USCIRE DALLA CRISI: UNA RICETTA SOLIDALE. ALTRO CHE LA “MANOVRA ETICA” DI TREMONTI!

L’Europa si confronta con gli ulteriori, pesanti colpi di coda della crisi, e mette a punto politiche di austerità, nella speranza che arrivi la sospirata ripresa.

Per superare le attuali difficoltà economiche si confida in una improbabile, massiccia ripresa dei consumi, mentre invece sarebbe più utile perseguire il potenziamento della coesione sociale e favorire lo sviluppo di nuove forme di condivisione fra le persone.

Tremonti parla di “manovra etica”, ma tremo al pensiero di cosa possa significare, soprattutto proveniendo da un governo che dell’etica ha idee… tutte sue.

Per rimettere in ordine i conti pubblici che rischiano di affossare l’euro e addirittura l’intera costruzione europea, ci stiamo preparando, come in molti altri paesi del continente, a una radicale riduzione dei costi pubblici, con tagli agli stipendi e ai servizi e un pesante ridimensionamento del Welfare. Poiché tutto questo segue a un periodo in cui la crisi ha già ridotto l’occupazione, falcidiato le entrate delle famiglie, asciugato i bilanci pubblici e diminuito i trasferimenti economici al privato e le relative coperture sociali, non è pensabile che queste nuove manovre avvengano senza conseguenze sulla coesione sociale e forse anche sull’ordine pubblico. Sperando che il malcontento si limiti a scioperi e cortei di protesta e non dia adito ad altre e più gravi manifestazioni.

TAGLI DEI COSTI PUBBLICI E RILANCIO DEI CONSUMI

Accanto ai tagli della spesa pubblica l’unica strada individuata per cercare di uscire dalla crisi – soprattutto da destra, ma non solo –  è un rilancio dell’economia attraverso la ripresa dei consumi: come se la loro riduzione fosse frutto magari della svogliatezza dei cittadini, e non della riduzione dei loro redditi, o del timore del futuro, che consiglia di tenersi da parte qualcosa.

La mia impressione è che questa sia la classica soluzione alla Murphy, la legge secondo cui i problemi complessi presentano un mucchio di soluzioni semplici… ma sbagliate: sbagliate perché non tengono conto della profondità e della natura della crisi in Europa, e dell’impossibilità di farvi fronte senza trovare risposte innovative.

Il finanziamento pubblico della capacità di spesa delle famiglie (come avvenuto con gli incentivi per le auto, ad esempio) ha mostrato tutti i suoi limiti una volta sospeso, e così pure la richiesta di apertura indiscriminata dei negozi nelle festività: puntare sul potenziamento dei consumi individuali (e sulla competitività narcisistica ad esso connessa) esalta le differenze sociali ed enfatizza lo stress e la frustrazione dei ceti più poveri, che già faticano a superare l’ultima settimana del mese e tendono sempre più a sentirsi tagliati fuori dai processi di crescita della società (senza contare che il termine “consumo” è ormai totalmente inadeguato a descrivere le moderne tipologie degli acquisti, che nella maggior parte dei casi sono assimilabili piuttosto alla categoria dello spreco, che è quanto di più asociale si possa concepire).

I VANTAGGI DELLA COESIONE SOCIALE

E allora che fare? Il “caso Grecia”, col dilagare della protesta in ogni settore, insegna che in una società in cui gli individui e le corporazioni sono l’uno contro l’altro armati è particolarmente difficile far passare politiche restrittive o anche semplici razionalizzazioni delle spese: ognuno pensa infatti che ci sia qualcun’altro che approfitta della situazione, e dunque si rifiuta di accollarsi il primo passo.

Politiche di questo genere invece vengono più facilmente accettate nelle società in cui a prevalere sull’interesse individuale e sull’appartenenza corporativa, che sono le stigmate del nostro tempo, sono invece il senso civico e la socialità, la tenuta delle reti solidali, la condivisione di un impegno collettivo per il bene  comune: in una parola, il capitale sociale (definizione del sociologo americano Robert Putman), che può essere uno dei principali antidoti alla frustrazione, all’inquietudine e alla solitudine individuali che ci afferrano nelle situazioni di crisi.

Una società più coesa, in cui si perfezionino anche nuove forme di redistribuzione della ricchezza, non è necessariamente meno competitiva di una società ad alto tasso di darwinismo sociale, perché essa non lascia indietro nessuno, e mantiene stabile – anche se priva di impennate verso l’alto – la platea dei consumatori e quindi i livelli produttivi. Insomma, investire di più sul capitale sociale potrebbe rivelarsi sulla lunga distanza anche un buon affare economico.

LE DIFFICOLTÀ DEL CONTESTO ITALIANO

Ma per far crescere questo capitale sono necessarie delle condizioni che francamente in questo momento non sembrano verificarsi nel contesto italiano: bisogna innanzitutto che chi è al vertice del paese lavori per unire, e non per dividere; rispetti le istituzioni quali luoghi di autoriconoscimento di tutti i cittadini e delle loro articolazioni pubbliche; operi per potenziare il bene comune, e non per salvaguardare le proprie posizioni dominanti a scapito dei propri concorrenti o dei propri avversari politici; si dia da fare per far crescere il corpo sociale, e non per imporre narcisisticamente la propria persona e la propria visione del mondo, come avviene nel caso del signore che occupa la poltrona di Presidente del Consiglio.

CHI REMA CONTRO

Naturalmente a demolire il capitale sociale, e quindi il grado di coesione del paese, ci si mettono anche le varie cricche che concepiscono il potere non come esercizio della responsabilità per il perseguimento del bene collettivo, ma come acquisizione abusiva di privilegi e opportunità di arricchimento individuale; le forze politiche che puntano alla salvaguardia della propria esclusiva rappresentanza territoriale o corporativa, autoescludendosi da un reale esercizio di una responsabilità nazionale; ma giù giù anche gli imprenditori, gli artigiani, i professionisti che non pagano le tasse (sottraendo risorse indispensabili alla collettività ed acquisendo un indebito vantaggio sui concorrenti), i cittadini che non rispettano le regole e contribuiscono al degrado della propria città, i dipendenti che lavorano poco e male soprattutto nei posti pubblici, e in generale tutti coloro che sfruttano a proprio esclusivo vantaggio i beni collettivi.

Tutti costoro tolgono legittimità ad ogni tentativo di uscire – tutti insieme – dalle secche della crisi. Il fatto è che il quadro tracciato è un ritratto del nostro paese, e che a ben guardare in qualche suo angolo ci siamo tutti noi. Per iniziare bisognerebbe riconoscerlo; ma l’esercizio della consapevolezza e dell’autocritica non è lo sport nazionale più diffuso.

 

 

 

 

USCIRE DALLA CRISI: UNA RICETTA SOLIDALE. ALTRO CHE LA “MANOVRA ETICA” DI TREMONTI!ultima modifica: 2010-05-19T02:56:00+02:00da sergiofrigo
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