QUALE NATALE, QUELLO DI ANTONIO SOCCI O DI ENZO BIANCHI?

socci.png“Se proprio vogliamo essere evangelici, dobbiamo riconoscere che il primo Natale dei regali è stato precisamente quello di duemila anni fa: sono stati i pastori e i Magi a viverlo così. E il Vangelo li esalta per questa spontanea gratuità. Del resto era un’umile risposta a un immenso dono. Perché in realtà è Dio stesso che inaugura ‘il Natale dei regali’. Il ‘Grande Consumista’ è Colui che ci ha regalato il cielo e la terra, l’universo intero, con tutto quello che contiene”.

ANTONIO SOCCI, Libero

 

Bianchi.jpeg“Il giorno della vigilia di Natale di fatto non esiste più. Tutti sono impegnati fuori casa, intenti ad affollare i negozi, a dare e ricevere regali, storditi da vetrine seducenti, da luci che ornano strade e alberi, distratti da “Babbi Natali”, cioè da giovani truccati da vecchi i cui fantocci si calano penosamente da finestre e balconi…

Vigilie molto diverse da quelle che per anni ho vissuto e che ancora cerco di vivere!”

“Non penso che fosse più cristiana la vigilia com’era vissuta allora, ma certo era più sapiente: cose semplici, usanze povere sapevano impreziosire le ore dell’attesa ed erano un esercizio di fiducia nella vita, nel futuro, negli altri”

ENZO BIANCHI, da “Ogni cosa alla sua stagione” (Ed. Einaudi, € 17)

 

In quali affermazioni vi riconoscete di più?

Io ieri ho intervistato Enzo Bianchi, a partire dal suo ultimo libro, sulla crisi che stiamo attraversando e che segna in profondità anche la percezione di queste feste. Ecco il testo.

NEL RICORDO DEGLI ANTICHI NATALI UN ANTIDOTO ALLA CRISI

La sobrietà, la socialità ma anche la capacità di guardare dentro se stessi; e poi l’incontro fra le persone, il calore umano che circondava il Natale, le riflessioni sul senso della festa e dello stare insieme: sono questi i temi che animano il nuovo libro del priore di Bose Enzo Bianchi, “Ogni cosa alla sua stagione” (Einaudi, € 17), costruito sui ricordi della sua infanzia nel Monferrato, ma anche sulla sua quotidianità di monaco e sul suo presente di teologo fra i più in vista della Chiesa italiana.

Viene la tentazione di leggere il suo libro anche come una sorta di “vademecum” per la crisi che stiamo vivendo, il ritorno a uno stile di vita genuino e solidale come apertura alla speranza. E’ una lettura possibile?

«Certamente. La crisi attuale non è solo economica ma anche politica, religiosa e culturale, e come tale essa richiede che si reimpari una grammatica di umanizzazione. Il mio libro risponde a questo bisogno di cercare strade per arginare la barbarie e resistere alla disumanizzazione crescente, trovando la via attraverso cui gli uomini possano riprendere in mano i legami con la propria storia, per non essere sconfitti dalla frammentarietà, dall’effimero e dalla disgregazione».

Secondo lei perchè fra gli uomini è caduta la speranza?

«Io credo che tutto sia legato alla velocizzazione che ha travolto il mondo negli ultimi decenni, ai cambiamenti radicali a cui gli uomini non sono preparati; quando questo avviene nella storia, si ha la situazione di crisi che il sociologo inglese Giddens definisce di mondo in fuga: non c’è più il tempo di pensare, di prendere distanza dalle cose, siamo travolti dai cambiamenti e vengono meno le ideologie e la memoria, e gli stessi principi fondamentali su cui erano basate le nostre vite, e che ci potrebbero dare speranza e aiutarci a vivere meglio nel futuro».

Ma si tratta solo di un fenomeno italiano oppure riguarda tutto il mondo, o almeno tutto l’Occidente?

«É un fenomeno di tutto l’Occidente. Nel mondo non direi, perchè altrove, in India, in Cina, in Sud America, le dinamiche sono di crescita e di slancio non solo economico. Nell’ambito dell’Occidente, poi, l’Italia e i paesi latini stanno peggio rispetto al mondo tedesco e anglosassone perchè qui il cambiamento è stato più repentino, ed è stata più faticosa e lenta l’adesione alla modernità».

Come le sembra che la gente stia reagendo alla crisi? Chiudendosi in se stessa o nella propria comunità di appartenenza, oppure aprendosi al rapporto con gli altri?

«Per ora temo che la gente sia soprattutto sotto l’impressione delle paure e delle angosce, e quindi lasci prevalere l’individualismo senza il confronto con gli altri, oppure il localismo identitario, senza capire che l’identità si forma col concorso degli altri, diversi  da noi. Mi pare di registrare però anche esili segni di mutamento di rotta. Io ho fiducia nelle capacità dell’uomo di trovare dentro di sè la capacità di riprendere il cammino; e credo in una nuova primavera, anche se in questo momento l’orizzonte è chiuso e ci è più facile agire gli uni contro gli altri piuttosto che cercare di costruire tutti insieme il nostro futuro».

QUALE NATALE, QUELLO DI ANTONIO SOCCI O DI ENZO BIANCHI?ultima modifica: 2010-12-25T01:30:00+01:00da sergiofrigo
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