PAROLE DI DONNE, VERSO L’8 MARZO: ADRIANA ZARRI, L’INVERNO, LA PRIMAVERA E IL GIUSTO CONGEDO

Zarri.jpgChiudo questa piccola carrellata di voci femminili, in questo 8 marzo, con il saluto di Adriana Zarri, teologa, scrittrice, eremita, voce scomoda e coraggiosa del cattolicesimo e del femminismo italiano, anche se entrambi i termini suonano riduttivi per lei. Questi brani, che trattano dell’incerto passaggio fra le stagioni, in questo scorcio di marzo, e della vita e della morte (di cui si comincerà a parlare oggi alla Camera) sono tratti dal suo libro, appena uscito, “Un eremo non è un guscio di lumaca” (Ed. Einaudi), di cui lei ha potuto vedere solo le bozze, prima che la sua vita si compisse, nella notte tra il 17 e il 18 novembre scorso.

 

di Adriana Zarri*

TRA INVERNO E PRIMAVERA

Le due sorprese stagionali che puntellavano l’anno della mia infanzia erano una invernale e fredda e l’altra primaverile e tepida, una fatta di gelo e l’altra di piume.

D’inverno i canti degli uccelli e degli uomini tacevano e la terra induriva in un silenzio scricchiolante di gelo. Poi un bel giorno metteva il suo vestito bianco e allora il silenzio era ancora più fondo. Se la neve giungeva di soppiatto, la notte, senza avvertir nessuno mia madre veniva a svegliarmi con la voce eccitata: “Bimba mia, c’è la neve!” e mi prendeva, in un fagotto ci coperte, per portarmi, col naso, ai vetri della finestra. Il mondo pareva tutto alleggerito e trinato, stupito e senza voce, quasi che, nel sospeso incanto, avesse perso la sua gravezza solida di terra per mutarsi in un prodigio d’aria senza peso (…)

Poi il mantello della neve, a poco a poco, si strappava; e da quei buchi appariva la terra che non era ancora verde ma già portava come il presentimento di un nuovo colore. I fili d’erba invigoriti si alzavano a bucare e a traforare, dove ancora resisteva, il velo sottile della neve. Gli alberi, scrollato di dosso l’ultimo peso di gelo, lustravano la corteccia incisa di piccoli occhi che avrebbero presto buttato fuori le gemme.

Poi, via via, le pratoline sbocciate di notte, all’improvviso, le primule, le viole e tutto il corteo primaverile…

E un mattino mia madre, anziché annunciare la nevicata, si accostava al mio letto con fare misterioso e una mano chiusa, dietro alla schiena. Senza parlare mi deponeva tra le palme il bioccolo tepido e dorato del primo pulcino dell’anno, uscito allora allora di sotto alle penne della chioccia.

CONGEDO

Non mi spaventa l’idea di morire da sola: mi sembra, anzi, che sia la morte più giusta per uno che da solo ha voluto vivere. Spero che i miei amici non si affannino. Vorrei loro evitare la triste cura del rivestimento e farmi trovare pronta, con indosso una veste colorata, festosa, a fiori. E forse il gatto accoccolato su una spalla. Ma non intendo programmare la mia morte: sarebbe l’ultimo attaccamento alla vita. La morte non si programma: si aspetta quietamente, come si aspetta la vita. E sarà come viene: magari nella corsia di un ospedale, o per strada, o chissà. E sarà sempre impastata con la vita: vita, essa stessa, nel suo punto più alto e dirompente. Non ci sono morti banali, come non ci sono vite banali…

E, d’inverno, la neve placherà quanto c’è stato di angoscioso nel morire, e preparerà il marzo delle primule.

* da “Un eremo non è un guscio di lumaca” (Ed. Einaudi)

PAROLE DI DONNE, VERSO L’8 MARZO: ADRIANA ZARRI, L’INVERNO, LA PRIMAVERA E IL GIUSTO CONGEDOultima modifica: 2011-03-08T10:11:00+01:00da sergiofrigo
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2 risposte a PAROLE DI DONNE, VERSO L’8 MARZO: ADRIANA ZARRI, L’INVERNO, LA PRIMAVERA E IL GIUSTO CONGEDO

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