I TRE “NO” DI BORIS PAHOR, CHE VENERDI’ RICEVE IL PREMIO HEMINGWAY

 

images (1).jpegBoris Pahor ha dovuto attendere 40 anni per essere finalmente tradotto in lingua italiana e pubblicato. Un autore scomodo che mantiene un giudizio acuto e critico sulla storia d’Italia e di Trieste in particolare. Oggi la “riabilitazione” letteraria ha fatto sì che a Boris Pahor, 97 anni, scrittore triestino di etnia slovena, fosse riconosciuto il Sigillo della Provincia di Trieste e il Premio Hemingway-Sparkasse, riconoscimento dedicato a chi nella sua carriera o nel vissuto personale si sia battuto per la solidarietà e all’amicizia fra i popoli. Il premio gli verrà consegnato venerdì 11 a Lignano Sabbiadoro. L’autore di Necropoli parla di storia, etnia, Euroregione, politica e lancia un appello a Gianfranco Fini.



 

 

“In Italia avevo mandato il libro a sei o sette case editrici finché mi sono stancato di proporre il lavoro a chi non lo voleva – esordisce lo scrittore triestino di etnia slovena Boris Pahor, 97 anni e una carriera costellata da capolavori quali, fra gli altri, Necropoli; Tre volte no. Memorie di un uomo libero; Una primavera difficile. Mi veniva risposto che c’era già stato Primo Levi, e in più bisognava considerare che il libro era tradotto dallo sloveno in quanto scritto appunto da uno sloveno che ‘dava fastidio’ in quanto stanziale a Trieste ormai da diversi anni. Oggi assisto con grande soddisfazione allo ‘scongelamento’ di un quarantennio di opere che vengono tradotte finalmente in italiano. Sono stato premiato e tradotto in mezza Europa ma fino a ieri ero sconosciuto nel mio stesso Paese, l’Italia.”

 

Pahor, il titolo del libro “Tre volte no” è estremamente simbolico: i tre no riguardano il no al fascismo, il no al nazismo e il no al comunismo.

 

La storia deve essere raccontata nel modo corretto agli studenti. Parlare approfonditamente del fascismo per far comprendere ai giovani la vera storia. Io non posso tacere sulla morte finché sono vivo, l’ho sempre fatto nel corso della mia vita e ne ho pagato le conseguenze: prima in Italia durante il fascismo e poi in Slovenia, nel 1975, con la denuncia delle foibe. Non sono un eroe e non mi sono mai considerato tale. Sono semplicemente uno scrittore che deve fare il proprio lavoro. Mi considero, anzi, un umiliato e un offeso ed è per queste ragioni che ho scelto di scrivere di umiliati e di offesi.

 

Nel suo libro Necropoli lei cita due ragazzi che si baciano e altre scene di vita normale. Vita e luoghi di tortura possono convivere?

 

Mentre tutti vanno a visitare il forno crematorio si nota questa persona che tenta di baciare una ragazza. Io nel campo di concentramento dopo la guerra ci sono stato due volte e sempre per un bisogno personale. E’ veramente straordinaria questa immagine, una scena di vita e di amore in un luogo tanto nefasto.

 

Cosa non può essere trasmesso di un dramma così grande?

 

Senz’altro il vissuto interiore. Lo stato di prigionia e di schiavitù è una grande sconfitta morale. La sensazione più terribile era quella di avere davanti a sé l’esempio di distruzione fisica del prossimo: questo creava uno stato di disagio e di ansia oltre che di distruzione psicologica. Tanti non sono riusciti a raccontare, a trasmettere alla società il proprio vissuto, altri si sono suicidati a distanza di molti anni. Vorrei solo fare una corretta distinzione storica e sottolineare che i campi di concentramento in cui sono finito erano ‘politici’ e non avevano nulla a che fare con la tragedia del popolo ebraico.

 

Com’è stato il ritorno dal campo, il ritorno alla vita?

 

Sono stato liberato dalle truppe inglesi il 15 aprile del 1945 a Bergen Belsen, in Germania, e ancora oggi ricordo alla perfezione ciò che accadde quel giorno. Ricordo che ci diedero delle scatole di prosciutto cotto tedesco e ci disinfettarono con il DDT. Due amici francesi mi convinsero a scappare assieme a loro nonostante io stessi molto male in quanto avevo la tisi ed avevo già avuto due episodi di tosse emorragica. Dopo un viaggio infinito su un camion attraverso l’Olanda e il Belgio arrivammo prima a Lille e poi, in treno, fino a Parigi. Dopo alcuni giorni di viaggio mi ritrovai davanti alla maestosità della Tour Eiffel, ancora vestito da ‘campo’. Mi sembrò subito incredibile di essere nello stesso mondo, un mondo incomprensibile. Una civiltà capace di realizzare straordinarie opere di ingegno e di cultura e, nello stesso tempo, di progettare lo sterminio di milioni di uomini. E’ anche per questo che riesco in un certo senso a comprendere le persone che pronunciano la frase “ho nostalgia del campo”. Sembra una cosa assurda, è vero, ma da un certo punto di vista esplicabile: se eravamo lì, in quel campo politico, era perché avevano scelto di dire no, ci eravamo opposti.

 

Perché avvennero queste cose tremende?

 

Comunismo e fascismo erano delle filosofie politiche basate entrambe sulla superiorità ed ebbero la possibilità di allevare i bambini sin da piccoli con il culto della conquista. Dopo l’Unità d’Italia si affermò il concetto di ricerca di terre da conquistare, partendo dai Balcani fino alle colonie d’Africa. Da un certo punto di vista la teoria comunista poteva essere anche buona se si considera la volontà di ridistribuire la ricchezza al popolo in parti uguali, tuttavia la sua applicazione fu rovinosa e aberrante tanto quanto la teoria fascista e finì per distruggere l’idea di Stato socialdemocratico.

 

Oggi quali sono rischi maggiori della nostra società?

 

Oggi purtroppo siamo in mano alle banche, se dovesse verificarsi nuovamente un crack finanziario ci troveremmo di fronte al rischio di una rivoluzione globale. I veri umiliati e offesi di oggi sono le persone che hanno perso il proprio posto di lavoro. Come possono essere salvate?

 

Quanto è difficile riconoscere, ancora oggi, la violenta aggressione dei fascisti agli sloveni di Trieste?

 

Dire ‘è tutta colpa della destra’ sarebbe sin troppo facile, tuttavia io non sono d’accordo. Non tutti i politici del centrodestra sono uguali. Per esempio, Gianfranco Fini quando è andato in Israele ha riconosciuto quanto il fascismo sia stato un male per l’Italia e questo dimostra che ci sono anche delle persone illuminate.

 

A proposito di Fini, ha detto che vorrebbe scrivergli una lettera.

 

Certo. Vorrei scrivergli che l’Italia è una grande nazione, ma lo sarebbe ancora di più se fosse capace di riconoscere tutto ciò che di male ha fatto negli anni e lo raccontasse alle nuove generazioni. La Germania, ad esempio, ha ammesso tutti i terribili errori compiuti nel recente passato. Gianfranco Fini ha saputo chiedere scusa al popolo ebraico, ma non l’ha saputo fare con il popolo sloveno e croato, ad esempio. Quello che abbiamo subito dall’Italia è stato oltremodo umiliante. Noi sloveni siamo stati definiti come “cimici” dai giornali italiani dell’epoca in quanto considerati una minoranza pronta all’invasione di Trieste, non sapendo che eravamo insediati e integrati in città da almeno dodici secoli. Abbiamo subito una forte repressione soprattutto psicologica.

 

Di che tipo?

 

Ci è stata tolta completamente l’identità. Ci è stato proibito di parlare lo sloveno, sono stati bruciati tutti i libri e le pubblicazioni in lingua. Nelle scuole ricorso di un episodio di una ragazza a cui fu sputato in bocca solo per aver detto una parola in sloveno. Abbiamo dovuto rifarci una vita, metterci nelle condizioni di diventare italiani dimenticando il nostro passato e la nostra cultura. Una pulizia del tutto unica, speciale, furono anche cambiati tutti i nomi e i cognomi. Ricordo che avevo solo sette anni quando ho visto bruciare il Nàrodni Dom di Trieste, il principale centro culturale sloveno dell’epoca.

 

Un messaggio ai giovani d’oggi.

 

Ai giovani di oggi suggerisco di crearsi una formazione culturale personale, andando oltre l’informazione dei mass media e l’istruzione scolastica. E’ necessario conoscere il mondo, i popoli, la loro storia per capire come vivere in pace nel rispetto del prossimo. E, sul tema del fascismo, chiedo uno sforzo di documentarsi per non lasciar morire la memoria storica della nostra società. Oggi molti studenti vengono in pellegrinaggio alle foibe con un forte sentimento anti-slavo, un grave errore storico che lo stesso presidente della Repubblica Napolitano ha amplificato utilizzando l’aberrante e pericolosa parola “sanguinari slavi”.

 

Cosa pensa dell’Euroregione?

 

Se si punta tutto sull’economia poco si avrà di questa Europa che rimarrà un’utopia. Per realizzare il sogno di una vera Europa unita bisogna compiere uno sforzo comune e condiviso per facilitare lo scambio culturale e l’incontro con popolazioni diverse dalla nostra. Il tutto mantenendo sempre l’identità della propria nazione e del proprio passato. Ricordo con piacere, a tale proposito, le parole del presidente francese Chirac di qualche anno fa quando disse che ‘domani realizzeremo una grande Europa e allo stesso tempo saremo tutti più spagnoli, più italiani, più tedeschi di quello che siamo oggi’. Ritengo che questi siano i presupporti necessari per vivere in pace in questo mondo difendendoci dal rischio di una globalizzazione esasperata che punta alla perdita di identità dei popoli.

 

Da “Primastudio”

 

I TRE “NO” DI BORIS PAHOR, CHE VENERDI’ RICEVE IL PREMIO HEMINGWAYultima modifica: 2010-06-09T02:09:00+02:00da sergiofrigo
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