La “Bea vita” di Romolo Bugaro

bugaro150.jpgLo scrittore padovano racconta le paure, le speranze, le disillusioni del popolo del centro-destra, ma i suoi protagonisti sono tutti dei perdenti, che annaspano cercando di sfuggire al naufragio. Spesso però, nella realtà, sono loro che vincono…

Ho letto il nuovo libro dello scrittore padovano Romolo Bugaro, “Bea vita”, edito da Laterza, nelle librerie da ieri. Libro agile, scritto come al solito molto bene, dedicato alla sua città e ai suoi concittadini, in particolare quelli vicini al centro-destra, che rappresentano però benissimo i ceti urbani di gran parte del Nord, nel loro tentativo di farsi andare bene il Paese così com’è, e di sfuggire al naufragio (economico, morale, simbolico) che tutti ci minaccia.

POTREBBE SEMBRARE UN FLANEUR, E INVECE…

 

images-7.jpegPoiché accade spesso di identificare gli autori con i loro personaggi, può capitare di attribuire a Bugaro un’immeritata fama di flaneur.
In realtà, Romolo esercita con profitto e costanza teutonica ben due mestieri, quello di avvocato e di scrittore, come è testimoniato da due libri finalisti al Campiello, e da un altro uscito poche settimane fa (“Le ragazze del Nordest”, co-autore Marco Franzoso). Per cui se vi capiterà di vederlo talvolta in qualche bar del centro di Padova con un bicchiere in mano, toglietevi dalla testa che stia semplicemente bighellonando: è più probabile che stia in realtà “scannerizzandovi”, per riprodurvi poi in uno dei suoi libri, magari tra quella fauna di “favorevoli al mondo” che sono l’oggetto delle sue acutissime osservazioni di (qui finalmente lo confessa) “non insediato” cronico, cioè di uno che si sente sempre fuori posto nel mondo: che poi è l’altra faccia dell’”esule in patria” così diffuso a sinistra in questi anni, descritto in chiave politico-sociologica da Ilvo Diamanti.

 

I “FAVOREVOLI AL MONDO”

I “favorevoli al mondo” sono «piccoli imprenditori che hanno fatto fortuna prima della crisi, totalmente assorbiti dal lavoro e abituati a giudicare severamente il conflitto e la divagazione, persone che credono nel denaro e nella possibilità del successo per chiunque sia disposto a sacrificarsi, giovani precarie che scrutano nelle vetrine di Via San Fermo a Padova, scarpe e vestiti dai prezzi esorbitanti, ragionieri quarantenni di formazione cattolica e simpatie leghiste». É una porzione del popolo di centro-destra con cui comincia finalmente a confrontarsi seriamente qualche intellettuale di peso del Nordest; anche se di questi protagonisti mancati Bugaro racconta, pur senza compiacimento, soprattutto l’annaspare per non essere esclusi da quel modello di vita moderno, affluente, occidentale, a cui hanno informato la loro esistenza: e qui inizia e qui si ferma la loro adesione alla politica, che a differenza che nel popolo di sinistra è meno totalizzante e anche meno esigente, perchè rifugge – nella lettura di Bugaro – dall’impegno di cambiare il mondo: «Hanno bisogno di rinforzare gli argini e distanziare la paura – scrive l’autore – Opposizione e dissenso sono lussi per gente forte, in grado di rispondere colpo su colpo».

TUTTI PERDENTI…

Ma proprio nel mettere in scena dei protagonisti tutti sull’orlo del naufragio – esistenziale o economico – è la debolezza del libro, peraltro molto accattivante per la qualità della scrittura, lo spessore psicologico e sociale con cui costruisce i suoi personaggi e il loro realismo che è anche fortemente simbolico.

«In realtà io parto dalla convinzione che siamo tutti dei perdenti – replica Bugaro – anche coloro che non sembrano esserlo. Ma poi c’è anche chi vince, a modo suo: sono le giovani professioniste griffate che magari vengono aggredite dal cancro, ma trovano la forza di resistere, anche aggrappandosi al loro look “firmato quot;; oppure sono i figli dei pionieri dell’industria, che dopo qualche tentativo infruttuoso decidono di disfarsi delle aziende dei padri e si godono i soldi in giro per il mondo».

Ma dalle nostre parti c’è anche qualcuno che vince, gli faccio osservare, perchè è integrato nella sua comunità, tanto di diventarne magari il rappresentante nelle istituzioni…

«Vero, ma spesso il loro consenso è frutto del rifiuto della problematicità, che oggi va per la maggiore, e della semplificazione totale di una politica che cerca di intercettare gli umori del popolo rifuggendo dalla funzione che le era tipica fin dall’antica Grecia: quella di guidare la società».

E così i veri vincitori del libro alla fine sono proprio i “non insediati”, che non temono l’esclusione perchè ci sono abituati, e sanno utilizzarne gli antidoti, come l’arte, la letteratura, e magari le canzoni tristi.

Un “lieto fine”, appunto…

Con Romolo abbiamo convenuto di cercare un’occasione per discutere pubblicamente del suo libro (e anche del mio, che racconta un’altra parte del popolo del Nord, quei ceti popolari che hanno abbandonato la sinistra per sposare la Lega)

La “Bea vita” di Romolo Bugaroultima modifica: 2010-04-16T02:39:00+02:00da sergiofrigo
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