PERCHE I TAGLI ALLA CULTURA METTONO A RISCHIO IL FUTURO DI TUTTI

Lo sappiamo tutti che prima bisogna mangiare, e dopo filosofare. Ma “non di solo pane vive l’uomo”, e in ogni caso bisognerebbe che ogni comunità umana, dal piccolo nucleo familiare alle grandi aggregazioni di stati, operasse in modo da assicurarsi il cibo anche per il futuro: e non semplicemente accumulando derrate alimentari, che sono sempre deperibili e limitate, ma imparando metodi e procedure che la mettano nelle condizioni di garantirsi le condizioni di sussistenza per sempre, assicurandosi al tempo stesso che le nostre vite future non siano abbruttite nella mera copertura del bisogno materiale.

E’ una filosofia spicciola, mi rendo conto, che spiega però perché sia necessario, anche nei momenti di maggiore austerità come gli attuali, continuare a riservare risorse adeguate alla ricerca, all’istruzione e alla cultura in genere; anche perché è l’arricchimento culturale, assieme allo scambio con le altre persone, che aiuta ogni individuo, anche il più povero, a superare meglio le ristrettezze e a vivere una vita più degna.

Sono riflessioni che mi vengono spontanee di fronte al moltiplicarsi dei tagli governativi proprio alla cultura, all’istruzione, e in generale a tutti gli ambiti pubblici (istituzioni, gruppi, fondazioni, volontariato) che si sono dati come compito prioritario quello di favorire proprio il dispiegarsi dei rapporti umani e la crescita delle persone, aumentandone la consapevolezza e la capacità di fruire del bello che ci circonda.

statue.jpgE questo proprio mentre, al contrario, ci si preoccupa di spendere per abbellire e falsificare la realtà, come ha voluto fare il Presidente del Consiglio nel caso delle statue di Marte e Venere con le protesi (70mila euro di spesa) che ci ha esposto al ridicolo in tutto il mondo.

Su questo tema vi propongo una riflessione del presidente del Consiglio superiore per i beni culturali Andrea Carandini, pubblicata ieri dal Corriere, e il bellissimo discorso pronunciato ieri dallo storico Carlo Ginzburg ricevendo il Premio Balzan, alla presenza del Presidente Napolitano, che pure ha voluto spendere qualche parola in difesa della cultura e della ricerca.

http://giovannitaurasi.wordpress.com/2010/11/18/a-rischio-i-tesori-della-cultura-se-l’unica-strategia-e-tagliare-di-andrea-carandini/

 


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Discorso del Professor Carlo Ginzburg

Premio Balzan 2010 per la storia d’Europa (1400-1700)

alla cerimonia di consegna dei

Premi Balzan 2010

 

Roma, 19 novembre 2010

 

Signor Presidente della Repubblica,

Membri della Fondazione Balzan,

Signore e Signori,

 

sono profondamente onorato dal premio prestigioso che mi è stato conferito. In questo momento provo il bisogno di ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato con il loro affetto, le loro critiche, il loro insegnamento. Alle persone della mia famiglia e ai miei amici rivolgo un pensiero riconoscente: a quelli che ci sono e a quelli che non ci sono più. Qui, in quest’occasione pubblica, voglio ricordare coloro da cui ho imparato – non tutti, perché l’elenco sarebbe troppo lungo; ma qualcuno sì.

Insegnare è stato il mio mestiere, o meglio un aspetto del mio mestiere, accanto al lavoro di ricerca. Mi è capitato spesso di dire che insegnare mi piace ma imparare mi piace ancora di più. Considero l’imparare una delle grandi gioie della vita. Ho avuto la fortuna di imparare da persone diversissime, piene di qualità straordinarie; se mi volto indietro, la loro generosità e la loro diversità umana e intellettuale mi riempiono di commozione. E penso al meraviglioso disegno in cui Goya ha raffigurato un vecchione con la barba bianca che avanza faticosamente appoggiandosi a due bastoni, sovrastato da due parole: Aun aprendo, imparo ancora, sto ancora imparando. Goya pensava a se stesso, e io guardando quel vecchio mi riconosco in lui. Non si finisce mai di imparare. Ho imparato fuori dalla scuola, in maniera imprevedibile e in circostanze imprevedibili; e ho imparato dentro la scuola, dalle elementari in su, fino a ieri, quando ho lasciato formalmente l’insegnamento: perché, come si sa, gli insegnanti imparano dagli studenti, e viceversa. Quello che dico è banale, perché tutti imparano (l’homo sapiens non è l’animale che sa, è l’animale che sa imparare). Ma non è banale ricordare tutto questo oggi, in un’occasione così solenne, quando in tanti paesi, a cominciare da quello di cui sono cittadino, la scuola è diventata un’istituzione fragile e minacciata – dalla miopia della classe politica, in primo luogo, ma anche dall’attenzione assolutamente inadeguata dell’opinione pubblica. Ho detto miopia: ma mi rendo conto di aver usato un termine improprio. Certo, tagliare gli investimenti destinati all’istruzione, in un mondo in cui l’istruzione è (e sempre più sarà) il bene più prezioso per lo sviluppo di una società, è un gesto miope, che va contro gli interessi del paese: un gesto, diciamolo senza infingimenti, che lo condanna fin d’ora a una sicura decadenza. E tuttavia quest’argomentazione è insufficiente e va respinta, perché di fatto scende sul terreno che vuole combattere, accettando l’idea, così spesso data per scontata, che l’istruzione e la trasmissione del sapere siano beni soggetti alla legge di mercato, al meccanismo della domanda e dell’offerta. Allora mi correggo: non si tratta di miopia, o comunque non solo di miopia. Che cosa ispira l’attacco (perché di attacco si tratta) all’istruzione pubblica: maliziamatta bestialitate? si chiederanno i lettori di Dante. Forse entrambe, chissà.

La mia generazione ha fatto in tempo ad essere coinvolta nella straordinaria tecnologia che ha trasformato la trasmissione e l’apprendimento del sapere: Internet. Qualcuno ha detto che Internet è uno strumento di democrazia. Presa alla lettera, quest’affermazione è falsa. Bisogna aggiungere: è uno strumento di democrazia potenziale. Il motto di Internet è riassumibile nelle parole, paradossali e politicamente scorrette, pronunciate da Gesù: “a chi ha sarà dato” (Matteo, XIII, 12). Per navigare in Internet, per distinguere le perle dalla spazzatura, bisogna avere già avuto accesso alla cultura – un accesso che di norma (parlo per esperienza personale) è associato al privilegio sociale. Internet, che potenzialmente potrebbe essere uno strumento in grado di attenuare le disparità culturali, nell’immediato le esaspera. La scuola ha bisogno di Internet, certo; ma Internet, per essere usato secondo le sue potenzialità (diciamo realisticamente: secondo un milionesimo delle sue capacità) ha bisogno di una scuola pubblica che insegni davvero.

Ho avuto la fortuna nel corso della mia vita di frequentare scuole e università, in Italia e fuori d’Italia, incontrando studiosi straordinari che erano anche tutti, nessuno escluso, insegnanti straordinari. Se non li avessi incontrati sarei oggi un’altra persona, una persona che non riesco nemmeno a immaginare. Ne nomino alcuni: Delio Cantimori, Arsenio Frugoni, Augusto Campana, Arnaldo Momigliano, Gianfranco Contini, Carlo Dionisotti, Ernst Gombrich, Lawrence Stone. E poi, fuori dalle aule universitarie, Felice Balbo, Sebastiano Timpanaro, Cesare Garboli. Ho citato solo nomi di persone morte. Ai vivi, alle persone che mi sono vicine e carissime, va ancora una volta la mia gratitudine.

PERCHE I TAGLI ALLA CULTURA METTONO A RISCHIO IL FUTURO DI TUTTIultima modifica: 2010-11-20T16:59:26+01:00da sergiofrigo
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