PICCOLI BULLI CRESCONO: I GESTI CHE AVVELENANO LA VITA. SUL TRENO, AD ESEMPIO…

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Capita sempre più spesso, nella quotidianità, di fare i conti con piccoli gesti che avvelenano la convivenza.

Sono i momenti in cui ci sentiamo in diritto di farci i comodi nostri, infischiandocene delle conseguenze sulla collettività, o sulle altre persone. I momenti in cui lasciamo venir fuori il bullo che è in noi, un’individualità selvaggia che gode del proprio narcisismo arrogante e si bea della rottura delle norme e delle consuetudini che fino a ieri regolavano le relazioni interpersonali.

È un atteggiamento messo in atto, spesso, dai giovani maschi, che sembrano trovare in questa ottusa forma di trasgressione l’unico modo per manifestare la propria emergente individualità: rompendo gli oggetti di uso comune, sporcando gli spazi pubblici, disturbando nelle ore notturne e nei luoghi sacri. A me capita di registrare spesso questi atti, anche minimi, sui treni, dove ad esempio i viaggiatori, spesso giovani, usano appoggiare le proprie scarpe, sporche o pulite non importa, sul sedile davanti; o dove accadono piccoli episodi di inciviltà come quello che racconta qui l’amico Ivan. Marchese der Grillo.jpg

È sempre avvenuto, dirà qualcuno. Il civismo degli italiani ha sempre lasciato a desiderare. Ma i sociologi sostengono, al contrario, che si tratta di un atteggiamento in forte espansione nella nostra società, dove aumenta anche in misura esponenziale la litigiosità, tra vicini, negli uffici, sulle strade. La novità, inoltre, è che queste forme di bullismo ormai si manifestano in età sempre più infantile, e che trovano attorno una diffusa complicità, come nell’evento narrato.

Io ho una mia ipotesi, ma ve la illustrerò successivamente…

 

 

 

RACCONTO DI VITA NELLA SOCIETA’ MODERNA

Novembre 2010, treno regionale Venezia – Vicenza.

Anonimi viaggiatori come me, pendolari, giovani studenti ed una scolaresca delle elementari con mamme e maestre al seguito occupano tutte le poltrone. Non c’è un posto a sedere.

Poso la borsa per terra e mi appoggio ad un palo per sostenermi.

Per i motivi di salute porto un collare, Al mio fianco un signore anziano, ipotizzo un settantenne. Si guarda attorno, cerca un posto che non c’è. Alla fine della sua ricerca decide di sedere sul predellino, che è l’equivalente di “per terra”. Mi viene in mente quella filastrocca con il quale giocavamo da bambini «.. giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra..». Chissà se ci ha giocato anche l’anziano signore, chissà se ci giocano ancora quei bambini lì seduti, se qualcuno, magari le loro maestre, glielo hanno insegnato.

Alcuni viaggiatori guardano fuori dai finestrini, i giovani studenti ascoltano la musica che proviene da piccoli auricolari infilati nelle orecchie, i bambini gridano e si chiamano gli uni agli altri, mamme ed insegnanti conversano tra loro.

Io guardo l’anziano seduto sul predellino e i nostri sguardi si incrociano. Entrambi ci sorridiamo, forse stiamo pensando le stesse cose.

Stazione di Mira. L’anziano signore, dopo aver chiesto ai bambini se fossero stati in gita a Venezia e si fossero divertiti, propone uno scambio con toni gentili : «Qualcuno di voi mi cede la sua poltrona e viene a sedersi dove sto io ? »

E’ il bambino che appare più sveglio, più vivace, a rispondere con un sorriso di scherno : « va bene…ma non oggi ! facciamo la prossima volta ».

L’anziano signore sorride amaro, si gira e torna a piegarsi su sé stesso. Non ha più voglia di fare la parte del nonno con quei bambini. Non ha più voglia di interessarsi a loro.

La maestra che ha seguito la scena si gira verso mamme e colleghe e, gelandomi, afferma compiaciuta: « eh però…il (nome del bambino) ha sempre la battuta pronta ! » . E tutte ridono. Ridono e guardano con aria benevola quel bambino tanto sveglio e dalla battuta pronta. Lui si sa stare al mondo.

Mi monta la rabbia.

Arriviamo a Vigonza e…si libera un posto.

Lascio la mia postazione, avanzo di qualche passo verso l’anziano, lo raggiungo. Ha la testa china, adagiata tra le mani che la sostengono.

Lo tocco ad una spalla, ci guardiamo. « Si è liberato un posto» gli dico piano. Sento che le persone attorno mi osservano.

In quel preciso istante, durante quel breve dialogo, un giovane ha già occupato il posto.

Resto smarrito. L’anziano signore mi guarda e mi sussurra « grazie ».

E’ a questo punto che decido di litigare. Con le maestre prima di tutto.

Siamo a Ponte di Brenta, il treno ferma, l’anziano signore si alza a fatica, chiede permesso, mi passa accanto salutandomi e scende.

Riparte il treno.

Dal devoto oli, definizione di maestro « Persona cui è affidata l’educazione dei fanciulli nella scuola elementare (m. elementare)».

Mi avvicino alle maestre, sorrido loro e “sferro l’attacco”:

« sapete, sono anch’io come voi un lavoratore pubblico. I ministri Gelmini e Brunetta non mi sono affatto simpatici. Chissà cosa avrebbero detto o pensato di noi, se fossero stati su questo treno vedendo quanto accaduto a quel signore anziano. Vedendolo seduto sul predellino senza che nessuno si fosse sentito in dovere di cedere il proprio posto a sedere o di far alzare uno di quei bambini!»

Chissà cosa mi aspettavo. Ma cosa puoi aspettarti da delle mamme e da delle maestre che anziché biasimare l’arrogante maleducazione di quel bimbetto ne fanno un elogio?

La risposta è scontata: «…non è detto che a noi i due ministri stiano antipatici come a lei, e comunque non ci interessa sapere né quello che avrebbero detto né quello che avrebbero pensato» .

Stazione di Padova. Io scendo, loro continuano fino a Vicenza. Buon viaggio.

Arrivato a casa ho ripreso dalla libreria un vecchio libro: “ Lettera a una professoressa”.

 

IVAN BERNINI


PICCOLI BULLI CRESCONO: I GESTI CHE AVVELENANO LA VITA. SUL TRENO, AD ESEMPIO…ultima modifica: 2010-12-12T02:24:16+01:00da sergiofrigo
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