PAROLE DI DONNE, VERSO L’8 MARZO: MICHELA MURGIA e… Berlusconi

michela-murgia.jpgQuesta riflessione della scrittrice Michela Murgia è contenuta nel libro “Parola di Donna”, l’antologia curata da Ritanna Armeni per le edizioni Ponte delle Grazie, in cui cento donne si esprimono su altrettante parole che hanno cambiato il mondo e il loro stesso modo di starci dentro. Mi sono preso la libertà di affiancarla all’iniziativa odierna delle donne del Pdl a Roma.

 

di MICHELA MURGIA

Ho avuto la sfortuna di nascere quando il movimento delle donne non era più raggiungibile dalla mia posizione geo-anagrafica, se mai lo era stato. Negli anni ottanta l’eco delle voci femministe che invocavano rispetto e diritti si era già attenuato, mutando in discorsi complessi dentro stanze al di fuori delle quali lo si sarebbe udito in misura via via sempre minore; la mia generazione intanto cresceva altrove, in un’altra ansa del tempo, attraversando la contraddizione senza riconoscerla. Da un lato beneficiavo di cose ottenute da altre, ma quella mediazione non aveva trasportato il suo senso fino a me. Dall’altro i mostri che erano stati combattuti si erano fatti furbi, e a vent’anni io non avevo ancora gli strumenti per oppormi al travaso della vecchia etica in una nuova estetica.

Confusamente capivo che c’era una scelta da fare, ma se non potevo essere più la donna-soggetto degli anni settanta, modello che mi era arrivato distorto e impraticabile, non mi interessava nemmeno essere la donna-oggetto degli anni ottanta, figlia del culto dell’apparire che in quel periodo trovava la sua massima ribalta nella nascente tv commerciale e nella dittatura della moda, mai stata così marcata. Altre donne risolsero la contraddizione facendosi protagoniste della libertà di restare graziosi oggetti. In nome di quella libertà non fu facile discutere la loro scelta; sembrava persino sensato affermarsi mutando in arma quello che fino a quel momento era stato un campo di battaglia degli interessi altrui.

A chi come me non sceglieva quella strada restava solo la legittimazione professionale, idealmente vissuta dentro i punitivi tailleur pensati da una moda conservatrice che ci costringeva ad immaginarci competenti solo dentro panni d’uomo. Il modello della mater familias cadde in disuso, tant’è che proprio in quegli anni il tasso di natalità si cristallizzò. Per la prima volta da secoli il numero delle morti superò quello delle nascite, e credo fu proprio in quel momento che la morte sparì da ogni rappresentazione. L’Italia era preda di una crescita economica ubriacante, che imponeva l’equivalenza tra vita e attivismo. Aprirono le palestre, perché il culto dell’efficienza aveva bisogno delle sue chiese. La produttività professionale divenne principio di senso, sfociando in arrivismo. Il benessere smise di essere uno stato dell’anima e divenne una merce acquistabile, la gioventù e la bellezza si scoprirono valori etici e il consumo assurse al rango di scopo finale dell’orgia sociale che fu quel decennio.

 

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SOLO DUE OSSERVAZIONI: A proposito degli interventi del governo contro la violenza delle donne, consultate il mio post di ieri sul numero verde 1522, e sul taglio dei finanziamenti relativi. Quanto alla manifestazione del 13 febbraio, sono scese in piazza un milione di donne libere, non pagate e neppure spinte da nessuno. Ieri a Roma hanno replicato le donne che a Berlusconi devono il loro potere e la loro visibilità. E rilevo che a parlare – di loro e per loro – è stato ancora una volta LUI

PAROLE DI DONNE, VERSO L’8 MARZO: MICHELA MURGIA e… Berlusconiultima modifica: 2011-03-06T08:18:00+01:00da sergiofrigo
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