LO SCIOPERO DEI GIORNALI: Il parere di Ferdinando Camon

Solitamente non sono entusiasta quando noi giornalisti facciamo sciopero: anche perchè mentre noi facciamo sciopero, tutti gli altri parlano. E per gli altri intendo sia i giornali che non fanno sciopero, sia – soprattutto – le televisioni, che occupano gran parte del nostro spazio informativo e formativo col loro chiacchiericcio, le loro trasmissioni leggere, il loro “infortainment” (informazione più entertainment) che diventa opinione maggioritaria senza che neppure ce ne accorgiamo. Non a caso Berlusconi ha scelto ieri per esternare, per essere sicuro che non ci sarebbero stati commenti alle sue parole, e che sarebbero echeggiate meglio e più a lungo nel silenzio.

Detto questo, i motivi per astenerci dal lavoro questa volta sono troppo seri per cavillarci su, come potete leggere nella nota della Fnsi pubblicata sotto, ma anche in questo intervento scritto da Ferdinando Camon per i quotidiani La Nuova, La Tribuna e Il Mattino.

Le ragioni di uno sciopero

di Ferdinando Camon

Giornata di sciopero domani per i giornali e per l’informazione. Pochi giorni fa è stato lo stesso presidente del consiglioCamon.jpg a parlare di sciopero, ma invitando i lettori a scioperare contro i giornali, insomma a non comprarli, non leggerli, a passare le giornate senza informazione. A quell’invito di un capo del governo di non comprare più i giornali, rispondono adesso i giornali, rifiutandosi per un giorno di uscire. È un atto estremo, perfino contraddittorio: i giornali, nati per comunicare, si rifiutano di uscire in edicola, e quindi di comunicare? Ma come, il governo vuol tapparti la bocca, e tu per protesta ti tappi la bocca da solo? Il fatto è che i giornali, con la loro assenza dalle edicole, vogliono far sentire un grido e non il silenzio, vogliono scuotere l’o pinione pubblica più di quanto farebbero ospitando editoriali e servizi. Vogliono comunicare un messaggio funereo: piuttosto che prepararci a uscire secondo le norme della legge-bavaglio, riteniamo meglio non uscire.

Se siamo arrivati allo sciopero vuol dire che sull’informazione si combatte una guerra aperta, e in questa guerra entrano in azione le armi pesanti.

Pochi giorni fa è stato lo stesso presidente del consiglio a parlare di sciopero, ma invitando i lettori a scioperare contro i giornali, insomma a non comprarli, non leggerli, a passare le giornate senza informazione. È come invitare un organismo umano a camminare e lavorare rinunciando alla circolazione sanguigna. L’informazione è tutto, nell’epoca in cui siamo. Noi siamo quel che sappiamo, e cambiamo ogni giorno perché ogni giorno ci arrivano nuove informazioni. Pensare a un popolo che fa lo sciopero contro i giornali, boicotta i giornali, non li compra, non li legge, significa pensare a quel popolo come morto.

A quell’invito di un capo del governo di non comprare più i giornali, rispondono adesso i giornali, rifiutandosi per un giorno di uscire. È un atto estremo, perfino contraddittorio: i giornali, nati per comunicare, si rifiutano di uscire in edicola, e quindi di comunicare? Ma come, il governo vuol tapparti la bocca, e tu per protesta ti tappi la bocca da solo?

Il fatto è che i giornali, con la loro assenza dalle edicole, vogliono far sentire un grido e non il silenzio, vogliono scuotere l’opinione pubblica più di quanto farebbero ospitando editoriali e servizi. I giornali che fanno sciopero (quasi tutti, qui non è questione di orientamento politico ma di senso del dovere) vogliono comunicare ai loro lettori un messaggio funereo: piuttosto che prepararci a uscire secondo le norme della legge-bavaglio, riteniamo meglio non uscire.

Se non possiamo dire quel che abbiamo da dire, quel che vogliamo dire, quel che noi sappiamo, quel che voi avete bisogno di sapere, preferiamo non presentarci nemmeno.

Perché la legge-bavaglio, che più giorni passano più s’avvicina alla sua approvazione, imporrà ai giornali anni e anni di silenzio obbligato sui grandi fatti della cronaca, finché non saranno prima chiariti dalla magistratura. E quando saranno chiariti, cioè dopo 4-6 anni da che sono accaduti, non saranno più attuali, non saranno più notizie, non avranno più importanza.

Se la notizia conteneva un crimine, sarà come se quel crimine non fosse mai accaduto. Ogni giornata passerà un grande colpo di spugna sulle notizie scabrose della cronaca, e poiché la storia è quel che resta della cronaca, anche la storia sarà depurata di tutto quel che contiene di truffaldino, illegale o illegittimo, o semplicemente contrario agl’interessi della gente.

Se la classe governante è una “casta”, il bavaglio sull’informazione è la polizza d’assicurazione della casta contro possibili infortuni che potrebbero capitarle nell’esercizio del potere.

Si è a lungo discusso sulle intercettazioni, se siano una violazione alla privacy dei potenti, e se i potenti abbiano o non abbiano diritto a una loro privacy.

Stando alle intercettazioni più scandalose che abbiamo letto o ascoltato, del capo del governo con prostitute, di governatori con transessuali, di ministri con cardinali, non ce n’è una, ripeto: neanche una, che non abbia carattere personale, perfino privato, perfino segreto. E però, quanto sono rivelative, illuminanti, denuncianti, sulla spudorata allegria con cui lor signori pensano al bene personale, riassumibile nelle due s: sesso e soldi, possibilmente insieme. Se non fosse venuta fuori tutta l’immondezza che è venuta fuori, dalle intercettazioni, non sarebbero così accaniti nel proibirle.

Ma proprio perché con le intercettazioni abbiamo saputo quel che abbiamo saputo, dobbiamo essere accaniti nel difenderle. E nel pubblicarle.

Se faranno la legge, ci saranno giornalisti che non le pubblicheranno e resteranno liberi. Ce ne saranno altri che le pubblicheranno e andranno in galera. Ma i veri giornalisti sono solo questi ultimi.

(08 luglio 2010)

LO SCIOPERO DEI GIORNALI: Il parere di Ferdinando Camonultima modifica: 2010-07-09T15:50:26+02:00da sergiofrigo
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