IL CARISMA LOGORA CHI NON CE L’HA, MA NON BASTA A GOVERNARE BENE

De Rita ieri sul Corriere descriveva bene una delle caratteristiche della politica nell’era berlusconiana: la tendenza a risolvere i problemi e le contese con un duello rusticano, in cui il fatto di battere l’avversario ti dà automaticamente ragione su tutto, sollevandoti dall’onere di approfondire, mediare, confrontarti con la complessità (e naturalmente, aggiungo io, ti assicura il consenso entusiastico della tua corte e dei tuoi fans).

Ma questa situazione non è altro che la ricaduta della personalizzazione della politica che stiamo sperimentando negli ultimi anni, e non solo in Italia; personalizzazione figlia della crisi della politica e della stanchezza per la democrazia, con tutte le sue necessarie mediazioni, la fatica del confronto collegiale, le lungaggini della concertazione.

A ben guardare gran parte dei partiti italiani sono partiti “personali”: il Pdl, ovviamente, ma anche la Lega, l’Idv, l’Udc, sigle in cui il leader è indiscusso, e comanda da anni, circondato da fedeli esecutori, che appena cominciano timidamente a dissentire diventano avversari e sono costretti ad andarsene. L’unico a non rientrare in questa logica è il Pd, con i suoi tre segretari cambiati in tre anni, ognuno messo in discussione un minuto dopo il suo insediamento, magari dagli stessi quadri e militanti: gli stessi che si lamentano ormai regolarmente della frammentazione e dell’inconsistenza del ceto dirigente; oppure che protestano (altrettanto regolarmente) perché i media (e di conseguenza gli elettori) tendono a snobbare il Pd e le sue proposte.

La base democratica dunque dovrebbe mettersi d’accordo con se stessa, prima di tutto: vuole anch’essa un leader carismatico? Ma come pensa di conciliarlo con la dialettica interna e la collegialità? E soprattutto quali doti taumaturgiche dovrebbe avere questo leader, per riuscire ad armonizzare le diverse anime del partito e a garantire ad ognuna la sua dignità?

Io non ho risposte, ma faccio solo un’osservazione: è vero che di questi tempi la personalizzazione sia premiante, sulla scena mediatica e quindi politica; ma non credo che la conseguente gestione carismatica (dei partiti, delle aziende, dei governi), sia necessariamente positiva, soprattutto in una società complessa come la nostra. Il leader funziona, e lascia il segno, quando ha intorno una squadra che lavora collegialmente, collaboratori che non attendono i suoi pronunciamenti prima di esporre le loro idee, ma che hanno anche lo spazio e l’autorevolezza per criticare le sue posizioni; soprattutto devono essere in grado di fargli toccare con mano cosa pensa realmente la comunità che egli guida, ma anche essere disposti a condividere con lui le scelte impopolari, quando siano state assunte guardando con coraggio in avanti e all’interesse generale.

Dite che non se ne vedono molte, in giro, di queste personalità? D’accordo, ma non sarà un po’ anche colpa della sinistra, che cerca ispirazione nel campo del vicino ma non è capace di estirpare dal proprio la mala pianta dell’autoreferenzialità?

di Giuseppe De Rita

Dal Corriere del 16 luglio

In ogni sistema sociopolitico, passato presente e futuro, ha un ruolo fondamentale la pratica del duello. I leader, affermati o aspiranti che siano, fanno del combattimento a due lo strumento per affermare il proprio rango, per provocare l’avversario, per studiarne i punti di debolezza, e per arrivare a sconfiggerlo, quasi a consacrazione di una più complessa vittoria militare o politica. Si rilegga al proposito il Girard di «Portare Clausewitz all’estremo», un lungo saggio sulla tentazione drammatica al duello condotto fino all’oltranza nella storia moderna, da Napoleone in poi.

Anche nella nostra più povera recente storia nazionale, il duello fra leader politici è diventato una non resistibile tentazione, generata dal bipolarismo personalizzato di questo ultimo ventennio e alimentata dalla corrente drammatizzazione mediatica delle vicende e dei comportamenti pubblici. Un combinato disposto (il bipolarismo personalizzato e l’enfasi mediatica) che ispira i protagonisti politici a una vera e propria coazione al duello; primo fra tutti l’attuale premier che ha sempre imperniato la sua strategia non su complesse interpretazioni sociopolitiche, ma sulla imposizione di tanti successivi duelli: con Occhetto, con Prodi, con D’Alema, con Rutelli, con Veltroni, addirittura con Soru nella per lui non marginale Sardegna. Un genio del duello, con la quasi magica capacità di far sì che gli avversari cadano nella tentazione al combattimento a due, anche quando hanno il sospetto che ne usciranno a dir poco malandati.

Nel lungo periodo però una tale coazione a ripetere non paga più e, malgrado qualche residua scintilla, oggi si vedono i sintomi di un declino della voglia di farsi protagonista politico usando il duello: da un lato l’oltranza continuata stanca anche chi la esercita; dall’altro cominciano a mancare i protagonisti, visto che sono pochi i potenziali leader di sistema che vogliono giocarsi tutto su una sola «mano schermistica»; e dall’altro ancora tutti cominciamo a temere che, essendo la politica fatta di parole, la loro esasperazione duellante conduca lentamente alla loro insignificanza. È quindi verosimile che il duello resterà lo strumento privilegiato della storia di un periodo forse già passato.

C’è comunque da rallegrarsene, visto che la coazione al duello personalizzato ha comportato una radicale disattenzione per quel che avviene nel campo di appartenenza dei protagonisti, per l’implosione dei sistemi culturali, politici, di potere che stanno dietro di loro. Gli occhi di tutti, su suggestione dei media, sono puntati sulla dinamica dei duellanti, mentre nessuno di essi riesce a governare in casa propria la complessità sistemica che comunque esisteva prima ed esisterà dopo ogni duello. E la complessità non governata implode, si scompone.

Così ad esempio mentre Gorbaciov ed Eltsin duellavano con l’Occidente, il sistema sovietico implodeva fino al collasso; mentre due pontefici carismatici (l’attuale e il predecessore) duellavano con la modernità secolarizzata, il sistema ecclesiale implodeva fino a una crisi oggi difficile da contrastare; mentre il nostro premier aspetta e spera che le vicende politiche gli garantiscano un’altra occasione di grande duello, il suo schieramento mostra pericolosi sintomi di implosione.

Ciò non avviene per cattiveria, complotto, irriconoscenza collettiva, ma per ragioni oggettive e quasi banali. Il politico che duella è convinto che si giuoca tutto in quello scambio di sciabolate o di rivoltellate; e pensa che la leadership gli venga (o gli venga ribadita) dall’esito del duello. Così finisce per dimenticarsi che la leadership può venirgli solo dalla sua capacità di governare il complesso sistema cui egli sovrintende, sia esso statuale, religioso o partitico, per restare ai tre esempi precedenti.

Un po’ dappertutto manca in effetti una cultura politica della complessità e del suo governo. Se, come qualcuno comincia a dire, la crisi del mondo moderno è più politica (di cultura di governo) che economica, allora cominciamo a lavorarci dalle fondamenta, resistendo alla tentazione di semplificare la complessità e alla propensione a coartarla nella logica del combattimento a due, dell’adolescenziale duello a oltranza.

IL CARISMA LOGORA CHI NON CE L’HA, MA NON BASTA A GOVERNARE BENEultima modifica: 2010-07-17T12:12:00+02:00da sergiofrigo
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