, in fondo, anche noi stessi) fossero migliori di quello che erano. Il risveglio è stato duro, e l’impegno per essere all’altezza molto gravoso.

Ecco una sua riflessione e un’analisi su di lui di Mario Bertolissi.

“La cosa più difficile è ricordare. Non tirare un segno definitivo sulle
emozioni, non archiviare le persone, non permettere che la furia dei giorni
e dei minuti travolga la capacità di condividere i giorni e i minuti degli
altri.”

Giorgio Lago

Il Piccolo

13/03/2011

Per Giorgio Lago il federalismo era libertà nell’unità

di Mario Bertolissi

 

Il pensiero e l’azione di Giorgio Lago sono quel che sono. Non retorica, non azzardo, non espressione del desiderio, così diffuso, di stupire. Neppure quella sua drastica conclusione del 2002 – una delle tante: “L’unico pericolo che corre l’Italia è sempre lo stesso. Il riformismo alla Vanna Marchi” – si presta ad essere interpretata in senso folcloristico. Era consapevolezza, forte e motivata, di una serie infinita di incompiute, che avevano lasciato sperare prima, deluso poi. Come ha deluso – perché è stato così, anche in ragione dei modi secondo cui è stata approvata – la riforma costituzionale del 2001, che egli considerava, in compagnia d’altri – ad esempio, di Gianfranco Pasquino -, “una riformetta”. A ragione, perché era abituato a pensare in grande, non secondo l’ottica della piccola convenienza di parte. Tant’è vero che la sua instancabile opera di pedagogo delle istituzioni dava sempre conto di quel che molti – troppi – credono non riducibile a sintesi: della pluralità e dell’unità. È il sottinteso di una sua sferzante, impietosa raffigurazione dell’impotenza: “Il benessere creò malessere, il malessere produsse protesta, la protesta si sfrangiò tra rifiuto e proposta, e fu subito stallo”. Perché, il divenire delle nostre istituzioni è proprio così: caratterizzato da un movimento apparente, che si traduce sempre in qualcosa di “pseudo”, vale a dire falso, come è sicuramente falsa soluzione di un problema vero quel che non è appropriato a risolverlo. Il senso della storia e dell’economia, la sensibilità dell’uomo colto, politicamente aperto alle istanze profonde della società, gli consentivano di dire – come si afferma, nelle migliori delle ipotesi, stancamente – che, “con il federalismo, l’Italia s’imbatte oggi in un’occasione irripetibile, perché ne ha urgenza tanto il Nord quanto il Sud”. Scriveva così nell’ormai lontano 1996. Rappresenta, per l’italiano che vive nella contemporaneità, un vero e proprio imperativo categorico. Perché è la traccia di un percorso necessitato, reso tale dai problemi da risolvere. Per implicito, ma con estrema chiarezza, chiama alla riforma di quel che c’è, senza pretendere di oscurare quel che la vita civile e politica hanno prodotto. Proiettate sul piano del riordino degli assetti territoriali, i discorsi di Giorgio Lago hanno un senso preciso. L’Italia è una: ragioniamo sulla qualità di questo dato. L’Italia si caratterizza per le sue numerose componenti autonomistiche: riassestiamole in nome della responsabilità, che produce poteri efficienti. Quanto al fatto che esistono ordinamenti speciali – le Regioni ad autonomia differenziata, quale è il Friuli-Venezia Giulia -, diamo risalto a ciò che ha dimostrato di funzionare bene e guardiamo, prospetticamente, al futuro. Proprio questa Regione di confine – oggi di confine non più tra un Paese e un altro, ma di confine tra aree che interessano entità numerose ed aggregate dell’Europa – rimane obiettivamente speciale perché rappresenta un punto di passaggio, un raccordo per scambi d’ogni genere. La sua gente può esserne lusingata ed afflitta, ad un tempo, ma è certo che deve soddisfare a compiti gravosi che vanno remunerati. Questione di soldi soltanto? No, questione di fatto, avrebbe probabilmente detto e scritto.

GIORGIO LAGO, SEI ANNI DOPO: UNA SCOMODA FORTUNA AVER LAVORATO CON LUIultima modifica: 2011-03-14T16:53:00+01:00da sergiofrigo
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